giovedì 29 agosto 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - parte 2


La sera dopo Jake uscì a fare quattro passi. Poco prima di andarsene di casa, aveva selezionato istintivamente il numero di Simon dalla rubrica del cellulare per chiamarlo... ancora non riusciva a capacitarsi della sua morte.
Chi lo aveva ucciso?
Questa domanda lo aveva tormentato tutta la notte, e quella mattina al lavoro.
Si ritrovò a camminare lungo Flower Street, dove all’insaputa di quel nome non c’era un singolo fiore. Era una via molto ampia, collegata da un grande ponte a J. Hoffman Square. Agli angoli della via vi erano due piccole fontane. All’entrata del ponte, sopra un mucchio di bancali accatastati alla bell’e meglio, un giovane studente dai folti capelli ricci sosteneva: « Le nuove riforme volute dall’attuale governo non fanno altro che toglierci gli ultimi residui della nostra libertà! Ci stanno togliendo tutto davanti ai nostri occhi, ma abbiamo troppa paura opporci a questo scempio!»
La gente gli passava davanti come se niente fosse, fingendo che lui non esistesse.
Jake lo guardò con occhi pieni di terrore. “Vattene, idiota!” pensò.
Era successo tutto dieci anni prima. Le elezioni erano state vinte dal Restauration Party, ma il risultato era ovvio da molto prima. Non era stato il crollo in borsa. Non era stata la criminalità emergente. Non erano stati gli attacchi terroristici. No: per giungere a tutto quello, c’ era stato bisogno che alle cose precedenti si mischiasse il senso di impotenza e la crisi di identità della gente.
Diciamocelo: quando ogni giorno il telegiornale trasmette la notizia di un omicidio diverso, non vi sentite tristi? Quando siete bombardati dalla consapevolezza della violenza intorno a voi, non vi sentite impotenti? Quando non sapete come arrivare a fine mese, non sentite il bisogno di un cambiamento?
E così era stato. Per mesi i telegiornali avevano portato alla disperazione gli ascoltatori riportando (e gonfiando) i casi di cronaca nera, le tasse erano aumentate e dei gruppi terroristici avevano fatto esplodere bombe nei luoghi pubblici. Erano stati giorni di paura, in cui diverse persone avevano cominciato a desiderare qualcosa che gli desse una sicurezza e proprio allora, come il deus ex machina, il Restauration Party era uscito allo scoperto. Questi eminenti signori davano la colpa di tutto alla decadenza dei tempi,  alle leggi troppo permissive e all’eterodossia che regnava sovrana degradando la società, un tempo perfetta. Offrivano un pacchetto di identità alle persone insicure, e a molti era sembrata una buona idea. Inutile dire che all’inizio ottennero un grande successo. Dopo poco tempo i più cominciarono a capire che si erano fabbricati da sé la loro gabbia, ma ormai i membri del Restauration Party erano al potere e nessuno poteva più fermarli. Resero il loro dominio stabile attraverso l’uso della forza e della repressione, ed ora erano ancora lì anche se il loro periodo al governo era passato da tempo, almeno secondo la vecchia legislazione.
Quel ragazzo stava rischiando la vita. O forse no. Non si aveva mai notizia di scioperanti morti, ma in compenso ogni tanto qualche nome spariva dall’archivio anagrafe. Jake provò un’improvvisa tristezza. Si chiese quanto avrebbe rischiato se fosse stato visto a parlare con quel ragazzo. Quanto avrebbe voluto tentare di convincerlo a scappare prima che arrivasse la polizia!
Con molta amarezza, voltò i tacchi e mosse qualche passo quando...

« Ciao!»
La voce giunse da lontano. Jake si voltò e vide Susan Marlow, la cugina di Simon che aveva conosciuto al funerale.
La giovane donna lo raggiunse e sorrise mentre tentava di ricordare il suo nome.
« Jake Norton, dico bene?» domandò, sollevando un’indice.
« Proprio io.» confermò Jake.
« Abiti qui vicino?»
« Più o meno. Non ne potevo più di stare in casa, e sono uscito.»
« Da solo?»
Jake annuì amaro.
« Già.»
Susan comprese e si coprì la bocca.
« Scusami.» disse e distolse lo sguardo.
« Non ti preoccupare.»
Susan mosse qualche passo e guardò il cielo.
« Dopo il funerale avrei dovuto tornare a casa.» iniziò a raccontare. « Ma l’idea di dover aspettare la settimana che mi separa dall’inizio del mio periodo lavorativo in quel paesino di campagna mi spaventava troppo. Posti del genere non sono fatti per quando si è tristi. Sentivo il bisogno di distrarmi, quindi ho prenotato una camera d’ albergo per trenta dollari a notte e sono rimasta.»
Si infilò le mani in tasca e guardò in basso.
« La solitudine, però, è sempre la stessa.» concluse, accennando un sorriso mesto.
«««««
« Vivi da sola?» domandò Jake.
« Sì, da quasi un anno.»
« Prima stavi con i tuoi genitori?»
Susan scosse il capo.
« No. Convivevo con il mio fidanzato.» disse e sospirò. « Non è finita bene. Stare da sola mi ha aiutato molto in quel periodo e ti dirò: in genere mi piace. Solo, sembra che non abbia mai imparato a dosare la solitudine. A volte è solo un peso... come ora.»
« Beh, a questo si può rimediare.» disse Jake. « Vieni con me.»

