lunedì 28 ottobre 2013

"Il Drago consiglia...": "Theatre is Evil" - Amanda Palmer


Del personaggio (che adoro) di Amanda Fucking Palmer si è parlato anche troppo, quindi salterò i particolari su di lei e parlerò direttamente del suo ultimo album, "Theatre is Evil", che potete ascoltare interamente QUI (con tanto di tracce non presenti nel cd, più  un paio di live e crossover da altri album... bello youtube... sì...)
Un paio di note storiche: dopo essere riuscita nel suo intento di rescindere il contratto con la Roadrunner Records ed essersi dedicata ad un paio di album solisti la Palmer ha iniziato a lavorare su quest'album, finanziandone la produzione tramite una campagna di crowdfunding. Per la realizzazione delle canzoni si è avvalsa della collaborazione con i Grand Theft Orchestra.
Passiamo all'album: la prima traccia è "Meow Meow introduces the Grand Theft Orchestra", in cui una voce, all'inizio leggermente distorta, presenta in tedesco il gruppo al pubblic. Si passa poi a "Smile", canzone dalle tastiere potenziate fino a raggiungere un tono quasi pomposo, onnipresenti e permeanti a tal punto che gli altri strumenti sembrano essere inglobati da esse. La canzone si conclude con un sentito "I don't want to die", frase a metà fra un gemito disperato e piangente, ed un'esclamazione energica. 
Seguono tre canzoni dai toni più allegri (il che non si accompagna per forza ad un'allegria nei testi). Sono quelle canzoni perfette per iniziare la giornata in un mattino soleggiato. 
"The Killing Type" presenta un'andatura calma ma sostenuta, "Do it with a rockstar" è un'iniezione di energia dritta nelle orecchie dell'ascoltatore, "Want it back" infonde un'irrefrenabile voglia di mettersi a ballare fin dal primo verso della prima strofa (perlomeno a me XD).
Da qui si passa a toni più malinconici con "Grown Man Cry" e "Trout Heart Replica", quest'ultima caratterizzata da un bellissimo accompagnamento d'archi. Parere personale: il testo è bellissimo!!!
Questa fase dell'album si conclude con l'intermezzo strumentale "A Grand Theft intermission", che introduce la seconda metà dell'album, quella dove sono più riscontrabili elementi autobiografici (con un paio di dediche esplicite a Brian Viglione, l'ex batterista/amante di Amanda), tappe finali nel viaggio verso l'anima messa a nudo dell'artista. 
A "Lost" segue "The Bed Song", canzone molto commovente di soli piano e voce, sul tema della mancanza di comunicazione. La canzone segue attraverso varie scene la vita di una coppia dall'inizio dell'amore che unisce i due protagonisti fino alla loro morte, e il loro progressivo allontanamento l'una dall'altro: non hanno il coraggio di parlare dei loro problemi. Questo allontanamento è mostrato attraverso la metafora del loro letto, che passa dall'essere un sacco a pelo condiviso ad un materasso sempre più grande, fino all'immagine delle loro fredde lapidi sotto un ciliegio. Ormai in punto di morte, i due trovano il coraggio di chiedersi a vicenda "qual'era il problema". A voi il compito di scoprire cosa si dicono. Dico solo che, la prima volta che l'ho sentita, questa canzone mi ha fatto piangere. 
"Massachussets Avenue" e "Bottomfeeder" conducono a "Melody Dean", canzone anche questa molto energica sul tema delle coppie aperte, dal riff che ricorda molto "My Sharona" dei The Knack. 
tipi tranquilli, insomma...
A questo punto, sospensione: le note lente di un pianoforte malinconico introducono "Berlin", per poi evolversi in un crescendo di emozioni. Da questa sospensione malinconica, "Berlin" si evolve in un brano sempre più struggente dalla voce piena di angoscia e una punta di rancore, che diventa velocemente un'esplosione di rabbia e conduce ad una conclusione punk-cabaret, per poi risolversi in un ritorno al malinconico pianoforte iniziale negli ultimi versi. 
Chiude l'album "Olly Oxen Free", pezzo veloce ed energico sul senso di abbattimento dopo un non meglio specificato fallimento, che conduce al senso ultimo di tutta l'arte della Palmer: la liberazione e il raggiungimento della felicità attraverso l'espressione artistica. Con lo stesso accordo finale della sua prima canzone, si chiude così "Theatre is Evil".
Questo album è un'ulteriore tappa nell'evoluzione artistica della Palmer, la quale fa un uso molto più pesante delle tastiere in favore di sonorità più pop-rock di prima, sebbene il suo stile possa essere facilmente riscontrato in tutti i brani dell'album e l'elemento punk-cabaret che caratterizzava i Dresden Dolls torni a volte a galla.
L'imperfezione canora della Palmer può far storcere il naso a qualcuno, ma a mio parere è totalmente compensato (anzi, ci sta pure bene) dalla grande espressività della sua voce - e non è detto che il secondo elemento non sia una conseguenza del primo. 
Theatre is Evil rappresenta un cambiamento per i fan di Amanda Fucking Palmer. Personalmente, l'ho trovato bellissimo e, come per ogni cosa recensita ne "Il Drago consiglia...", ve lo raccomando volentieri. 

E questa era la recensione di questa domenica. Che ne pensate? Conoscevate già l'album? Che impressione vi ha fatto? Avete giudizi totalmente diversi da quelli espressi qui a riguardo? Se è la prima volta che lo sentite nominare, lo avete ascoltato? Se sì, vi è piaciuto o no?
Per adesso, me ne vado a letto e vi do appuntamento a giovedì notte, quando verrà pubblicata la prossima parte di "Un frullato per farti bella". Giovedì notte, perché mi sono reso conto che, in un modo o nell'altro, finisco spesso per pubblicare un post nelle prime ore del giorno dopo quello prefissato, quindi da questo articolo cambiano ufficialmente le date di pubblicazione.
I racconti verranno pubblicati nella notte fra giovedì e venerdì, i post de "Il Drago consiglia..." durante quella fra domenica e lunedì. Il Drago passa come il topolino dei denti, ma al contrario di lui non arraffa parti di voi, bensì lascia una traccia digitale sulle bacheche facebook (e già mi vedo gli indici alzati sopra al tasto del mouse, il cursore che punta esattamente sopra il tasto "non mi piace più" XD)
Ci vediamo giovedì!!!
--- MICHELE GIULI ---


