La sera dopo Jake uscì a fare quattro passi. Poco prima di
andarsene di casa, aveva selezionato istintivamente il numero di Simon dalla
rubrica del cellulare per chiamarlo... ancora non riusciva a capacitarsi della
sua morte.
Chi lo aveva ucciso?
Questa domanda lo aveva tormentato tutta la notte, e quella
mattina al lavoro.
Si ritrovò a camminare lungo Flower Street, dove
all’insaputa di quel nome non c’era un singolo fiore. Era una via molto ampia,
collegata da un grande ponte a J. Hoffman Square. Agli angoli della via vi
erano due piccole fontane. All’entrata del ponte, sopra un mucchio di bancali
accatastati alla bell’e meglio, un giovane studente dai folti capelli ricci
sosteneva: « Le nuove riforme volute dall’attuale governo non fanno altro che
toglierci gli ultimi residui della nostra libertà! Ci stanno togliendo tutto
davanti ai nostri occhi, ma abbiamo troppa paura opporci a questo scempio!»
La gente gli passava davanti come se niente fosse, fingendo
che lui non esistesse.
Jake lo guardò con occhi pieni di terrore. “Vattene,
idiota!” pensò.
Era successo tutto dieci anni prima. Le elezioni erano state
vinte dal Restauration Party, ma il risultato era ovvio da molto prima. Non era
stato il crollo in borsa. Non era stata la criminalità emergente. Non erano
stati gli attacchi terroristici. No: per giungere a tutto quello, c’ era stato
bisogno che alle cose precedenti si mischiasse il senso di impotenza e la crisi
di identità della gente.
Diciamocelo: quando ogni giorno il telegiornale trasmette la
notizia di un omicidio diverso, non vi sentite tristi? Quando siete bombardati
dalla consapevolezza della violenza intorno a voi, non vi sentite impotenti?
Quando non sapete come arrivare a fine mese, non sentite il bisogno di un
cambiamento?
E così era stato. Per mesi i telegiornali avevano portato
alla disperazione gli ascoltatori riportando (e gonfiando) i casi di cronaca
nera, le tasse erano aumentate e dei gruppi terroristici avevano fatto
esplodere bombe nei luoghi pubblici. Erano stati giorni di paura, in cui
diverse persone avevano cominciato a desiderare qualcosa che gli desse una
sicurezza e proprio allora, come il deus ex machina, il Restauration Party era
uscito allo scoperto. Questi eminenti signori davano la colpa di tutto alla
decadenza dei tempi, alle leggi troppo
permissive e all’eterodossia che regnava sovrana degradando la società, un
tempo perfetta. Offrivano un pacchetto di identità alle persone insicure, e a
molti era sembrata una buona idea. Inutile dire che all’inizio ottennero un
grande successo. Dopo poco tempo i più cominciarono a capire che si erano
fabbricati da sé la loro gabbia, ma ormai i membri del Restauration Party erano
al potere e nessuno poteva più fermarli. Resero il loro dominio stabile
attraverso l’uso della forza e della repressione, ed ora erano ancora lì anche
se il loro periodo al governo era passato da tempo, almeno secondo la vecchia
legislazione.
Quel ragazzo stava rischiando la vita. O forse no. Non si
aveva mai notizia di scioperanti morti, ma in compenso ogni tanto qualche nome
spariva dall’archivio anagrafe. Jake provò un’improvvisa tristezza. Si chiese
quanto avrebbe rischiato se fosse stato visto a parlare con quel ragazzo. Quanto
avrebbe voluto tentare di convincerlo a scappare prima che arrivasse la
polizia!
Con molta amarezza, voltò i tacchi e mosse qualche passo
quando...
« Ciao!»
La voce giunse da lontano. Jake si voltò e vide Susan
Marlow, la cugina di Simon che aveva conosciuto al funerale.
La giovane donna lo raggiunse e sorrise mentre tentava di
ricordare il suo nome.
« Jake Norton, dico bene?» domandò, sollevando un’indice.
« Proprio io.» confermò Jake.
« Abiti qui vicino?»
« Più o meno. Non ne potevo più di stare in casa, e sono
uscito.»
« Da solo?»