Dieci minuti dopo stavano varcando la soglia del Keenan’s, un pub che Jake frequentava da ragazzo. Era un locale ben illuminato e affollato, composto da due stanze. Le pareti interne erano rivestite di legno, e da esse pendevano diversi quadri con immagini pubblicitarie riguardanti la birra, aforismi sull’alcool e, all’entrata, una testa d’ alce. Su un angolino era allestito un piccolo palchetto con sopra una batteria e dei microfoni, per quando si organizzavano serate musicali. Le casse appese al soffitto diffondevano un brano di una band che Jake non conosceva. La musica moderna, ovvero gli unici generi musicali tollerati dal Restauration Party, non gli piaceva per niente.
« Hai voglia di qualcosa?» domandò Jake e Susan annuì.
« Prendo volentieri una birra.»
Andarono a sedersi ad un tavolo, e poco dopo un cameriere giunse per prendere le ordinazioni.
« È carino qui.» disse Susan quando se ne fu andato.
« Venivo qui con Simon e i ragazzi del nostro gruppo, diversi anni fa.»
« E ora?»
« Non ci riuniamo da anni. Sono andati via tutti quanti: due si sono sposati con ragazze di un altro stato e hanno cercato casa lì vicino, uno è andato a fare il giornalista a Washington e un altro si è spinto fino in Europa.»
« È un peccato. Che effetto ti fa guardare indietro, ora?»
« Non lo so... è come se quelli fossero tempi felici che non torneranno più. Da un paio d’anni a questa parte la mia vita è davvero monotona.»
« Come mai?»
Jake si grattò la nuca.
« Non saprei... Quando venivo qui avevo un sacco di aspirazioni, e ora mi ritrovo a fare l’ operaio a tempo determinato. Non ho realizzato niente di quello che volevo, e quello che mi piaceva, beh, ho smesso di farlo da un sacco di tempo. Non ho una relazione da anni, e vivo da solo in un appartamento sempre più piccolo e sempre più triste. Tutti i miei amici si sono sistemati e stanno bene da qualche parte lontano nel mondo, e io rimango qui a marcire.»
« Beh, riprenditi!» disse Susan con tranquillità.
« È impossibile.» ribatté Jake.
« Perché?»
« Tutte le cose che desideravo, o la maggior parte, sono state inserite nell’ indice delle Cose Immorali»
L’espressione sulla faccia di Susan cambiò all’improvviso, e la donna annuì tristemente.
« Capisco.» disse semplicemente, poi, guardandolo negli occhi, esclamò: « Jake, mi dispiace!»
Arrivarono le birre, e Jake bevve immediatamente un lungo sorso dalla sua.
« Non ti preoccupare. Ormai ci ho fatto l’ abitudine.» disse, poggiando il bicchiere sul tavolo. « Parliamo di te ora. Non so niente sul tuo conto. Da dove vieni? Cosa fai nella vita?»
Susan si passò una mano fra i capelli e disse di venire da un paesino a trecento miglia da lì chiamato Little Avenue, e di essere una maestra d’ asilo.
« Ma non per molto.» aggiunse
« Come mai?»
« Sono costretta ad educare i bambini secondo il Codice Etico. È la cosa che odio di più!» esclamò Susan, alzando lievemente il tono della sua voce. Si accorse dell’errore commesso e si mise una mano davanti alla bocca.
