giovedì 22 agosto 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - Parte 1

di Michele Giuli

"L’insegna del bar s'illuminava ad intermittenza, dando alla strada un’aria tipica di quei locali frequentati dai detective dei film americani degli anni ’80, o almeno quelli che Jake ricordava.
Il locale era molto piccolo, illuminato da un unico lampadario che sembrava risalire al ventennio scorso. In un angolo due vecchietti giocavano a carte alternando ad una mano un bicchiere di whisky e una tirata di sigaretta.
Jake Norton ordinò un Jack Daniel’s e lo sorseggiò, gettando frequenti occhiate alla porta che rimaneva ostinatamente chiusa. Ma dove diavolo era finito Simon? Si erano dati appuntamento alle 8.00, ma era già passato un quarto d’ora.
Uscì a fumare una sigaretta (dopo la Riforma, i locali come quello erano diventati gli unici posti dove si poteva fumare vero tabacco all’ infuori di casa propria e delle poche apposite zone per fumatori, e lui intendeva approfittarne) quando d’un tratto il suo cellulare squillò. Il suono lo fece sobbalzare. Era sicuro di averlo lasciato a casa, ma tastandosi i pantaloni lo trovò in fondo alla tasca destra.
Premette il tasto di risposta.
« Pronto?»
« Jake, sono Matthew.»
« Oh, ciao! Cosa c’è?»
« Simon è morto.»
Quelle tre parole, pronunciate dalla voce profonda e fredda di Matthew, gli fecero gelare il sangue nelle vene. Rimase immobile a fissare la strada buia per diversi secondi, mentre a tratti la condensa del suo fiato gli usciva dalla bocca. Deglutì diverse volte prima di riuscire a parlare di nuovo.
« Come sarebbe a dire “morto”? Cosa è successo?» esclamò.
« Si è buttato dalla finestra del suo appartamento un quarto d’ ora fa.» disse Matthew. Cercava di mantenere un tono freddo e diretto, ma la sua voce era spezzata dal dolore. Avrebbe voluto essere meno brusco nel dare quella notizia, ma la schiettezza gli era sembrato il modo meno doloroso per farlo.
« Ma perché? Che motivo... insomma... voglio dire...» fece Jake, provando a formulare una frase di senso compiuto.
« Non lo so.» disse Matthew.
« Come sta Mary?» domandò Jake, alludendo alla moglie di Simon.
« Le abbiamo appena telefonato a San Francisco... è disperata. Ha detto che tornerà con il primo volo. Tu dove sei?»
« Sono davanti al Jimmy’s... stavo aspettando Simon. A... adesso vengo» mormorò Jake.
« Non farlo, Jake... non è un bello spettacolo.»
Jake riattaccò e si diresse di gran carriera nel quartiere dove abitava Simon. L’ estremità inferiore della sua giacca grigia gli sbatteva contro i polpacci mentre scompariva nella nebbia.

Dexter Street era praticamente vuota quando arrivò. Eppure avrebbe dovuto essere piena di gente! Quando avvengono delle disgrazie, tutti provano un minimo di curiosità. La triste verità è che per quanto certe cose ci facciano ribrezzo e ci disgustino, ogni volta che sentiamo di una morte al telegiornale non riusciamo a cambiare canale se non nell'intervallo fra una notizia e l'altra. C’è una curiosità morbosa che ci spinge a rimanere ad ascoltare anche se farlo ci fa orrore. Jake ricordava quando da piccolo sua madre gli diceva che se, passando per i vicoli bui, qualcuno avesse tentato di fargli del male, o fosse stato comunque in pericolo, non doveva gridare “Aiuto!” ma: “ Al fuoco!” perché la gente ha paura di farsi avanti per aiutare qualcuno ma quando si tratta di assistere a qualcosa come un incendio accorre sempre in gran quantità.
C’ erano solo un paio di agenti che stavano recintando con strisce gialle la zona intorno al cadavere di Simon.
Matthew, un omone alto con una barba vecchia di un paio di settimane ed una folta chioma riccioluta gli venne incontro. Piangeva. Lo abbracciò, ma Jake rimase immobile. Dopo pochi secondi di silenzio, la sua bocca si piegò in una smorfia e le lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi.
Oltre la spalla dell’ amico, Jake notò un lenzuolo bianco steso per terra. Sotto di esso, non una figura riconoscibile, solo qualche bozzo che ne piegava la superficie ne sporcava di rosso il tessuto.
Quando realizzò che quell’immagine informe e inumana che stava guardando era tutto ciò che restava di Simon, Jake provò un brivido freddo lungo la schiena e gridò come non gridava da anni, e non sarebbe riuscito a distogliere lo sguardo da quel macabro e terrificante spettacolo se Matthew non l’ avesse scosso con forza.
« Ora calmati, Jake.» mormorò. « È meglio se ce ne andiamo, forza.»