Jake annuì amaro.
« Già.»
Susan comprese e si coprì la bocca.
« Scusami.» disse e distolse lo sguardo.
« Non ti preoccupare.»
Susan mosse qualche passo e guardò il cielo.
« Dopo il funerale avrei dovuto tornare a casa.» iniziò a
raccontare. « Ma l’idea di dover aspettare la settimana che mi separa
dall’inizio del mio periodo lavorativo in quel paesino di campagna mi
spaventava troppo. Posti del genere non sono fatti per quando si è tristi.
Sentivo il bisogno di distrarmi, quindi ho prenotato una camera d’ albergo per
trenta dollari a notte e sono rimasta.»
Si infilò le mani in tasca e guardò in basso.
« La solitudine, però, è sempre la stessa.» concluse,
accennando un sorriso mesto.
« Vivi da sola?» domandò Jake.
« Sì, da quasi un anno.»
« Prima stavi con i tuoi
genitori?»
Susan scosse il capo.
« No. Convivevo con il mio
fidanzato.» disse e sospirò. « Non è finita bene. Stare da sola mi ha aiutato
molto in quel periodo e ti dirò: in genere mi piace. Solo, sembra che non abbia
mai imparato a dosare la solitudine. A volte è solo un peso... come ora.»
« Beh, a questo si può
rimediare.» disse Jake. « Vieni con me.»
Dieci minuti dopo stavano
varcando la soglia del Keenan’s, un pub che Jake frequentava da ragazzo. Era un
locale ben illuminato e affollato, composto da due stanze. Le pareti interne
erano rivestite di legno, e da esse pendevano diversi quadri con immagini
pubblicitarie riguardanti la birra, aforismi sull’alcool e, all’entrata, una
testa d’ alce. Su un angolino era allestito un piccolo palchetto con sopra una
batteria e dei microfoni, per quando si organizzavano serate musicali. Le casse
appese al soffitto diffondevano un brano di una band che Jake non conosceva. La
musica moderna, ovvero gli unici generi musicali tollerati dal Restauration
Party, non gli piaceva per niente.
« Hai voglia di qualcosa?»
domandò Jake e Susan annuì.
« Prendo volentieri una birra.»
Andarono a sedersi ad un tavolo,
e poco dopo un cameriere giunse per prendere le ordinazioni.
« È carino qui.» disse Susan
quando se ne fu andato.
« Venivo qui con Simon e i
ragazzi del nostro gruppo, diversi anni fa.»
« E ora?»
« Non ci riuniamo da anni. Sono
andati via tutti quanti: due si sono sposati con ragazze di un altro stato e
hanno cercato casa lì vicino, uno è andato a fare il giornalista a Washington e
un altro si è spinto fino in Europa.»
« È un peccato. Che effetto ti fa
guardare indietro, ora?»
« Non lo so... è come se quelli
fossero tempi felici che non torneranno più. Da un paio d’anni a questa parte
la mia vita è davvero monotona.»
« Come mai?»
Jake si grattò la nuca.
« Non saprei... Quando venivo qui avevo un sacco di
aspirazioni, e ora mi ritrovo a fare l’ operaio a tempo determinato. Non ho
realizzato niente di quello che volevo, e quello che mi piaceva, beh, ho smesso
di farlo da un sacco di tempo. Non ho una relazione da anni, e vivo da solo in
un appartamento sempre più piccolo e sempre più triste. Tutti i miei amici si
sono sistemati e stanno bene da qualche parte lontano nel mondo, e io rimango
qui a marcire.»
« Beh, riprenditi!» disse Susan con tranquillità.
« È impossibile.» ribatté Jake.
« Perché?»
« Tutte le cose che desideravo, o la maggior parte, sono state inserite
nell’ indice delle Cose Immorali»
L’espressione sulla faccia di Susan cambiò all’improvviso, e la donna
annuì tristemente.
« Capisco.» disse semplicemente, poi, guardandolo negli occhi, esclamò:
« Jake, mi dispiace!»
Arrivarono le birre, e Jake bevve immediatamente un lungo sorso dalla
sua.