« Sono costretta a sgridarli se disegnano qualcosa che non è presente sulla lista delle cose disegnabili dai bambini. Ti faccio un esempio: sai che a quell’età raffigurano le cose in modo molto impreciso, no? Ebbene: una volta una delle mie alunne ha disegnato un uomo con un buffo taglio di capelli, e il preside mi ha costretto a ricordarle che una persona così nella realtà si sarebbe presa una multa. Ma questo è il minimo!»
Bene! Anche lei era contraria al Codice Etico. Bueno, muy bueno!
Passarono i successivi venti minuti a dirsi a vicenda le cose che odiavano di più della società di quel periodo. Jake le parlò di tutti i suoi sogni, di quello che avrebbe voluto fare e di quello che non si sarebbe mai immaginato che avrebbe fatto, e lei le raccontò della sua infanzia nel piccolo paesino dove aveva finito per fare la maestra. Ancora un po’, ed erano arrivati a scambiarsi i numeri di telefono.
Forse furono i bicchieri di birra che continuavano ad accumularsi sul tavolo, forse fu il fatto che si trovavano d’ accordo su quasi tutto, forse fu il modo in cui lei sorrideva di solito... fatto sta che dopo un po’ Jake cominciò a sospettare che Susan gli piacesse.
Pagarono e uscirono. Quello che successe dopo fu pura magia. Si trovava davvero bene con Susan, bene come non era stato da anni, e la sua sola vicinanza lo faceva stare meglio.
Poco dopo passarono di nuovo a Flower Street. Susan doveva attraversare il ponte per tornare a casa, e si fermarono per salutarsi.
Il giovane studente era scomparso. Jake sperò con tutto il cuore che fosse andato a casa, e mentre guardava il fiume scorrere sotto il ponte fu percorso da un brivido.
« Sono stata bene stasera.» disse Susan, sorridendo nel modo che lo aveva fatto impazzire per tutto il tempo che aveva trascorso con lei.
« Anche io.» disse lui e cercò di sorridere allo stesso modo, ma ottenne solo di sentirsi un idiota.
Per qualche secondo rimasero in silenzio, ognuno aspettando che l’altro dicesse qualcosa, e alla fine Susan lo salutò e se ne andò.
Jake la fissò allontanarsi per un po’, poi si voltò e proseguì per la sua strada.
Si sentiva leggero come non si sentiva da anni. Si sentiva felice come non era da anni. Si sentiva vivo.
Che si fosse di nuovo innamorato? Proprio nel momento in cui meno se lo aspettava, proprio quando gli serviva di più!
Aveva voglia di andare a casa saltellando. Forse il giorno dopo si sarebbe svegliato e non avrebbe provato niente, ma che glie ne importava, se ora era così felice? Gli sembrava di volare.
Prese le chiavi ed aprì la porta. Aveva già cominciato a calmarsi, e salì le scale con calma finché non giunse al suo appartamento.
Non appena entrò, sentì che quell’aria lo opprimeva. Aveva mentito, prima. Non aveva detto a Susan il vero motivo per cui si era lasciato andare, tanti anni addietro.
”Forse non merito neanche lei”, pensò fra sé e sé, ma poi scosse il capo e sussurrò al vuoto: “’Fanculo!”. Aveva passato troppo tempo lì dentro a deprimersi per la sua vita miserabile. Aprì tutte le finestre, batté su tutto quello che trovava come se volesse togliere la polvere, sventolò la tovaglia e cambiò le coperte del suo letto. Voleva liberarsi di tutti quegli atomi di infelicità che si erano accumulati durante gli anni.
Quando ebbe finito, si sentì leggermente soddisfatto.
Si infilò nel letto e si addormentò quasi subito.