venerdì 25 ottobre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 3


La settimana dopo, Agnes si presentò munita di una piccola borsetta che impugnava come un arma. Fece disporre tutti in cerchio come la volta precedente e si sedette fra Eddie e Timothy.
« Avete passato tutti una buona settimana?» domandò, ottenendo un paio di risposte borbottate.
« Suvvia, avrete qualcosa da raccontarmi!» esclamò, e si sistemò meglio sulla sedia. « Ragazzi, io vorrei instaurare con voi un rapporto più intimo di quello che c’è di solito fra un educatore e i ragazzi del recupero, ma come faccio se voi chiudete i vostri cuori dinanzi a me?» domandò grave, mettendo su un’espressione da cucciolo ferito.
Nella stanza calò un lungo silenzio imbarazzante. Agnes attese stoicamente che qualcuno parlasse, invano. Quando furono trascorsi davvero troppi secondi, parlò di nuovo, come se niente fosse successo.
« Io l’altro ieri sono andata a comprare delle piantine nuove. Sapete, vivo in un appartamento in cima al 27 di Main Street, e ho riempito tutti i miei terrazzi con vasi su vasi. Ho piante di ogni varietà...»
« Anche piante da frutto?» la interruppe Alice, maliziosa.
Agnes sorrise entusiasticamente e rispose: « Sì! Ho mele, arance e peri. Oh, non sto qui a dirvi quanto è stato difficile ottenere tutti i permessi necessari per tenerle, ma mi sono impuntata. “Le voglio, e le terrò!”, ho detto, e alla fine sono riuscita a risolvere il problema. Ogni settimana un agente dell’antidroga viene a casa mia e conta i frutti, quando è stagione, e ogni volta che uno marcisce e cade devo conservarlo per mostrarlo alla prossima visita. Solo dieci minuti la settimana, e ho il terrazzo più bello di tutta la città!»
Si sistemò meglio un’altra volta, e assunse un’espressione complice.
« Vi dirò: diverse volte in passato sono stata tentata di addentare uno di quei frutti, ma poi ho pensato che sono molto più belli sui rami delle loro piante che dentro il mio stomaco... e anche io sono più bella e in pace con il mio corpo!» disse, poi ridacchiò e si rivolse a Eddie.
« Tu invece, Eddie? Che cosa hai fatto questa settimana.»
Il giovane decise di giocare la carta della falsa cordialità.
« Mah, niente di che.» disse ostentando un finto sorriso. « Ho lavorato ai servizi sociali, sono uscito con gli amici, ho letto un po’.»
« E cosa hai letto?» domandò Agnes, e sembrò quasi sinceramente interessata.
« Un po’ di tutto.» minimizzò Eddie, poi passò allo specifico: « All’inizio ho letto un po’ di Leopardi, poi sono passato a Whitman, Ginsberg, e ieri ho iniziato un nuovo romanzo di Carlson*»
« Beh, da quanto mi hai detto, sembra che tu abbia fatto di più che “leggere un po’”»
« Mi piace leggere, è rilassante.» confessò Eddie, e aggiunse: «... e poi, ora ho molto più tempo libero.»
« Come mai?»
« Quando alla fabbrica dove lavoravo hanno saputo che sono stato arrestato, mi hanno licenziato.»
Agnes lo guardò con compassione e disse gravemente: « Avere a che fare con certe sostanze può veramente rovinarti la vita, a volte... ma non preoccuparti! Se saprai ricominciare da capo, e non infrangerai più la legge, ti costruirai una vita cento volte più bella di quella che avevi prima!»
Detto questo, si rivolse al resto del gruppo e chiese: « Nessun altro vuole condividere con noi le sue esperienze?»
Di nuovo, ottenne un sempre più imbarazzante silenzio, e stavolta se la prese a male.
« Molto bene.» concluse, lievemente irritata.
« Se siete tutti d’accordo, vorrei fare un esperimento. Alice cara, posso farti qualche domanda?»
« Ancora?» sbuffò Alice, ma acconsentì.
« Perfetto. Ora scusami se sono un po’ brusca, ma ce l’hai un ragazzo?»
« No.» rispose la ragazza, impassibile.
« Degli amici?»
« Edgar e Ron.»
« In famiglia tutto bene?»
« Sì.»
« E che mi dici di...»
« Non funziona.» la interruppe nuovamente Alice. « Sta cercando come tutti di trovare dei punti deboli per spiegare la mia voglia di mangiare ad un desiderio di evasione. Sapesse quanto ci hanno provato.»
« Alice, io sono qui per aiutarvi, non per trovare dei punti deboli in voi! Non sono un nemico che tenta di abbattere un avversario!» esclamò Agnes, offesa. « Stavo solo cercando di capirti meglio, e credo di esserci riuscita. Tu... tu tendi ad essere aggressiva con chiunque ti circondi, vero?»
Alice rimase in silenzio.
« E non sei molto felice di come gli altri si sono comportati con te, vero?»
Di nuovo, silenzio.
« E credi che comportandoti così sarai diversa da loro, dico bene?»
Da quel momento, Agnes si lanciò in una requisitoria sull’apparenza. Parlò di come fosse nella natura umana giudicare fin dal primo sguardo, e di come fosse sempre stato importante tenerne conto per vivere felicemente con il resto della comunità. Spiegò inoltre che poiché anche ‘occhio vuole la sua parte, era importante non solo vivere in un corpo in cui riconoscersi (altrimenti chi si fosse riconosciuto in un corpo flaccido non avrebbe avuto problemi), ma anche che gli altri possano apprezzare. Disse che dall’aspetto si potevano intuire dettagli fondamentali su chi si aveva davanti perché, ancora una volta, “Ciò che è manifesto fuori, sta anche dentro”. Ritornando all’argomento di chi non ha interesse nell’avere un corpo esteticamente apprezzabile, insinuò che queste persone avessero qualche disordine mentale. Citò elementi di psicanalisi di bassa lega a favore delle sue teorie, e tentò anche di usarli per dimostrare che, ad esempio, la barba di Timothy era un segnale della sua insicurezza.
« Vuoi una dimostrazione di quello che dico?» domandò alla fine.
Alice esitò, poi rispose, titubante: « Sì.»
Dopo quella risposta, nessuno seppe più cosa aspettarsi. Agnes tirò fuori dalla borsetta che aveva portato con sé un pettine e si avvicinò ad Alice, e dopo averle chiesto il permesso iniziò a pettinarla, poi le truccò un poco il viso. Nel farlo, si dimostrò abilissima: Alice sembrava quasi un’altra persona, alla fine. Aveva un fondotinta che le rendeva la pelle più scura, e il viso era messo in risalto dalla nuova acconciatura dei capelli. A lavoro ultimato, Agnes le porse un piccolo specchio.
« Vedi, cara?» domandò, e Alice cominciò a camminare al centro del cerchio, sinceramente sorpresa.
« Questo è solo un piccolo esempio di come un diverso modo di apparire può cambiare significativamente il modo in cui ci si percepisce e si viene percepiti. Come ti senti ora?»
La mano della ragazza scivolò incerta fra i capelli.
« Io...» fece Alice.
« Avanti, non essere timida.»
Alice esitò. Fissò la sua immagine riflessa senza dire una parola per diversi secondi, con un’espressione sempre più sbalordita, poi... scoppiò in una grossa risata. Le pupille di Agnes si restrinsero di un paio di millimetri mentre la giovane si piegava in due dal ridere.
« Oh mio Dio, sono ridicola!» rise Alice con voce cristallina, e restituì lo specchio ad Agnes, aggiungendo: « La prego, mi tolga questo trucco di dosso!»
Gli altri presenti risero a loro volta. Eddie, tuttavia, notò che qualcuno rimase in silenzio.
« Agnes, l’ho presa in giro fin dall’inizio. Sono stata scontrosa perché lei faceva di tutto per rendermi diffidente, e, come ho detto l’altra volta, perché odio l’idea di stare qui. Comunque, sono dispostissima a parlare, a partecipare seriamente alle discussioni che faremo sicuramente durante le sedute, ma lei deve promettermi che non sarà mai più così infida. E se si chiede perché oggi ho fatto questa scenata, beh, volevo dimostrarle una cosa. È vero, tanti giudicano dal primo sguardo; l’ha fatto lei, e si è sbagliata.»
Agnes avrebbe potuto disintegrare qualcuno solo guardandolo, ma riuscì a contenersi.
« Oh, e va bene, mi sono sbagliata.» disse, cercando di simulare una risata, e aggiunse: « Scusami. Ma resta il fatto che sbagli a mangiare cibo tradizionale, e che per di più infrangi la legge.»
« Sulla prima cosa ha ragione, non condivido la prima, ma potrei cambiare idea. Le ripeto, lei mi promette che sarà onesta con noi, e che si comporterà da amica come ha detto che avrebbe voluto fare?» disse Alice, sorridendo, e le porse la mano. Agnes la guardò meglio, e rimase colpita. Dopo una lunga esitazione, strinse la mano alla ragazza. Era troppo impegnata a fissarla sbalordita, per notare che lo sguardo di Alice era quello di una che sapeva di aver vinto.