« Non ti preoccupare. Ormai ci ho fatto l’ abitudine.» disse, poggiando
il bicchiere sul tavolo. « Parliamo di te ora. Non so niente sul tuo conto. Da
dove vieni? Cosa fai nella vita?»
Susan si passò una mano fra i capelli e disse di venire da un paesino a
trecento miglia da lì chiamato Little Avenue, e di essere una maestra d’ asilo.
« Ma non per molto.» aggiunse
« Come mai?»
« Sono costretta ad educare i bambini secondo il Codice Etico. È la cosa
che odio di più!» esclamò Susan, alzando lievemente il tono della sua voce. Si
accorse dell’errore commesso e si mise una mano davanti alla bocca.
« Sono costretta a sgridarli se disegnano qualcosa che non è presente
sulla lista delle cose disegnabili dai bambini. Ti faccio un esempio: sai che a
quell’età raffigurano le cose in modo molto impreciso, no? Ebbene: una volta
una delle mie alunne ha disegnato un uomo con un buffo taglio di capelli, e il
preside mi ha costretto a ricordarle che una persona così nella realtà si
sarebbe presa una multa. Ma questo è il minimo!»
Bene! Anche lei era contraria al Codice Etico. Bueno, muy bueno!
Passarono i successivi venti minuti a dirsi a vicenda le cose che
odiavano di più della società di quel periodo. Jake le parlò di tutti i suoi
sogni, di quello che avrebbe voluto fare e di quello che non si sarebbe mai
immaginato che avrebbe fatto, e lei le raccontò della sua infanzia nel piccolo
paesino dove aveva finito per fare la maestra. Ancora un po’, ed erano arrivati
a scambiarsi i numeri di telefono.
Forse furono i bicchieri di birra che continuavano ad accumularsi sul
tavolo, forse fu il fatto che si trovavano d’ accordo su quasi tutto, forse fu
il modo in cui lei sorrideva di solito... fatto sta che dopo un po’ Jake
cominciò a sospettare che Susan gli piacesse.
Pagarono e uscirono. Quello che successe dopo fu pura magia. Si trovava
davvero bene con Susan, bene come non era stato da anni, e la sua sola
vicinanza lo faceva stare meglio.
Poco dopo passarono di nuovo a Flower Street. Susan doveva attraversare
il ponte per tornare a casa, e si fermarono per salutarsi.
Il giovane studente era scomparso. Jake sperò con tutto il cuore che
fosse andato a casa, e mentre guardava il fiume scorrere sotto il ponte fu
percorso da un brivido.
« Sono stata bene stasera.» disse Susan, sorridendo nel modo che lo
aveva fatto impazzire per tutto il tempo che aveva trascorso con lei.
« Anche io.» disse lui e cercò di sorridere allo stesso modo, ma ottenne
solo di sentirsi un idiota.
Per qualche secondo rimasero in silenzio, ognuno aspettando che l’altro
dicesse qualcosa, e alla fine Susan lo salutò e se ne andò.
Jake la fissò allontanarsi per un po’, poi si voltò e proseguì per la
sua strada.
Si sentiva leggero come non si sentiva da anni. Si sentiva felice come
non era da anni. Si sentiva vivo.
Che si fosse di nuovo innamorato? Proprio nel momento in cui meno se lo
aspettava, proprio quando gli serviva di più!
Aveva voglia di andare a casa saltellando. Forse il giorno dopo si
sarebbe svegliato e non avrebbe provato niente, ma che glie ne importava, se
ora era così felice? Gli sembrava di volare.
Prese le chiavi ed aprì la porta. Aveva già cominciato a
calmarsi, e salì le scale con calma finché non giunse al suo appartamento.
Non appena entrò, sentì che quell’aria lo opprimeva. Aveva
mentito, prima. Non aveva detto a Susan il vero motivo per cui si era lasciato
andare, tanti anni addietro.
”Forse non merito neanche lei”, pensò fra sé e sé, ma poi scosse il capo e sussurrò al vuoto: “’Fanculo!”. Aveva passato troppo tempo lì dentro a deprimersi per la sua vita miserabile. Aprì tutte le finestre, batté su tutto quello che trovava come se volesse togliere la polvere, sventolò la tovaglia e cambiò le coperte del suo letto. Voleva liberarsi di tutti quegli atomi di infelicità che si erano accumulati durante gli anni.