Il giorno dopo si svegliò pensando a Susan. Quel pensiero gli dette forza durante tutte le ore di lavoro. Una volta tornato a casa, si fece una doccia veloce e si vestì con gli abiti più belli che trovò nell’armadio.
Prese il telefono e compose il numero che Susan gli aveva scritto su un biglietto, ma ebbe una brutta sorpresa. Il numero risultava inesistente.
Fissò per diverso tempo il suo cellulare, incredulo.
“Che significa?”
Sconsolato, si preparò la cena cucinando le prime cose che trovò nella dispensa tenendo il cellulare in tasca, sperando di sentirlo squillare da un momento all’ altro, ma l’ apparecchio si ostinava a rimanere muto.
Passò un’ora. Ne passò un’altra.
Alla fine aveva perso ogni speranza. Forse vedersi due volte in due giorni era troppo, forse quella sera lei non aveva voglia di uscire. Probabilmente sperare che lei lo chiamasse per incontrarsi anche quella sera era stato troppo pretenzioso da parte sua.
Dopo un po’ decise di leggere un libro, ma quando vide che ogni due o tre righe si distraeva lo ripose insieme agli altri e fissò il letto. La voglia di uscire gli era totalmente passata.

« Jake!» lo chiamò lei.
Ancora una volta a Flower Street, ancora una volta lei era comparsa dal nulla.
« Ehi, ciao!» esclamò lui, raggiungendola quasi di corsa.
« Ancora una volta da solo?»
« Come sempre.» rispose Jake, indeciso se rivelarle o no che aveva provato a chiamarla. « Cosa ci fai qui?»
« La stessa cosa che facevo ieri. Passeggio... ancora una volta da sola.»
Il momento era perfetto. Jake sentì che se non tentava ora lo avrebbe rimpianto.
« Ti andrebbe di camminare insieme? Posso farti vedere i bei posti che conosco.» propose.
Ancora quel magnifico sorriso!
« Mi piacerebbe molto.» rispose Susan.

Camminarono fino a Jimson Square.
Ancora quella magia, ancora quella sensazione di leggerezza! Jake era l’ uomo più felice del mondo.
Jimson Square era piccola. Ai lati c’erano degli alberi e qualche panchina. La statua di un cavallo impennato adornava il centro, altrimenti spoglio. Intorno alle panchine, delle piccole aiuole. Su un lato c’era una chiesetta con una torre alta e stretta. Le campane erano state rimosse e sostituite da degli altoparlanti che ogni ora trasmettevano la stessa musica, facendo tornare per un minuto in quel posto nel bel mezzo di una città ultramoderna i suoni di cento anni prima. Non era esattamente come tornare indietro nel tempo, ma a Jake piaceva sentire la registrazione campionata delle campane che suonavano nei pomeriggi che da piccolo passava a giocare in quel posto.
« È carino qui.» disse Susan, guardandosi intorno.
C’era solo qualche passante occasionale. Jake e Susan si sedettero su una delle panchine.
« Da piccolo venivo qui a giocare.» raccontò Jake.
« Che cosa facevate?»
« Da piccoli giocavamo a rincorrerci, poi venne il periodo dei videogiochi. Ci sedevamo su queste panchine con le nostre consolle e ci collegavamo per fare partite insieme finché non si faceva buio. Per anni abbiamo passato così i nostri pomeriggi. Poi sono arrivati i giorni delle passeggiate insieme e le serate delle uscite nei locali notturni, e abbiamo finito per ritrovarci al pub ogni sera finché tutti non se ne sono andati. Siamo rimasti io, Simon, e un paio di conoscenti che incontravamo occasionalmente.»
« E nessun altro?»
« Ogni tanto Simon portava con se Mary, che a sua volta invitava qualche amica per cercare di farmi attaccare bottone con qualcuno.»
« È strano come cambi la gente crescendo, vero?»
« In che senso?»
« Non riesco ad immaginarti che giochi ai videogames seduto qui.»
Jake ridacchiò.
« Non ti sembra che crescendo si perda la capacità di iniziativa che si aveva un tempo? Voglio dire: quando eravamo più piccoli ogni cosa qui intorno diventava parte di un nuovo modo di giocare... di divertirsi. Da piccoli si gioca sempre, in qualunque modo ti venga in mente mentre da grandi si finisce per passare tutte le sere nel solito locale con un altrettanto solito boccale di birra, o meglio, con tanti soliti boccali di birra.»
« Questa tua propensione all’alcool non ti fa bene.» disse Susan, ma il suo tono era scherzoso.
« Senti chi parla! Quelle due pinte sul tavolo ieri sera non erano mie!» ribatté Jake fingendosi offeso, e la risata argentina di Susan riempì la piazza.
« Comunque è vero. Lo vedo sempre con il mio lavoro, ma credo che sia dovuto solo al fatto che si cercano cose differenti a seconda dell’età. Dovresti imparare a cercare nuovi modi di essere felice con la stessa caparbietà di quando eri bambino.»
Jake la guardò e sentì che Susan era la donna della sua vita.
« Quando tornerai a casa?» domandò.
« Fra due o tre giorni.»
Jake annuì e dondolò leggermente la testa, sconsolato.
« Peccato.» commentò.
« Perché?»
Tre giorni. Tre giorni al massimo per vivere il suo nuovo amore. Al diavolo la cautela, doveva essere rapido!
« Perché con te sto molto bene.» le confessò. « Ieri sono tornato a casa felice come non ero da anni.»
Aspettò di vedere il viso di lei che assumeva un’espressione di imbarazzo mentre si alzava e lo salutava per tornare a casa, ma dopo un po’ vide che lei sorrideva.
Il tempo sembrò fermarsi.
« Vieni qui.» disse dolcemente Susan, e lentamente la sua bocca si avvicinò a quella di Jake.
Nei giorni a venire, Jake non sarebbe stato capace di ricordare con precisione quello che provò mentre le loro labbra si toccarono, ma per quanto confusa potesse essere la sua memoria, non dimenticò mai quanto fu bello. Si abbracciarono, e le narici di Jake furono pervase dal profumo di lei. Quel profumo... doveva essere per forza l’ odore della felicità.