Quella sera, Eddie se ne andò a casa sentendosi sollevato. Appena uscirono però, sentì Timothy e Oscar discutere su quello che era successo quel giorno. Oscar disse che secondo lui Agnes non aveva detto “solo stronzate” quel giorno. Timothy se la prese a ridere e commentò qualcosa a bassa voce con un tono a metà fra il divertito e il malinconico, e con questo il discorso fu chiuso e i due amici se ne andarono insieme a casa. Eddie osservò la scena e pensò che anche se di solito gli piaceva la divergenza di opinioni, questa volta ne fu rattristato. Tutte le teorie di Agnes, e della Lifegrass, per le quali la cosa più importante era l’apparenza (mentre in passato, per loro stessa ammissione, gli integratori LG avevano come scopo principale il raggiungimento di una non meglio specificata salute), gli sembravano in qualche modo degradanti.
Una volta separatosi dagli altri, per onestà intellettuale, si fece un esame di coscienza mentre camminava. Come aveva sempre fatto, si mise in discussione.
Per cosa era nato tutto quello? Per un’omelette. Aveva senso che lui si infervorasse tanto a farne una questione di critica al governo, alla società, alla cultura?
“Non credo”, rifletté.
Lui mangiava perché gli piaceva, punto. Ma era giusto quello che aveva fatto? Infrangeva la legge, ovvio, ma lui non era mai stato il tipo da importarsene molto, almeno per quelle cose. Applicava all’acquisto di cibo tradizionale la stessa logica di quelli che scaricavano musica pirata.
“No, non sto veramente pensando a queste cose...” si disse, ed era vero, perché tutti questi pensieri senza un vero scopo servivano solamente a cercare di seppellire un refuso della cultura in cui era cresciuto, emerso per la prima volta dai meandri della sua mente. Eddie era nato e cresciuto in quella città, e gli era stato insegnato a percepire il mondo intorno a lui secondo pensieri e idee che aveva poi rifiutato da grande. Il problema era che quelle idee avevano influenzato la sua identità da piccolo, era ovvio che un piccolo refuso ci sarebbe stato sempre. Un po’ come quando si cancellano dei file dal proprio computer: nella memoria operativa restano comunque delle piccolissime tracce difficili da eliminare.
I principi affermati da Agnes... erano davvero così degradanti, o era il suo sguardo ad essere superficiale? Ricordava quando da piccolo gli si diceva che era importante il giudizio degli altri perché “nessun uomo è un’isola”, e lui provava a rispondere che forse quella frase aveva un significato più profondo. Gli dicevano che era una regola che la società si dava, rispondeva che forse la società avrebbero dovuto basarsi su altri principi fondamentali, e magari più umani. Lo avevano preso per uno scapestrato che sarebbe cambiato crescendo, capendo quello che allora non capiva. Forse che c’era davvero qualcosa che non capiva? Forse che il suo chiedersi perché bisognasse guardare ai vestiti o al fisico piuttosto che agli occhi e all’umanità fosse un lato infantile di lui che era ora di eliminare? Forse che era ora di accettare l’ideologia del branco, capire che conformarsi era l’unico modo giusto di vivere...
...O forse questo era quello che la sua famiglia avrebbe voluto vedergli pensare? Eddie fece come sempre, si fermò e si guardò intorno. Vide una madre sgridare la figlia.
« Piantala di guardare il cielo, che dopo la gente pensa che sei matta!»
Eddie fu fortunato: quella singola visione bastò ad abbattere il refuso. Dopo quella riflessione, i suoi principi acquisirono più forza. Al contempo erano cambiati. Prima, se qualcuno lo criticava per questioni come l’apparenza, se ne fregava. Ora, si sentiva più in vena di fregarsene del fatto che tal persona lo avrebbe criticato, più che. Sistemava così la frase che gli era stata detta una volta: “se non ti importa del giudizio degli altri, non ti importa degli altri.
Si sentì più sollevato, e riprese a camminare sorridendo. Poche decine di metri dopo, sentì il suono di un flauto che gli pareva familiare, e si voltò alla sua destra.
Il matto a parimerito era ancora lì, nello stesso vicolo nel quale Eddie lo aveva lasciato la settimana scorsa, sempre a suonare ai serpenti finti che aveva montato sui suoi piedi.
Eddie prese qualche spicciolo e andò a dargli l’elemosina. Il vecchio lo ringraziò, ma stavolta non riprese a suonare. Si tolse le montature a forma di serpente dai piedi, si infilò degli stivali logori e ripose il flauto in una delle larghe tasche del suo giaccone verdastro.
« Per oggi ho finito. Me ne torno a casa.» annunciò. Aveva una voce calda, calma e rilassata, talmente diversa da quella impostata che usava quando ringraziava la gente, che a Eddie quasi sembrò di avere davanti una persona diversa da quella che aveva incontrato la settimana scorsa.
Si alzò, prese il cappello che usava come cestello e se lo infilò in testa dopo aver messo il ricavato del giorno in tasca.
« Dove vive?» domandò Eddie.
« In qualsiasi parco mi piaccia.» rispose il vecchio. « Lei dove deve andare? Le dispiace se cerco la mia casa insieme a lei?»
« Per niente.»
Cominciarono a camminare fianco a fianco. Eddie fissò il cartello che il vecchio teneva sottobraccio.
« Mi chiedevo... perché “il matto a parimerito”?»
« Oh, è semplice: avrei voluto scrivere “il matto più matto che c’è”, ma mi bastò guardarmi intorno per capire che tutti erano matti tanto quanto me. “Il matto meno matto che c’è” mi suonava un po’ troppo arrogante per i miei gusti e sarebbe stata una cattiva pubblicità, così è stato il “matto a parimerito”.»
Quella spiegazione divertì Eddie, che commentò: « Mi sembra giusto.»
Mentre camminavano, il vecchio raccontò ad Eddie un sacco di aneddoti sul suo passato, tipo quando, a Boston, aveva dovuto prendere la macchina e rincorrere un amico che aveva comprato della birra da uno spacciatore e l’aveva bevuta tutta da solo, per poi passare l’ora seguente a tentare di convincerlo a scendere da un albero... oppure quando, a San Francisco, aveva perso un foglietto su cui aveva annotato un disegno che aveva fatto dopo aver avuto un’ispirazione fantastica, e dopo aver perso le speranze lo aveva ritrovato in un bidone dell’immondizia. A suo dire, in quel disegno c’era l’idea che secondo lui avrebbe fatto vivere tutti quanti meglio. Per paura di perderlo, lo aveva messo nella cassaforte di un amico che aveva un appartamento in centro, prima di partire per un breve viaggio. Purtroppo, però, aveva preso un bus e, se è vero che non si sa mai cosa succederà e dove e se si arriverà, questo concetto vale ancora di più quando si prende un bus. Per uno strano concatenamento di eventi che Eddie non riuscì bene a seguire, era finito a fare l’incantatore dei propri piedi nella città in cui si trovava in quel momento, e la sua trovata era rimasta indietro per tutti quegli anni.
« Sai, dopo un po’ di tempo l’ho scordata.» confessò a Eddie. « Le ispirazioni più importanti a volte sono come un sogno, sempre più difficile da ricordare man mano che scorre il tempo da quando ci si è svegliati.»
Arrivarono nella via di Eddie ridendo come matti.
« Senti, perché non rimani da me, stanotte?» propose Eddie.
Il vecchio lo guardò negli occhi, poi accettò e si prodigò in altri ringraziamenti.
Si incamminarono verso il condominio del giovane, quando questi riconobbe una figura familiare.
Un uomo stava a pochi metri da loro, appoggiato contro una macchina, a fumare una sigaretta.
« Bob?!» esclamò il matto a parimerito, e questo stupì Eddie ancora più che incontrare il suo spacciatore davanti casa.
« Stan!» esclamò Bob, riconoscendolo, e i due si andarono incontro a vicenda e si abbracciarono.
« Vecchia bestia! Cosa ci fai qui?» esclamò Stan.
« Cosa ci fai tu qui?! Sono anni che non ti vedo! E forse è meglio, sei mille volte più brutto.»
« Cosa ne vuoi capire tu, di estetica?»
« Voi vi conoscete?» domandò Eddie, sconcertato.
« E come!» esclamò Bob, ridendo, poi dette un pugno sul bicipite a Stan.
« Questo relitto è uno degli spacciatori di cibo tradizionale più matti che abbia mai visto! Lavoravamo insieme a Chicago.»
« Molto, molto tempo fa.» aggiunse Stan, ridendo a sua volta. « Comunque, cosa ti porta qui?»
« Avevo una proposta da fare al ragazzo, ma visto che ci sei vorrei farla anche a te. Eddie, possiamo andare dentro?»