”Forse non merito neanche lei”, pensò fra sé e sé, ma poi scosse il capo e sussurrò al vuoto: “’Fanculo!”. Aveva passato troppo tempo lì dentro a deprimersi per la sua vita miserabile. Aprì tutte le finestre, batté su tutto quello che trovava come se volesse togliere la polvere, sventolò la tovaglia e cambiò le coperte del suo letto. Voleva liberarsi di tutti quegli atomi di infelicità che si erano accumulati durante gli anni.
Quando ebbe finito, si sentì leggermente soddisfatto.
Si infilò nel letto e si addormentò quasi subito.
Il giorno dopo si svegliò
pensando a Susan. Quel pensiero gli dette forza durante tutte le ore di lavoro.
Una volta tornato a casa, si fece una doccia veloce e si vestì con gli abiti più
belli che trovò nell’armadio.
Prese il telefono e
compose il numero che Susan gli aveva scritto su un biglietto, ma ebbe una
brutta sorpresa. Il numero risultava inesistente.
Fissò per diverso tempo il
suo cellulare, incredulo.
“Che significa?”
Sconsolato, si preparò la
cena cucinando le prime cose che trovò nella dispensa tenendo il cellulare in
tasca, sperando di sentirlo squillare da un momento all’ altro, ma l’
apparecchio si ostinava a rimanere muto.
Passò un’ora. Ne passò un’altra.
Alla fine aveva perso ogni
speranza. Forse vedersi due volte in due giorni era troppo, forse quella sera
lei non aveva voglia di uscire. Probabilmente sperare che lei lo chiamasse per
incontrarsi anche quella sera era stato troppo pretenzioso da parte sua.
Dopo un po’ decise di leggere un libro, ma quando vide che
ogni due o tre righe si distraeva lo ripose insieme agli altri e fissò il
letto. La voglia di uscire gli era totalmente passata.
« Jake!» lo chiamò lei.
Ancora una volta a Flower
Street, ancora una volta lei era comparsa dal nulla.
« Ehi, ciao!» esclamò lui,
raggiungendola quasi di corsa.
« Ancora una volta da
solo?»
« Come sempre.» rispose
Jake, indeciso se rivelarle o no che aveva provato a chiamarla. « Cosa ci fai
qui?»
« La stessa cosa che
facevo ieri. Passeggio... ancora una volta da sola.»
Il momento era perfetto.
Jake sentì che se non tentava ora lo avrebbe rimpianto.
« Ti andrebbe di camminare
insieme? Posso farti vedere i bei posti che conosco.» propose.
Ancora quel magnifico
sorriso!
« Mi piacerebbe molto.»
rispose Susan.
Camminarono fino a Jimson
Square.
Ancora quella magia,
ancora quella sensazione di leggerezza! Jake era l’ uomo più felice del mondo.
Jimson Square era piccola.
Ai lati c’erano degli alberi e qualche panchina. La statua di un cavallo
impennato adornava il centro, altrimenti spoglio. Intorno alle panchine, delle
piccole aiuole. Su un lato c’era una chiesetta con una torre alta e stretta. Le
campane erano state rimosse e sostituite da degli altoparlanti che ogni ora
trasmettevano la stessa musica, facendo tornare per un minuto in quel posto nel
bel mezzo di una città ultramoderna i suoni di cento anni prima. Non era
esattamente come tornare indietro nel tempo, ma a Jake piaceva sentire la registrazione
campionata delle campane che suonavano nei pomeriggi che da piccolo passava a
giocare in quel posto.
« È carino qui.» disse
Susan, guardandosi intorno.
C’era solo qualche
passante occasionale. Jake e Susan si sedettero su una delle panchine.
« Da piccolo venivo qui a
giocare.» raccontò Jake.
« Che cosa facevate?»
« Da piccoli giocavamo a
rincorrerci, poi venne il periodo dei videogiochi. Ci sedevamo su queste
panchine con le nostre consolle e ci collegavamo per fare partite insieme
finché non si faceva buio. Per anni abbiamo passato così i nostri pomeriggi.