Tornato a casa, Jake aprì la porta del suo appartamento ed accese le luci. Se ne andò in silenzio in camera da letto ed iniziò a spogliarsi.
 Lo sguardo gli cadde casualmente sul comodino e Jake notò che il suo cellulare era lì sopra. Si tastò nuovamente i pantaloni. Quando diavolo se lo era tolto di tasca? Dopo meno di due secondi decise che la cosa non gli importava e finì di cambiarsi per poi fumare una sigaretta sporto dalla finestra della camera, guardando il cielo reso vuoto dall’ inquinamento luminoso.
Aveva conosciuto Simon quando si era fatto bocciare alle superiori. In poco tempo avevano scoperto di condividere gli stessi interessi ed erano diventati amici. Dopo le superiori, Jake si era iscritto all’ università mentre Simon aveva cercato subito un lavoro, ma si erano tenuti in contatto. L’ università frequentata da Jake era lontana, ma i due amici cercavano di vedersi ogni volta che potevano.
Era stato in quel periodo che Simon, il quale era passato per molto tempo da una ragazza all’ altra, aveva conosciuto Mary. Jake era stato il loro testimone quando si erano sposati due anni dopo, e gli era costato un paio di settimane di depressione: proprio non riusciva a capire perché la fortuna con le donne non fosse distribuita egualmente fra tutti gli uomini!
La faccenda gli era sempre pesata. Era un uomo poco attraente, silenzioso ed introverso, che non aveva mai avuto modo di far sfociare la laurea in Lettere in un lavoro ben retribuito e si era ritrovato a fare l’ operaio con un contratto che sarebbe scaduto fra meno di due mesi. In pratica, una persona che bisognava amare davvero per starci insieme.
Quando era stata l’ultima volta che una donna era entrata nel suo appartamento? Se la ricordava perfettamente: lei si chiamava Jane, era bionda e dalla pelle molto chiara, ed era successo nell’ inverno di due anni prima. Pochi giorni dopo Jane aveva deciso che Jake non le interessava più e se ne era andata con un altro.
Simon, invece, per tutti quegli anni aveva goduto di un’ ottima vita matrimoniale con Mary, una donna per la quale Jake aveva avuto a lungo una cotta.
“Chissà come sta ora!” pensò mentre finiva di fumare la sigaretta e la gettava via.
Si mise a letto e si addormentò quasi subito.

Il giorno dopo la prima cosa che fece appena arrivato al cantiere fu andare da Gordon Healin, il suo capo, per chiedere un permesso.
« Cosa devi fare?» domandò Healin, con il solito tono burbero e scontroso.
« Devo andare ad un funerale, Gordon.»
Healin era un uomo alto dalla pelle abbronzata. Era un po’ attempato e i suoi corti capelli ricci, un tempo castani, cominciavano a presentare striature bianche. Secondo la leggenda nessuno. nemmeno sua moglie, lo aveva mai visto senza l’ immancabile sigaretta che gli pendeva dalle labbra.
Jake rimase in silenzio, aspettando che gli rispondesse.
Gordon fece un tiro di sigaretta ed espulse il fumo dalle narici. In teoria non avrebbe potuto fumare lì, ma non glie ne era mai importato molto delle leggi.
« Mi dispiace. Chi è morto?» domandò.
« Un mio vecchio amico.»
« Posso rinunciare a te per un pomeriggio, ma dopo non potrò più concederti niente. Siamo stretti con i tempi, lo sai.»
Jake lo ringraziò e si voltò per andarsene, ma dopo qualche metro fu richiamato da Gordon.
« Per curiosità, come si chiamava il tuo amico?»
« Simon Goodwith.»
« Simon Goodwith?» ripeté Healin.
« Sì. Lo conoscevi?»
Healin socchiuse gli occhi e lo fissò per qualche secondo.
« L’ ho visto qualche volta al pub.» disse. « Non sapevo che fosse un tuo amico. Mi dispiace.»
« Questo l’ hai già detto.» gli fece notare amaramente Jake, e tornò al suo posto di lavoro.