Queste sono le premesse per la quarta e ultima parte di "Un frullato per farti bella".
E' bello vedere come l'idea partorita da un colloquio di lavoro possa crescere fino a riempire pagine su pagine. Un colloquio di lavoro, questo, presso la versione reale della Lifegrass. Ricordo che fui trattato benissimo, ma l'intera faccenda mi sconcertò talmente tanto che durante il colloquio (sui volantini pubblicitari c'era scritto: "Cercasi persona per lavoro serio", senza specificare altro, quindi io ci andai ignaro di cosa mi aspettava) cercai ogni mezzo possibile per potermene andare. Ma questa è un'altra storia...
Come al solito, il prossimo racconto verrà pubblicato la settimana prossima.
Stavolta, probabilmente, la pubblicazione verrà posticipata a venerdì pomeriggio per cause di forza maggiore, ma non è sicuro. 

Stavo inoltre pensando di cambiare le date di scadenza, spostandole di qualche ora. In sostanza, siccome è sempre stato così anche se le intenzioni non c'erano, i racconti verrebbero spostati alla notte fra giovedì e venerdì, e gli appuntamenti con "Il Drago consiglia..." a quella fra domenica e lunedì. Ma anche questo va ponderato. 
Detto questo, un saluto!
Ci vediamo domenica per la "recensione"  (con molte più virgolette) di "Il Drago consiglia..."
Buon weekend a tutti!!! :)

--- MICHELE GIULI ---

martedì 22 ottobre 2013

Perché quando si dovrebbe essere seri bisogna sparare boiate (a voi il compito di scegliere se aggiungere un punto interrogativo o no)

Un giorno guardi il calendario e... SORPRESA! Sono due mesi che mandi avanti il blog! Certo, ci devi ancora prendere molta ma molta mano, hai spesso finito di preparare i post in ritardo se non al rotto della cuffia, devi imparare un sacco di cose, ma bene o male stai facendo quello che volevi e sembra che qualcuno apprezzi (e a costoro io sono profondamente grato). Quindi, è il caso di festeggiare questo piccolo inizio. 
Poiché sui blog non si possono postare torte (anche se, considerando tutti i gadget di blogger...), casomai ricette che non ho, ho pensato di caricare un raccontino scritto molto tempo fa durante una nevicata, in uno di quei momenti in cui la voglia di fumare ha il sopravvento e esci di casa anche con -40° C al sole. Non ha pretese serie, è stato scritto appositamente per ridere e scherzare, in una situazione in cui si moriva di freddo. Spero di riuscire a strapparvi un sorriso. 
Grazie per aver seguito il Drago finora, spero che passeremo ancora tempo insieme. 


PRESIDENTE AIUTACI TU


E fu così che il presidente degli Stati Uniti d'America ebbe l'ennesima trovata che poteva funzionare solo nei film catastrofici hollywoodiani. Apparendo in tv, si rivolse con tono grave agli spettatori americani (macché, di tutto il mondo... si sa, nei film statunitensi non c'è potenza che non segua gli U.S.A) dicendo che gli doleva annunciare che il mondo stava per attraversare un'altra glaciazione. Tutti si abbracciarono e per diversi secondi ci furono riprese a campo lungo di famiglie riunite intorno al televisore, i cui membri si abbracciavano l' un l' altro piangendo. 
Poi dopo un lungo sospiro il presidente guardò dritto dentro l'obbiettivo, e sentenziò: "Tutti gli uomini si riversino in strada. In un abbraccio fraterno, salviamoci insieme da questa catastrofe."

Con passo lento, dopo aver sentito le istruzioni date dal vecchio saggio, gli uomini e i loro figli maschi uscirono senza dire una parola, e sempre in silenzio salutarono gli altri che erano venuti in strada con un cenno del capo. 
Si misero l'uno di fianco agli altri, dando le spalle al vento che soffiava da nord e fissando impavidi l' orizzonte, tutti uniti senza distinzioni di razza o religione, con una musica in sottofondo in cui una tromba suonava un'aria triste ma allo stesso tempo coraggiosa e impavida, che mostrava il valore di tutti coloro che quel giorno avrebbero salvato il mondo.

Mezz' ora dopo, in tutto il mondo uomini di ogni etnia ed età si trovavano in strada, da Mosca, a New York, al piccolo villaggio sperduto in Mozambico, alla popolazione sconosciuta della più vicina terra disabitata. Nessuno si chiese come delle tribù che dormivano ancora nelle tende e vivessero isolate dal resto del mondo avessero un televisore. La stessa musica e la stessa tromba infondevano coraggio e rottura di coglioni (era ripetitiva) agli animi dei nuovi guerrieri dell'Umanità.

Poi il presidente, sceso in strada a sua volta, guardò con fierezza davanti a sé e ordinò, fermamente: "Cominciate".
Prima furono in pochi, poi nei secondi successivi tutti gli uomini nelle strade si sbottonarono i pantaloni e cominciarono ad orinare. Alcune donne imbarazzate passavano di tanto in tanto per dare una tazza di té freddo a chi aveva bisogno di fare rifornimento. 
Dopo un' ora, la temperatura terrestre era aumentata di mezzo grado.
"Ancora un po'" esclamò il presidente, del quale la telecamera inquadrava soltanto la faccia. 
La musica si fece più movimentata per aumentare la suspance. I violini entrarono e diventarono in breve frenetici mentre gli uomini di tutto il mondo si riempivano chi di birra, chi di Tè e tisane, chi di semplice acqua.
I fumi si alzavano dalla neve.
"Forza!" gridò il presidente al colmo dello sforzo.
La musica effettuò un crescendo finale, per poi cessare.
Il presidente sentì un bip elettronico in lontananza e si girò lentamente. 
Dalla Casa Bianca uscì correndo un fisico che esultò: "La temperatura interna della terra si è stabilizzata!"