Cosa ci trovava in lui? Jake si lambiccò su questa domanda per diverso tempo, mentre si rigirava nel letto, incapace di dormire per l’ euforia. Che cosa aveva visto Susan in quell’uomo brutto e malinconico?
E poi... come era potuto succedere tutto così in fretta?
Che fosse la volta buona? Che avesse trovato la donna della sua vita?
Il pensiero lo fece sorridere, e quando finalmente si addormentò la sua espressione era serena.

E siamo giunti così al secondo appuntamento con questo blog. Come vi sembra "Il profumo della felicità"? Cosa ne pensate di come la storia si sta sviluppando, di come è scritta, ecc? Quale pensate possa essere il colpo di scena a cui si assisterà nella terza, e ultima, parte di questo racconto? Considerazioni, supposizioni, giudizi (speriamo positivi), insulti all'autore... tutto questo e altro ancora è ciò che da un senso al box dei commenti che potete trovare qui sotto, quindi: sbizzarritevi! I vostri commenti sono caldamente desiderati, quindi non siate timidi!
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Questo blog può crescere solo grazie a voi. Io posso mettere il seme, ma ad annaffiarlo siete voi.
Grazie per essere arrivati a leggere anche questa piccola digressione :)
Ci vediamo giovedì prossimo per la terza parte di questo racconto!!!


giovedì 22 agosto 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - Parte 1

di Michele Giuli

"L’insegna del bar s'illuminava ad intermittenza, dando alla strada un’aria tipica di quei locali frequentati dai detective dei film americani degli anni ’80, o almeno quelli che Jake ricordava.
Il locale era molto piccolo, illuminato da un unico lampadario che sembrava risalire al ventennio scorso. In un angolo due vecchietti giocavano a carte alternando ad una mano un bicchiere di whisky e una tirata di sigaretta.
Jake Norton ordinò un Jack Daniel’s e lo sorseggiò, gettando frequenti occhiate alla porta che rimaneva ostinatamente chiusa. Ma dove diavolo era finito Simon? Si erano dati appuntamento alle 8.00, ma era già passato un quarto d’ora.
Uscì a fumare una sigaretta (dopo la Riforma, i locali come quello erano diventati gli unici posti dove si poteva fumare vero tabacco all’ infuori di casa propria e delle poche apposite zone per fumatori, e lui intendeva approfittarne) quando d’un tratto il suo cellulare squillò. Il suono lo fece sobbalzare. Era sicuro di averlo lasciato a casa, ma tastandosi i pantaloni lo trovò in fondo alla tasca destra.
Premette il tasto di risposta.
« Pronto?»
« Jake, sono Matthew.»
« Oh, ciao! Cosa c’è?»
« Simon è morto.»
Quelle tre parole, pronunciate dalla voce profonda e fredda di Matthew, gli fecero gelare il sangue nelle vene. Rimase immobile a fissare la strada buia per diversi secondi, mentre a tratti la condensa del suo fiato gli usciva dalla bocca. Deglutì diverse volte prima di riuscire a parlare di nuovo.
« Come sarebbe a dire “morto”? Cosa è successo?» esclamò.
« Si è buttato dalla finestra del suo appartamento un quarto d’ ora fa.» disse Matthew. Cercava di mantenere un tono freddo e diretto, ma la sua voce era spezzata dal dolore. Avrebbe voluto essere meno brusco nel dare quella notizia, ma la schiettezza gli era sembrato il modo meno doloroso per farlo.
« Ma perché? Che motivo... insomma... voglio dire...» fece Jake, provando a formulare una frase di senso compiuto.
« Non lo so.» disse Matthew.
« Come sta Mary?» domandò Jake, alludendo alla moglie di Simon.
« Le abbiamo appena telefonato a San Francisco... è disperata. Ha detto che tornerà con il primo volo. Tu dove sei?»
« Sono davanti al Jimmy’s... stavo aspettando Simon. A... adesso vengo» mormorò Jake.
« Non farlo, Jake... non è un bello spettacolo.»
Jake riattaccò e si diresse di gran carriera nel quartiere dove abitava Simon. L’ estremità inferiore della sua giacca grigia gli sbatteva contro i polpacci mentre scompariva nella nebbia.