Al funerale di Simon non ci fu molta gente. Jake rimase in silenzio per tutto il tempo, fissando il terreno, ma quando andò a fare le condoglianze ai parenti del suo amico non poté trattenere le lacrime.
« Jake!» gemette Mary, la moglie di Simon, quando lui la abbracciò. « Mi manca così tanto!»
« Mi dispiace davvero, Mary!» singhiozzò Jake.
Rimasero per qualche secondo in un abbraccio silenzioso, cercando di confortarsi l’ un l’ altro.
Jake scosse il capo e fece per aprire la bocca, ma non disse niente.
Dopo che i resti di Simon furono sepolti, rimase per diverso tempo in piedi davanti alla lapide, anche quando tutti gli altri se ne furono andati.
Sentì dei passi alle sue spalle.
« Lei era amico di Simon?» domandò una voce femminile.
Jake si voltò e vide una donna dai lunghi capelli neri. Dall’aspetto si sarebbe detto che aveva all’ incirca venticinque anni. Era poco più bassa di lui, aveva un viso ovale e un po’ di lentiggini. I suoi occhi erano molto grandi e profondi. I segni del pianto erano ancora visibili.
Jake annuì.
« Lei chi è?» domandò.
« Susan Marlow... sono una cugina di Simon.»
« Sua cugina?» ripeté Jake. Simon non gli aveva mai parlato di lei.
« Sì. Lei invece è...?»
« Jake Norton.» si presentò lui, e le strinse la mano. « Mi dispiace per Simon.»
« Questo lo vedo.» disse lei e accennò un sorriso mesto, per poi tornare a guardare la lapide.
« Erano anni che non lo vedevo.» disse, e la sua voce si incrinò. « Progettavamo da tempo di fare una vacanza insieme. Sa... da piccoli eravamo molto legati. Lui e Mary sarebbero stati per qualche tempo da me e i miei genitori, ma ogni volta c’ era un impedimento e dovevamo rimandare. Avremmo dovuto vederci fra tre settimane.»
Le lacrime sgorgavano calde dai suoi occhi. Si coprì il viso con una mano e rimase lì a singhiozzare mentre Jake, che non sapeva cosa dire, assisteva imbarazzato alla scena.
Alla fine lei riacquistò parzialmente il controllo e se ne andò dopo averlo salutato. Jake si sedette sull’erba e stette ancora per un po’ davanti alla tomba di Simon, immerso nel silenzio.