"E anche questa è fatta!", pensò esultante il presidente, per poi ordinare la creazione ex vitro di qualche quintale di cloruro di sodio da gettare nel mare onde ripristinare il funzionamento della corrente nord atlantica.
"Siamo in un film americano, a chi interessa come è possibile riuscire in quest' impresa, o come si possa creare tanto sale in laboratorio? Siamo nella terra delle cazzate che funzionano!"

E fu così che per l' ennesima trovata degli americani, e per la collaborazione fraterna di tutti gli uomini, il mondo si salvò dall' ennesima catastrofe temuta (e scoperta) dagli scienziati statunitensi.



                                                                                                             
Michele Giuli

lunedì 21 ottobre 2013

Il Drago consiglia: "Quando cadrà la pioggia tornerò" di Takuji Ichikawa

Anche questo libro è collegato ad un viaggio in treno, come è stato per "Eureka Street". A dire il vero, si tratta dello stesso viaggio verso il piemonte. Avevo portato con me Eureka Street, ma non avevo ancora ingranato la marcia con quel libro (sarebbe successo durante il viaggio di ritorno). Così, quattro giorni prima, poco prima di partire alla volta di Fiano, un paesino a mezz'ora di macchina da Torino, mi recai all'edicola della stazione di Civitanova alla ricerca di un libro da leggere insieme a quello che sarebbe presto diventato il mio romanzo preferito. Gli occhi mi caddero su un piccolo volumetto, intitolato: "Quando cadrà la pioggia tornerò". Ad essere sinceri, lo scelsi anche per via del prezzo conveniente, poiché il budget che avevo doveva bastarmi per tutto il viaggio ed ero ancora agli inizi.
Quello stesso giorno ci fu l'alluvione di Genova. Ricordo che giravano voci su quella città in treno, ma non seppi niente finché non arrivai. A Fiano, i successivi quattro giorni furono caratterizzati da pioggia costante, al punto che quando tornai a casa sentii la mancanza del ticchettio della pioggia sul tetto di casa e quando andai a scrivere al bar bastarono pochi passi sotto la pioggia per ottenere l'effetto doccia, e per sicurezza non solo misi il computer in borsa, ma lo avvolsi in pigiami e vestiti per essere certo che fosse l'ultima cosa a bagnarsi.
Quei quattro giorni mi bastarono a leggere quasi d'un fiato "Quando cadrà la pioggia tornerò" nell'ombra della mia stanza sulla mansarda, e vi furono momenti nei quali arrivai molto vicino a piangere dalla commozione (il che in sé non vuol dire molto: in certi momenti, ho la lacrima molto ma molto facile). Il ritorno fu invece caratterizzato da "Eureka Street", ma questa è un'altra storia... passiamo al romanzo.

Il romanzo si apre con il discorso di un padre che tenta di raccontare l’aldilà al figlio presentandolo come il pianeta Archivio, dove i morti vivono e scrivono la storia della loro vita.
Questo padre, Takumi, è un ventottenne rimasto vedovo da quasi un anno, che dopo la morte prematura della moglie Mio cerca di crescere come può il figlio di cinque anni, Yuji. Nonostante tutti i suoi sforzi, però, non riesce a respingere il senso di inadeguatezza che prova nei confronti non solo di questo compito gravoso ma della vita in generale. Takumi è infatti, per sua stessa ammissione, uno di quei personaggi che se si ritrovassero in balia della selezione naturale morirebbero in men che non si dica. È un uomo esile, dalla salute debole, complessato e pieno di paure e incertezze. 
Piccolo particolare: poco prima della sua morte, Mio aveva promesso a Takumi che alla prossima stagione delle piogge sarebbe tornata da lui e dal piccolo Yuji per vedere come se la cavavano.
È passato quasi un anno dalla morte di Mio, Takumi non si è ancora ripreso e si trascina per la vita distrutto dal dolore costante. Decide, spronato da un professore che incontra spesso al parco, di mettere tutti i ricordi che ha di Mio in un romanzo, e sembra trovare un po’ di sollievo.
A questo punto incominciano a delinearsi i toni surreali del romanzo. Durante una gita in bicicletta con Yuji, Takumi trova una donna uguale in tutto e per tutto a Mio sdraiata contro la parete di una vecchia fabbrica abbandonata. La donna non ha memoria, e Takumi pensa si tratti di un fantasma. Decide quindi di non rivelarle della sua morte, e la porta a casa con sé e Yuji.
Mio riporta un po’ d’ordine nella loro abitazione e, a rilento, si ristabilisce l’atmosfera familiare perduta con la sua morte. Di pari passo con la scrittura del suo romanzo, Takumi le racconta la loro storia, rivivendola a sua volta, e anche se non ha mai smesso di amarla, è come se tutto stesse ricominciando da capo. Ma ormai la stagione delle piogge sta per finire...
Questo romanzo è arrivato molto vicino a farmi piangere, non fosse stato per il modo in cui viene spiegata la ricomparsa di Mio. A mio avviso, sarebbe stato meglio se l’autore avesse lasciato tutto non spiegato, evitando così di smorzare i toni toccanti raggiunti alla fine del libro.
Detto questo, mi è piaciuto molto, e lo consiglio volentieri.
Qui termina la puntata settimanale di "Il Drago consiglia...", ci vediamo domenica per una nuova recensione. Inoltre, domani (o dovrei dire oggi, visto che mezzanotte è passata) questo blog compie due mesi. Aspettatevi sorprese per festeggiare.
Giovedì, inoltre, riprenderà la pubblicazione di "Un frullato per farti bella". Mi dispiace di aver saltato l'appuntamento di giovedì, ma proprio non era possibile fare altrimenti. Questo blog mi sta facendo scontrare sempre più contro le scadenze, ma bene o male ci sto prendendo mano (si spera), e forse ho capito come funziona quella bellissima cosa chiamata "pianificazione post".

A domani/oggi XD!!!

lunedì 14 ottobre 2013

Il Drago Consiglia: "Eureka Street", di Robert McLiam Wilson


Ma sì, giochiamoci le cartucce buon  fin dall' inizio. Questo romanzo lo lessi al primo anno d'Università. La nostra professoressa di Letteratura Inglese lo aveva inserito fra i libri da leggere per il suo corso, e io, sentendomi competitivo nei confronti di me stesso, decisi di prenderlo in lingua originale come ci era stato consigliato e vedere se riuscivo a leggerlo. All'inizio è stata parecchio dura, senza contare che l'inizio, pur piacendomi, non mi entusiasmava troppo, quindi i primi tempi la lettura andò a rilento. Tuttavia, non appena guardavo quel libro sul mio comodino sentivo una strana curiosità crescere in me. Poi, durante un viaggio in treno, ingranai la marcia e cominciai a leggere di getto, facendo tirate di ore e ore come non ne facevo da un bel po'. Ero giunto a metà libro quando seppi che era stato tolto dal programma, ma ormai mi ero così appassionato che non mi importò e prima di passare alle altre opere volli finirlo. Comunque, passiamo a descrivere "Eureka Street".