Dexter Street era praticamente vuota quando arrivò. Eppure avrebbe dovuto essere piena di gente! Quando avvengono delle disgrazie, tutti provano un minimo di curiosità. La triste verità è che per quanto certe cose ci facciano ribrezzo e ci disgustino, ogni volta che sentiamo di una morte al telegiornale non riusciamo a cambiare canale se non nell'intervallo fra una notizia e l'altra. C’è una curiosità morbosa che ci spinge a rimanere ad ascoltare anche se farlo ci fa orrore. Jake ricordava quando da piccolo sua madre gli diceva che se, passando per i vicoli bui, qualcuno avesse tentato di fargli del male, o fosse stato comunque in pericolo, non doveva gridare “Aiuto!” ma: “ Al fuoco!” perché la gente ha paura di farsi avanti per aiutare qualcuno ma quando si tratta di assistere a qualcosa come un incendio accorre sempre in gran quantità.
C’ erano solo un paio di agenti che stavano recintando con strisce gialle la zona intorno al cadavere di Simon.
Matthew, un omone alto con una barba vecchia di un paio di settimane ed una folta chioma riccioluta gli venne incontro. Piangeva. Lo abbracciò, ma Jake rimase immobile. Dopo pochi secondi di silenzio, la sua bocca si piegò in una smorfia e le lacrime cominciarono a sgorgargli dagli occhi.
Oltre la spalla dell’ amico, Jake notò un lenzuolo bianco steso per terra. Sotto di esso, non una figura riconoscibile, solo qualche bozzo che ne piegava la superficie ne sporcava di rosso il tessuto.
Quando realizzò che quell’immagine informe e inumana che stava guardando era tutto ciò che restava di Simon, Jake provò un brivido freddo lungo la schiena e gridò come non gridava da anni, e non sarebbe riuscito a distogliere lo sguardo da quel macabro e terrificante spettacolo se Matthew non l’ avesse scosso con forza.
« Ora calmati, Jake.» mormorò. « È meglio se ce ne andiamo, forza.»

Tornato a casa, Jake aprì la porta del suo appartamento ed accese le luci. Se ne andò in silenzio in camera da letto ed iniziò a spogliarsi.
 Lo sguardo gli cadde casualmente sul comodino e Jake notò che il suo cellulare era lì sopra. Si tastò nuovamente i pantaloni. Quando diavolo se lo era tolto di tasca? Dopo meno di due secondi decise che la cosa non gli importava e finì di cambiarsi per poi fumare una sigaretta sporto dalla finestra della camera, guardando il cielo reso vuoto dall’ inquinamento luminoso.
Aveva conosciuto Simon quando si era fatto bocciare alle superiori. In poco tempo avevano scoperto di condividere gli stessi interessi ed erano diventati amici. Dopo le superiori, Jake si era iscritto all’ università mentre Simon aveva cercato subito un lavoro, ma si erano tenuti in contatto. L’ università frequentata da Jake era lontana, ma i due amici cercavano di vedersi ogni volta che potevano.
Era stato in quel periodo che Simon, il quale era passato per molto tempo da una ragazza all’ altra, aveva conosciuto Mary. Jake era stato il loro testimone quando si erano sposati due anni dopo, e gli era costato un paio di settimane di depressione: proprio non riusciva a capire perché la fortuna con le donne non fosse distribuita egualmente fra tutti gli uomini!
La faccenda gli era sempre pesata. Era un uomo poco attraente, silenzioso ed introverso, che non aveva mai avuto modo di far sfociare la laurea in Lettere in un lavoro ben retribuito e si era ritrovato a fare l’ operaio con un contratto che sarebbe scaduto fra meno di due mesi. In pratica, una persona che bisognava amare davvero per starci insieme.
Quando era stata l’ultima volta che una donna era entrata nel suo appartamento? Se la ricordava perfettamente: lei si chiamava Jane, era bionda e dalla pelle molto chiara, ed era successo nell’ inverno di due anni prima. Pochi giorni dopo Jane aveva deciso che Jake non le interessava più e se ne era andata con un altro.
Simon, invece, per tutti quegli anni aveva goduto di un’ ottima vita matrimoniale con Mary, una donna per la quale Jake aveva avuto a lungo una cotta.
“Chissà come sta ora!” pensò mentre finiva di fumare la sigaretta e la gettava via.
Si mise a letto e si addormentò quasi subito.