Poi sono arrivati i giorni delle passeggiate insieme e le serate delle uscite
nei locali notturni, e abbiamo finito per ritrovarci al pub ogni sera finché
tutti non se ne sono andati. Siamo rimasti io, Simon, e un paio di conoscenti
che incontravamo occasionalmente.»
« E nessun altro?»
« Ogni tanto Simon portava
con se Mary, che a sua volta invitava qualche amica per cercare di farmi
attaccare bottone con qualcuno.»
« È strano come cambi la
gente crescendo, vero?»
« In che senso?»
« Non riesco ad
immaginarti che giochi ai videogames seduto qui.»
Jake ridacchiò.
« Non ti sembra che
crescendo si perda la capacità di iniziativa che si aveva un tempo? Voglio
dire: quando eravamo più piccoli ogni cosa qui intorno diventava parte di un
nuovo modo di giocare... di divertirsi. Da piccoli si gioca sempre, in
qualunque modo ti venga in mente mentre da grandi si finisce per passare tutte
le sere nel solito locale con un altrettanto solito boccale di birra, o meglio,
con tanti soliti boccali di birra.»
« Questa tua propensione
all’alcool non ti fa bene.» disse Susan, ma il suo tono era scherzoso.
« Senti chi parla! Quelle
due pinte sul tavolo ieri sera non erano mie!» ribatté Jake fingendosi offeso,
e la risata argentina di Susan riempì la piazza.
« Comunque è vero. Lo vedo
sempre con il mio lavoro, ma credo che sia dovuto solo al fatto che si cercano
cose differenti a seconda dell’età. Dovresti imparare a cercare nuovi modi di
essere felice con la stessa caparbietà di quando eri bambino.»
Jake la guardò e sentì che
Susan era la donna della sua vita.
« Quando tornerai a casa?»
domandò.
« Fra due o tre giorni.»
Jake annuì e dondolò
leggermente la testa, sconsolato.
« Peccato.» commentò.
« Perché?»
Tre giorni. Tre giorni al
massimo per vivere il suo nuovo amore. Al diavolo la cautela, doveva essere
rapido!
« Perché con te sto molto
bene.» le confessò. « Ieri sono tornato a casa felice come non ero da anni.»
Aspettò di vedere il viso
di lei che assumeva un’espressione di imbarazzo mentre si alzava e lo salutava
per tornare a casa, ma dopo un po’ vide che lei sorrideva.
Il tempo sembrò fermarsi.
« Vieni qui.» disse
dolcemente Susan, e lentamente la sua bocca si avvicinò a quella di Jake.
Nei giorni a venire, Jake
non sarebbe stato capace di ricordare con precisione quello che provò mentre le
loro labbra si toccarono, ma per quanto confusa potesse essere la sua memoria,
non dimenticò mai quanto fu bello. Si abbracciarono, e le narici di Jake furono
pervase dal profumo di lei. Quel profumo... doveva essere per forza l’ odore
della felicità.
Cosa ci trovava in lui?
Jake si lambiccò su questa domanda per diverso tempo, mentre si rigirava nel
letto, incapace di dormire per l’ euforia. Che cosa aveva visto Susan in quell’uomo
brutto e malinconico?
E poi... come era potuto
succedere tutto così in fretta?
Che fosse la volta buona?
Che avesse trovato la donna della sua vita?
Il pensiero lo fece sorridere, e quando finalmente si addormentò la sua
espressione era serena.E siamo giunti così al secondo appuntamento con questo blog. Come vi sembra "Il profumo della felicità"? Cosa ne pensate di come la storia si sta sviluppando, di come è scritta, ecc? Quale pensate possa essere il colpo di scena a cui si assisterà nella terza, e ultima, parte di questo racconto? Considerazioni, supposizioni, giudizi (speriamo positivi), insulti all'autore... tutto questo e altro ancora è ciò che da un senso al box dei commenti che potete trovare qui sotto, quindi: sbizzarritevi! I vostri commenti sono caldamente desiderati, quindi non siate timidi!
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Grazie per essere arrivati a leggere anche questa piccola digressione :)
Ci vediamo giovedì prossimo per la terza parte di questo racconto!!!