Il romanzo, ambientato a Belfast nel 1994, racconta sei mesi della vita di un gruppo di amici trentenni. Fra questi, Jake Jackson, di etnia irlandese, uomo dal passato molto violento convertitosi all’etica della non-violenza, e che al momento sta cercando disperatamente l’amore della sua vita. Accanto a lui abbiamo Chuckie, etnia inglese e povero in canna, ossessionato dalla celebrità (al punto da essersi spinto ad andare a trovare il Papa, in passato, solo perché si trattava di una persona famosa), il quale diventa ricco in una maniera molto originale, nonché un po’ immorale.
Intorno a loro, un teatro di comparse e personaggi vividissimi, al punto che almeno io li ho sentiti come “reali”, sul palcoscenico di una Belfast che, nonostante gli attentati, le violenze, le ideologie estremiste di ogni tipo di fazione politica, ha un cuore pulsante di umanità, un insieme di vite considerate come libri, delle quali anche la più noiosa è considerata “più vivida e complessa di ogni opera di Tolstoj”. È un teatro variegato, quasi al pari dell’opera alla quale ogni tanto rimanda con piccoli segnali, ovvero: “Les Miserables”.
Il romanzo si avvale di uno stile tragi-comico molto scorrevole e piacevole, diretto, scioccante e secco quando serve, commovente in diversi punti, poetico nelle descrizioni di Belfast, pieno di elementi linguistici irlandesi e gergali che aggiungono realismo alle scene – ignoro come ciò sia stato reso nella traduzione italiana. Di quella ho letto vari estratti, ma non mi hanno convinto molto, quindi ho lasciato perdere e sono tornato all’edizione originale. Oltre a questo, un’infinità di scene e frasi memorabili.
Ho letto Eureka Street due anni fa, ma non è raro che mi capiti di riprenderlo, sfogliarlo, rileggere una particolare scena per cogliere più sfumature e poi riporlo sopra il comodino fino alla prossima occasione. Ne consiglio caldamente la lettura. 