Il giorno dopo la prima cosa che fece appena arrivato al cantiere fu andare da Gordon Healin, il suo capo, per chiedere un permesso.
« Cosa devi fare?» domandò Healin, con il solito tono burbero e scontroso.
« Devo andare ad un funerale, Gordon.»
Healin era un uomo alto dalla pelle abbronzata. Era un po’ attempato e i suoi corti capelli ricci, un tempo castani, cominciavano a presentare striature bianche. Secondo la leggenda nessuno. nemmeno sua moglie, lo aveva mai visto senza l’ immancabile sigaretta che gli pendeva dalle labbra.
Jake rimase in silenzio, aspettando che gli rispondesse.
Gordon fece un tiro di sigaretta ed espulse il fumo dalle narici. In teoria non avrebbe potuto fumare lì, ma non glie ne era mai importato molto delle leggi.
« Mi dispiace. Chi è morto?» domandò.
« Un mio vecchio amico.»
« Posso rinunciare a te per un pomeriggio, ma dopo non potrò più concederti niente. Siamo stretti con i tempi, lo sai.»
Jake lo ringraziò e si voltò per andarsene, ma dopo qualche metro fu richiamato da Gordon.
« Per curiosità, come si chiamava il tuo amico?»
« Simon Goodwith.»
« Simon Goodwith?» ripeté Healin.
« Sì. Lo conoscevi?»
Healin socchiuse gli occhi e lo fissò per qualche secondo.
« L’ ho visto qualche volta al pub.» disse. « Non sapevo che fosse un tuo amico. Mi dispiace.»
« Questo l’ hai già detto.» gli fece notare amaramente Jake, e tornò al suo posto di lavoro.

Al funerale di Simon non ci fu molta gente. Jake rimase in silenzio per tutto il tempo, fissando il terreno, ma quando andò a fare le condoglianze ai parenti del suo amico non poté trattenere le lacrime.
« Jake!» gemette Mary, la moglie di Simon, quando lui la abbracciò. « Mi manca così tanto!»
« Mi dispiace davvero, Mary!» singhiozzò Jake.
Rimasero per qualche secondo in un abbraccio silenzioso, cercando di confortarsi l’ un l’ altro.
Jake scosse il capo e fece per aprire la bocca, ma non disse niente.
Dopo che i resti di Simon furono sepolti, rimase per diverso tempo in piedi davanti alla lapide, anche quando tutti gli altri se ne furono andati.
Sentì dei passi alle sue spalle.
« Lei era amico di Simon?» domandò una voce femminile.
Jake si voltò e vide una donna dai lunghi capelli neri. Dall’aspetto si sarebbe detto che aveva all’ incirca venticinque anni. Era poco più bassa di lui, aveva un viso ovale e un po’ di lentiggini. I suoi occhi erano molto grandi e profondi. I segni del pianto erano ancora visibili.
Jake annuì.
« Lei chi è?» domandò.
« Susan Marlow... sono una cugina di Simon.»
« Sua cugina?» ripeté Jake. Simon non gli aveva mai parlato di lei.
« Sì. Lei invece è...?»
« Jake Norton.» si presentò lui, e le strinse la mano. « Mi dispiace per Simon.»
« Questo lo vedo.» disse lei e accennò un sorriso mesto, per poi tornare a guardare la lapide.
« Erano anni che non lo vedevo.» disse, e la sua voce si incrinò. « Progettavamo da tempo di fare una vacanza insieme. Sa... da piccoli eravamo molto legati. Lui e Mary sarebbero stati per qualche tempo da me e i miei genitori, ma ogni volta c’ era un impedimento e dovevamo rimandare. Avremmo dovuto vederci fra tre settimane.»
Le lacrime sgorgavano calde dai suoi occhi. Si coprì il viso con una mano e rimase lì a singhiozzare mentre Jake, che non sapeva cosa dire, assisteva imbarazzato alla scena.
Alla fine lei riacquistò parzialmente il controllo e se ne andò dopo averlo salutato. Jake si sedette sull’erba e stette ancora per un po’ davanti alla tomba di Simon, immerso nel silenzio.