Quella sera, mentre Jake stava consumando un pasto surgelato, suonarono alla porta. Jake andò a rispondere al citofono e dalla cornetta gli giunse una voce maschile.
« Parlo con il signor Norton?» domandò lo sconosciuto.
« In persona. Posso aiutarla?»
« Qui è il detective Yuleson. Posso salire su?»
Jake ammutolì per qualche secondo.
« Ma certo.» disse alla fine, e premette il tasto per aprire la porta. Pochi secondi dopo, un uomo grasso e di colore, con pochi capelli, vestito con un paio di jeans e una giacca di pelle e prossimo alla cinquantina varcò la soglia del suo appartamento.
« Salve.» lo salutò e gli strinse la mano, e si guardò intorno.
« Posso chiederle perché è qui?»
Yuleson si voltò verso di lui e disse: « Sono qui per parlare con lei di Simon Goodwith.»
« Non capisco... » fece Jake. « Cosa vuole sapere?»
Yuleson vide il posacenere sul tavolo, e subito chiese: « Le dispiace se fumo?»
« No. Faccia... faccia pure.» acconsentì Jake, confuso, e il detective tirò fuori da una tasca una sigaretta.
« So che lei era sul luogo del suicidio del suo amico, due sere fa.» iniziò, andando verso una finestra. La aprì e si sporse fuori, poi accese la sigaretta.
« Sì. Ma... cosa c’entra lei con Simon?» domandò timidamente Jake.
« Mi hanno assegnato il suo caso.»
« Cosa vuol dire? Si... si è buttato da una finestra. Che altro c’ è da sapere?»
« Oltre al motivo per cui si è buttato? Beh, innanzi tutto se quello che è sembrato un suicidio era davvero tale.»
« In che senso?»
Yuleson gettò la cicca dentro il portacenere e dopo aver fatto un altro tiro disse: « Ieri mattina la polizia è entrata in casa del signor Goodwith. Il suo salotto era tutto in soqquadro e c’ erano segni di colluttazione. Vetri rotti, quadri caduti... e sono stati ritrovati pezzi di un indumento che non era del suo amico, con sopra dei capelli che non corrispondevano a quelli del deceduto.»
Jake non riusciva a credere a quelle parole. Si sedette e rimase in silenzio a metabolizzare quelle notizie.
« Perché?» mormorò alla fine, fissando il vuoto con occhi vacui.
« È quello che stiamo cercando di scoprire. Speravo che lei, che era un grande amico del signor Goodwith, potesse darmi qualche dritta.»
Jake scosse il capo. Yuleson spense la sigaretta nel posacenere e disse: « Il signor Goodwith era in contrasto con qualche suo conoscente, per caso? Non le viene in mente nessuno che avrebbe potuto volerlo uccidere?»
« No... non mi viene in mente nessuno...»
« Quali erano gli interessi del signor Goodwith? Può dirmi che cosa faceva...quali posti frequentava?»
« So che era un appassionato di corse ippiche e di poker... andava spesso a fare partite al Bale’s Inn. Oltre a questo posso dirle che le piacevano lo sport e il cinema, ma non so a cosa possa servire. Per vivere realizzava cartelloni pubblicitari, ma credo che questo lei lo sappia già. »
« Ogni dettaglio può servire a qualcosa.» lo rassicurò Yuleson.
Jake fece una pausa per trovare le parole.
« Purtroppo non mi viene in mente nessuno. Eravamo amici da anni e ricordo che parecchio tempo fa rimaneva spesso coinvolto in delle risse, ma è una vita che non succede più...»
« Un debito di gioco?» suggerì Yuleson « Mi ha appena detto che era un appassionato di poker.»
« Ne dubito. Credo che me lo avrebbe detto.»
« E se non lo avesse fatto?»
« Lo reputo comunque improbabile.» rispose Jake.
Yuleson continuò a fargli domande per una decina di minuti, poi decise che per quella sera aveva fatto abbastanza. Se ne andò lasciando Jake ancora più confuso di quando era entrato."



Oh, finalmente ci siamo decisi! A partire da oggi, ogni giovedì, su questo blog, verrà pubblicato uno dei miei racconti brevi, o una parte di essi in caso risultino troppo lunghi per un solo post.
Questo racconto è parte di un progetto in collaborazione con Lorenzo Vargas ( visitate il suo blog, ve lo consiglio. Lo potete trovare QUI). Tale progetto prevedeva che entrambi, più gli altri a cui avevamo chiesto di partecipare ma che infine hanno declinato, scrivessimo ognuno cinque racconti a testa, su cinque temi diversi (che, a meno che non vogliate spoilerarvi i finali di alcuni dei racconti, tra i quali c'è anche questo, è meglio che rimangano a voi sconosciuti). Per adesso, tutti e due siamo ancora nella fase "work in progress". Avendo nominato Lorenzo, colgo l' occasione per suggerire a tutti di dare uno sguardo a QUESTA PAGINA, ovvero la pagina dove sono stati raccolti i fondi per la pubblicazione indipendente del suo romanzo "Pierre non esiste", nella quale possono essere trovate descrizioni e anteprime del libro, ora finalmente disponibile in copia cartacea.
Tornando al racconto di oggi, spero vi sia piaciuta questa prima parte. Se sì, perché non scriverlo in un commento e magari condividere il post con l' apposito pulsante? Se la risposta è no, perché non commentare spiegando perché non vi è piaciuta?  :)
Per la seconda parte di questo racconto, ci vediamo giovedì prossimo!!! :D

3 commenti:

  1. Mi riservo il verdetto per la seconda puntata. Anche se tanto ero a Mogliano XD
    Oh, e ingrandisci il font, affatica la lettura.

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  2. Ma c'è un'eternità tra un giovedì e l'altro! D:
    Voglio sapere come continua! >___<


    P.s. Ogni tanto c'è qualche errore di battitura. '-'

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