venerdì 11 ottobre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 2


Quindici giorni dopo, tutti e cinque si presentarono all’ufficio che si occupava della direzione del Servizio Civile. Si trovava in un grande edificio in una via le cui case erano state costruite ispirandosi all’ aspetto dei vecchi palazzi delle città europee. La strada era pulita e ben tenuta, ed era piena di piccole macchie verdi, tutte con un albero o due e una rigorosa panchina. Ci mancava solo il vecchietto che leggeva il giornale con il bastone posato accanto.
L’ edificio in cui dovevano entrare era alto e imponente, dalle facciate bianche all’ interno e rosse ai lati. Le finestre erano molto grandi, così come lo era il portone e, beh, tutto il resto.
I giovani si fecero coraggio ed entrarono.
L’ ingresso era una vasta sala con pareti e soffitto il cui colore spaziava fra vari colori accesi, mischiati in modo da creare un’ atmosfera di armonia artificiale. Probabilmente la musica classica a basso volume emessa dagli altoparlanti doveva avere la stessa funzione. Dal soffitto pendeva un imponente lampadario in vetro.
In fondo all’ ingresso, accanto ad una rampa di scale, c’ era un banco di accettazione dietro il quale sedeva una donna sulla trentina. La prima cosa che si notava di lei erano i vestiti: sia la giacca che i pantaloni erano di un arancione chiaro (lo stesso colore della parete verso di lei) che si intonava bene con i suoi capelli biondi legati a coda di cavallo e alla pelle né troppo chiara né troppo scura.
Vedendoli arrivare, la donna si alzò, abbassò il capo, fece un sorriso gigantesco e disse con la voce più calma che avessero mai sentito.
« Salve, e benvenuti. In cosa posso esservi utile?»
« Stiamo cercando l’ ufficio per il Servizio Civile. Sa dirci dov’ è?» le domandò Eddie.
« Secondo piano, corridoio a destra, la terza stanza.» rispose lei ad una velocità impossibile per un normale essere umano, e i ragazzi se ne andarono tutti mugugnando dei borbottii somiglianti che nelle intenzioni erano dei ringraziamenti, a parte Steve che optò per un più comprensibile «Grazie».
Il colloquio nell’ufficio per il Servizio Civile fu semplice e breve. A Steve fu assegnato il compito di assistere gli anziani in una casa di riposo non molto lontano da lì. Ray e Billy, invece, furono mandati a lavorare alla discarica comunale. Eddie si vide assegnare il classico compito di addetto alla pulizia stradale.
Una volte concluse le necessarie formalità, i giovani se ne andarono in fretta e furia e, una volta usciti dall’edificio, andarono a fare un giro in attesa dell’incontro al centro di disintossicazione che era previsto per quel pomeriggio.
Fu una cosa allucinante. Il suddetto centro consisteva in una piccola stanza in un edificio del centro che ospitava svariate attività commerciali. Le pareti erano colorate dei colori più sgargianti che gli arredatori erano riusciti a trovare, corredate di un paio di disegni che sembravano realizzati da dei bambini di terza elementare (e guardando le intestazioni Eddie si accorse che alcuni lo erano davvero) e grosse scritte in rosso come: « Fatti un vassoio di vita, dì di no ai bomboloni!».
“Ma che cazz...?” pensò Eddie, incapace di finire la frase anche nei suoi pensieri, talmente era schifato dalla vista di cotanta ridicolaggine.
Oltre a loro, c’erano già altre due persone, un uomo di mezz’età e uno visibilmente anziano. Quest’ultimo aveva dei capelli lunghi e ondulati di un colore a tratti bianco, a volte grigiastro. Il lungo giaccone, grigio anche esso, i pantaloni di tue taglie più grandi tenuti su da una cintura nera e il maglione rosso e sbracato contribuivano a dare a quell’uomo un’aria malconcia, già perfettamente evocata dalle mani sporche dell’uomo e da quel viso che sembrava un ciocco di legno preso a colpi d’accetta, al quale il colpo di grazia era stato dato dalla barba incolta, le sopracciglia foltissime e i peli che gli spuntavano dal naso e dalle orecchie. Eddie lo trovò bellissimo. Presto si aggiunsero altri due ragazzini e una loro coetanea dall’aria guardinga che si sedettero senza dire una parola.
Nel momento esatto in cui le lancette dell’orologio segnarono le cinque e un quarto, la porta si aprì di nuovo ed entrò una donna di mezza età, bassetta, vestita elegantemente, con i capelli tinti di biondo e sistemati in una buffa acconciatura che ricordava una versione femminile di Neil Gaiman (un autore che Eddie aveva letto più volte, arrestato un decennio prima e condannato a 15 anni con accusa di incitamento all’acquisto di sostanze illegali e nocive per aver tentato di ristampare il suo libro “Fortunately, the Milk”), molto trucco sul viso pieno di rughe e degli occhioni grandi che si soffermarono su uno dei presenti. Inutile dire che, così come era stata puntualissima nell’arrivare, così lo era nel rispettare il suo peso forma.
Con piccoli passetti si diresse verso una delle sedie disposte a cerchio al centro della stanza e si sedette.
« Buon pomeriggio a tutti!» esclamò tentando di sembrare gioviale, ma aveva una voce così aspra che ottenne solo di incutere timore ai presenti.
« Io sono Agnes.» si presentò la donna « Pensavo che, tanto per cominciare, potremmo tutti presentarci a vicenda. Sarebbe un buon modo di iniziare queste sedute, considerando che dovremo stare insieme per tanto tempo e che questa stanza dovrebbe diventare un po’ come la vostra seconda famiglia, non trovate?»
Spalancò la bocca in un sorriso inquietante, che per un attimo sembrò assottigliarsi quando nessuno fra i presenti parlò. Agnes si riprese in fretta e indicò con un cenno del capo il vecchio che Eddie aveva notato quando era entrato.
« Tu, per esempio, come ti chiami? Non ti dispiace se ti do del tu, vero? Qui dentro dovremmo essere tutti amici!»
« Va benissimo! Io mi chiamo Timothy.» rispose il vecchio con aria affabile, anche se ci voleva davvero poco per riconoscere la presa in giro dietro i suoi modi.
« Bene!» disse Agnes, apparentemente senza accorgersene, poi volse il capo verso il suo vicino.
« Oscar.» si presentò semplicemente questi, e dopo di lui l’atmosfera sembrò un po’ sbloccarsi. I tre giovanissimi dissero di chiamarsi Edgar, Ron e Alice, poi toccò alla combriccola di Eddie.
Finito il giro di presentazioni, Agnes andò a prendere un proiettore posato in un angolo e tirò giù dal soffitto una tela.
« Ho pensato che fosse il caso di cominciare con il video che vi mostrerò a breve. Siete tutti d’accordo?»
Tutti annuirono – i  più senza curarsene veramente, il ragazzino che si chiamava Edgar con un po’ di timore, Timothy con un bagliore negli occhi che tradiva la ilarità che tutto ciò gli provocava e che cercava di trattenere – tranne Alice, che invece guardò Agnes dritta negli occhi con aria di sfida.
« Non sono d’accordo con il dover essere qui, si aspetta che sia d’accordo col cominciare con un patetico video che, mi faccia indovinare, non sarà diverso da quegli stupidi cartoni che ci facevano vedere alle elementari per non doverci dire tutto di persona?»
Agnes si bloccò nell’atto di sollevare il telecomando del proiettore e, senza ombra di sorpresa, squadrò Alice da cima in fondo. Alice era una ragazza che doveva avere fra i quindici e i diciassette anni, un po’ bassetta e dai fianchi larghi. Aveva un fisico abbastanza snello, le curve un po’ spigolose e la carnagione bianchissima. Lunghi capelli biondi e ondulati le incorniciavano il volto. Le sopracciglia avevano un taglio ricurvo, il naso era adunco, la bocca piccola e dalle labbra carnose. I suoi occhi verdi restavano fissi su quelli di Agnes.
« Vedi, Alice,» cominciò quest’ultima « Non importa se non ti va di stare qui. Il tribunale lo ha deciso per il tuo bene, quindi cerchiamo tutti quanti di renderci le cose più facili a vicenda, ti va?»
« Me ne fotto della decisione del tribunale. Vengo qui perché sono obbligata, ma non mi chieda di approvare quello che si farà qui dentro!»
« Alice, un linguaggio del genere mostra un davvero scarso rispetto per te stessa!» esclamò Agnes, mettendo su un’espressione sconvolta.
« Avrei uno scarso rispetto per me stessa se rimanessi impassibile davanti a tutto questo.» ribatté Alice, calmissima.
« Forse questo video sarà il primo passo per mostrarti dove sbagli, Alice.» disse Agnes, fingendosi pacata, e premette un tasto sul telecomando.
Fu un’esperienza che, nei tempi a venire, il cervello di Eddie avrebbe cancellato, etichettandola come “agghiacciante”. Il video cominciava dando un’accezione alla parola “benessere”, intendendola come “equilibrio interiore di una persona”. E fin qui tutto bene. Il problema era la degenerazione del tutto che avveniva pochi secondi dopo questo inizio. Per svariati minuti, gli sfortunati spettatori videro vecchi video risalenti a venticinque anni prima, nei quali varie persone magrissime parlavano all’obbiettivo di una telecamera di come in passato fossero infelici perché il loro corpo non corrispondeva a quello che avrebbero voluto essere. In sostanza, erano grasse e non si accettavano.
“I medici mi prescrivevano un sacco di diete, ma nessuna funzionava. Provavo a fare degli esercizi fisici, ma il mio peso non calava e per quanto potessi sforzarmi non riuscivo a cambiare. Poi, ho scoperto Lifegrass, e la mia vita è cambiata”, disse una donna bionda di mezz’età, lo sguardo che gli si illuminava mentre pronunciava le ultime dieci parole. Seguivano video di esperti che parlavano al pubblico come un’alimentazione scorretta fosse un atteggiamento più dannoso del vizio di fumare o di bere alcolici, per arrivare a dei cenni storici su come, mentre sempre più gente aveva sperimentato lo stile di vita Lifegrass e aveva percepito un miglioramento, c’era stato un enorme cambiamento sociale che aveva portato ad un cambiamento legislativo, finché i cibi del passato non erano stati messi al bando come la cocaina. Il primo era stato il latte, e su questo il filmato si soffermò per un bel po’, parlando di come in passato ci fosse la convinzione errata che tale alimento apportasse calcio alle ossa, mentre in realtà il grasso che conteneva impediva l’assimilazione della prima sostanza.
Tutto questo, per arrivare ad un finale in cui varie facce sorridenti suggerivano allo spettatore di provare Lifegrass, il tutto supportato da una musica dai toni incoraggianti che, a parere di Eddie incoronava l’oscenità di quanto era stato visto fino a quel momento.
« Dunque...» iniziò Agnes spegnendo il proiettore e riaprendo le serrande. « Ora che avete tutti visto questo video, potremmo passare a noi. Perché non stringiamo un po’ questo cerchio?»
Tutti i presenti si strinsero fra loro, e una volta soddisfatta, Agnes si rivolse ad Alice.
« Dunque, cara, potresti dirci qualcosa sul tuo conto?»
Alice sospirò.
« Mi chiamo Alice, ho sedici anni, frequento il liceo, e il resto sono affari miei.» sciorinò, e le ultime tre parole di quella frase furono la sua risposta a buona parte delle altre domande che Agnes le rivolse in seguito. Per qualche strano motivo, l’anziana signora parve prestare molta attenzione a quella giovane, che a Eddie parve la stessa mostrata dai predatori quando avvistano una preda.
Per il resto dell’incontro i presenti parlarono di sé stessi, nei limiti concessi dal tempo, poi Agnes dette loro appuntamento alla settimana successiva e li fece uscire. L’immagine di lei che li guardava andarsene, le mani giunte davanti al grembo e la testa inclinata di lato, nella penombra di quella stanza a luci spente che per l’ora non poteva più essere illuminata più di tanto dalla luce del sole che stava tramontando dietro gli edifici, aveva un che di inquietante.
Una volta usciti dall’edificio che ospitava quegli incontri, Eddie, Steve, Ray e Billy si incamminarono insieme per un tratto, scambiandosi opinioni sullo spettacolo a cui avevano assistito. Mentre Steve rimase per lo più in silenzio, limitandosi a concordare con gli altri, Ray si lanciò in commenti poco carini sull’intelligenza di Agnes. Anche Billy e Eddie condividevano le sue opinioni, ma c’era quello sguardo che entrambi avevano visto addosso alla donna mentre continuava a fare domande ad Alice... quello sguardo dava brutti presentimenti ad entrambi, ma alla fine decisero di ignorarli e etichettarono Agnes come “inoffensiva”. Non avevano ancora idea di quello che li aspettava, e non solo con Agnes.
Ray e Steve si separarono per primi dal gruppo e tornarono a casa. Eddie e Billy camminarono insieme ancora per un po’, poi andarono a bersi una luppol-frull (un altro prodotto della LifeGrass che si diceva avesse lo stesso sapore dell’antica birra) e si salutarono.
Eddie camminò da solo verso il suo condominio, le mani in tasca e la testa bassa, sebbene lo sguardo fosse sempre fisso sul punto più alto che riusciva a raggiungere. Non aveva voglia di passare tutta la serata in casa. I vicini non erano rimasti molto contenti della visita dell’antidroga. Per lo più si limitavano a guardarlo male, ma un paio di volte Eddie aveva beccato delle madri nell’atto di cingere le spalle dei loro figli con aria protettiva prima di farli girare e portarli via. La cosa lo irritava moltissimo.
Mentre camminava formulando questi pensieri, vide uno strano spettacolo. Stava passando lungo un viale abbastanza frequentato, sebbene perpendicolari ad esso vi fossero diversi vicoli privi di illuminazione e dall’aspetto per niente rassicurante, elementi, questi, che la gente di quel tempo evitava più che mai. “Ciò che è fuori, sta anche dentro”, aveva sentito quel pomeriggio durante la proiezione del video. All’angolo di un edificio abbastanza alto e grigio, sotto la luce di un lampione a pochi passi di distanza, stava un vecchio dagli abiti logori che suonava un flauto in direzione dei suoi piedi, coperti solo da dei calzini verdi, sui quali aveva montato pezzi di carta accartocciati in modo da evocare la forma di due serpenti dello stesso colore, e che ora faceva muovere in sincronia con i movimenti del suo strumento. Di fianco a lui, un cappello nero e sgualcito con qualche monetina e una banconota al suo interno, e un pezzetto di cartone che fungeva da cartellino e riportava scritto: “Il matto a pari-merito”.