Quella sera, mentre Jake stava consumando un pasto surgelato, suonarono alla porta. Jake andò a rispondere al citofono e dalla cornetta gli giunse una voce maschile.
« Parlo con il signor Norton?» domandò lo sconosciuto.
« In persona. Posso aiutarla?»
« Qui è il detective Yuleson. Posso salire su?»
Jake ammutolì per qualche secondo.
« Ma certo.» disse alla fine, e premette il tasto per aprire la porta. Pochi secondi dopo, un uomo grasso e di colore, con pochi capelli, vestito con un paio di jeans e una giacca di pelle e prossimo alla cinquantina varcò la soglia del suo appartamento.
« Salve.» lo salutò e gli strinse la mano, e si guardò intorno.
« Posso chiederle perché è qui?»
Yuleson si voltò verso di lui e disse: « Sono qui per parlare con lei di Simon Goodwith.»
« Non capisco... » fece Jake. « Cosa vuole sapere?»
Yuleson vide il posacenere sul tavolo, e subito chiese: « Le dispiace se fumo?»
« No. Faccia... faccia pure.» acconsentì Jake, confuso, e il detective tirò fuori da una tasca una sigaretta.
« So che lei era sul luogo del suicidio del suo amico, due sere fa.» iniziò, andando verso una finestra. La aprì e si sporse fuori, poi accese la sigaretta.
« Sì. Ma... cosa c’entra lei con Simon?» domandò timidamente Jake.
« Mi hanno assegnato il suo caso.»
« Cosa vuol dire? Si... si è buttato da una finestra. Che altro c’ è da sapere?»
« Oltre al motivo per cui si è buttato? Beh, innanzi tutto se quello che è sembrato un suicidio era davvero tale.»
« In che senso?»
Yuleson gettò la cicca dentro il portacenere e dopo aver fatto un altro tiro disse: « Ieri mattina la polizia è entrata in casa del signor Goodwith. Il suo salotto era tutto in soqquadro e c’ erano segni di colluttazione. Vetri rotti, quadri caduti... e sono stati ritrovati pezzi di un indumento che non era del suo amico, con sopra dei capelli che non corrispondevano a quelli del deceduto.»
Jake non riusciva a credere a quelle parole. Si sedette e rimase in silenzio a metabolizzare quelle notizie.
« Perché?» mormorò alla fine, fissando il vuoto con occhi vacui.
« È quello che stiamo cercando di scoprire. Speravo che lei, che era un grande amico del signor Goodwith, potesse darmi qualche dritta.»
Jake scosse il capo. Yuleson spense la sigaretta nel posacenere e disse: « Il signor Goodwith era in contrasto con qualche suo conoscente, per caso? Non le viene in mente nessuno che avrebbe potuto volerlo uccidere?»
« No... non mi viene in mente nessuno...»
« Quali erano gli interessi del signor Goodwith? Può dirmi che cosa faceva...quali posti frequentava?»
« So che era un appassionato di corse ippiche e di poker... andava spesso a fare partite al Bale’s Inn. Oltre a questo posso dirle che le piacevano lo sport e il cinema, ma non so a cosa possa servire. Per vivere realizzava cartelloni pubblicitari, ma credo che questo lei lo sappia già. »
« Ogni dettaglio può servire a qualcosa.» lo rassicurò Yuleson.
Jake fece una pausa per trovare le parole.
« Purtroppo non mi viene in mente nessuno. Eravamo amici da anni e ricordo che parecchio tempo fa rimaneva spesso coinvolto in delle risse, ma è una vita che non succede più...»
« Un debito di gioco?» suggerì Yuleson « Mi ha appena detto che era un appassionato di poker.»
« Ne dubito. Credo che me lo avrebbe detto.»
« E se non lo avesse fatto?»
« Lo reputo comunque improbabile.» rispose Jake.
Yuleson continuò a fargli domande per una decina di minuti, poi decise che per quella sera aveva fatto abbastanza. Se ne andò lasciando Jake ancora più confuso di quando era entrato."



Oh, finalmente ci siamo decisi! A partire da oggi, ogni giovedì, su questo blog, verrà pubblicato uno dei miei racconti brevi, o una parte di essi in caso risultino troppo lunghi per un solo post.
Questo racconto è parte di un progetto in collaborazione con Lorenzo Vargas ( visitate il suo blog, ve lo consiglio. Lo potete trovare QUI). Tale progetto prevedeva che entrambi, più gli altri a cui avevamo chiesto di partecipare ma che infine hanno declinato, scrivessimo ognuno cinque racconti a testa, su cinque temi diversi (che, a meno che non vogliate spoilerarvi i finali di alcuni dei racconti, tra i quali c'è anche questo, è meglio che rimangano a voi sconosciuti). Per adesso, tutti e due siamo ancora nella fase "work in progress". Avendo nominato Lorenzo, colgo l' occasione per suggerire a tutti di dare uno sguardo a QUESTA PAGINA, ovvero la pagina dove sono stati raccolti i fondi per la pubblicazione indipendente del suo romanzo "Pierre non esiste", nella quale possono essere trovate descrizioni e anteprime del libro, ora finalmente disponibile in copia cartacea.
Tornando al racconto di oggi, spero vi sia piaciuta questa prima parte. Se sì, perché non scriverlo in un commento e magari condividere il post con l' apposito pulsante? Se la risposta è no, perché non commentare spiegando perché non vi è piaciuta?  :)
Per la seconda parte di questo racconto, ci vediamo giovedì prossimo!!! :D
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