Con un giorno di ritardo, ecco la seconda parte di "Un frullato per farti bella". Dietro questo racconto ci sono delle buffe esperienze, ma penso che le terrò per la didascalia dell'ultima parte (il dessert si serve a fine pasto). Cominciano, nel frattempo, a delinearsi vari aspetti che verranno approfonditi nelle prossime puntate.
Che ne pensate?

Per oggi, questo è tutto. Ci vediamo domenica per la nuova recensione.
A presto :)

---MICHELE GIULI---

giovedì 3 ottobre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 1


di Michele Giuli

La luna splendeva alta nel cielo mentre il vecchio treno attraversava la campagna. Era uno di quei treni che sarebbero stati vecchi anche cento anni prima, ma che per qualche ragione veniva conservato. Di notte trasportava da un centro all’ altro sporadiche persone locali, di giorno era usato prevalentemente da quei ricconi di città per poter rivivere le emozioni di un viaggio stile seconda metà del novecento, completo del fascino di un mezzo di trasporto antiquato e rumoroso che li avrebbe portati in un posto sperduto in mezzo alla campagna dove con un po’ di fortuna sarebbero stati rapinati da tizi che sembravano cowboy (che in realtà erano attori pagati segretamente dall’ agenzia che organizzava il viaggio), e una volta tornati a casa avrebbero potuto vantarsene.
 « Sai, sono stato su un treno novecentesco, un vero treno del Novecento! E pensa un po’, mi hanno pure rapinato come nei vecchi film! Per fortuna poi la polizia ha ritrovato il portafogli!»
Lo spacciatore sedeva nella sua cabina, guardando la campagna buia da dietro il finestrino. Ad un certo punto, il fischio del treno lo avvertì che era arrivato e si alzò, serrando le dita intorno al manico di una piccola valigia nera come il suo lungo soprabito.
Camminò lungo il corridoio e uscì, ritrovandosi in una stazione buia e semivuota, illuminata solo da un paio di lampioni. Da un lato pendeva un orologio che segnava l’ ora.
Lo spacciatore si guardò un po’ intorno, prese una sigaretta dal pacchetto che aveva in tasca, la accese e poi uscì. La stazione si trovava in un vecchio paesino composto da neanche un centinaio di case. Le strade erano illuminate male e l’ asfalto era rovinato, ma tutto questo allo spacciatore piaceva più dello sfarzo delle città opulente. Il suo mestiere lo portava spesso a bazzicare posti come quello, e in quel particolare paesino ci era stato altre due volte, abbastanza lontane nel tempo da evitare di essere considerate sospette dai locali.
Si incamminò verso quella che sapeva essere la strada più vicina alla sua meta ed uscì dal centro abitato.
Il primo tratto di strada era un lungo rettilineo, che gli consentiva una visuale tale da poter avvistare qualsiasi macchina abbastanza in tempo. Camminò sul margine per qualche minuto: almeno lì c’ era un minimo di illuminazione!. Alla sua destra c’era un campo che si estendeva fino alla strada secondaria che doveva raggiungere. L’ erba era abbastanza alta.
Quando ritenne di aver camminato per troppo tempo allo scoperto uscì dalla strada e attraversò il campo, illuminato solo dalla luce della luna e dal bagliore delle braci della sigaretta che si accese dopo un po’. Una volta fare il suo mestiere era più facile: bastava incontrarsi all’ ora stabilita in un posto affollato, entrare in contatto con il cliente e fare in modo di effettuare la consegna tanto rapidamente da non essere notati. Una stretta di mano, qualcosa che veniva fatto scivolare nella tasca del cappotto... ora invece non era più possibile! Come diavolo facevi a far passare inosservata merce del genere dentro ad un centro commerciale?
Giunse ai margini della strada secondaria, una via imbrecciata che portava ad un vecchio casolare in lontananza.
Lo spacciatore si acquattò fra dei cespugli che spuntavano non molto lontano da lui, tirò fuori dalla tasca un cellulare e compose un numero.
« Quanto vi manca?» domandò quando gli risposero, annuendo mentre il giovane dall’ altro capo della linea gli diceva che sarebbero arrivati fra cinque minuti.
« Suona due volte il clacson quando imbocchi la strada.» disse, e riattaccò per poi rimettersi acquattato fra i cespugli e accendersi un’ altra sigaretta. Osservò le stelle e fumò, cercando di stare il più nascosto possibile, finché non sentì una macchina avvicinarsi e due colpi di clacson rompere il silenzio.
Si alzò ed uscì allo scoperto, posizionandosi sul margine della strada. Una macchina di seconda mano piena di graffi sulla vernice rallentò fino a fermarsi davanti a lui. Dentro c’ erano quattro giovani. Il suo cliente, seduto sul sedile del passeggero, abbassò il finestrino e si sporse di fuori. 
« Bob.» lo salutò il ragazzo.
« Ciao.» ricambiò lo spacciatore ed aprì la valigia che si era portato appresso. Davanti ai quattro ragazzi estasiati, tirò fuori due pagnotte e le consegnò al suo cliente, facendole seguire da uova e sottilette, più una piccola bustina di sale.
Il giovane in cambio gli consegnò i soldi che avevano messo insieme prima di partire. Bob li contò, e quando fu certo che erano tutti richiuse la valigetta e la posò a terra.
« Cosa c’è in programma per i prossimi giorni?» domandò il ragazzo.
« Entro una settimana dovrebbe arrivarmi un carico di pastasciutta dall’ Italia, ma ogni volta che si fanno progetti del genere è una scommessa: qualsiasi condimento ci vogliate mettere, avrà almeno un ingrediente difficile da reperire. Il sugo di pomodoro potete scordarvelo per qualche altro mese. Avete idea di quanto sia difficile coltivare dei pomodori decenti con tutti i controlli che ci sono? E comunque, ho intenzione di usare quello che mi arriva per collaborare con un ex-pizzaiolo, quindi niente da fare. Se mi arriva qualcosa che può interessarti, ti avviserò.»
« Grazie. Lo vuoi un passaggio?»
« Mi farebbe comodo.» disse Bob lo spacciatore, ed entrò dallo sportello posteriore, sedendosi accanto a due ragazzi che dovevano essere gemelli. Erano due gocce d’ acqua: entrambi alti e con i capelli corti e castani, gli stessi lineamenti europei e gli stessi occhi. L’ unica cosa che li differenziava era l’ abbigliamento: uno era vestito interamente di nero, l’ altro era più casual, con una maglietta rossa e dei pantaloni chiari male abbinati con il sopra.
Eddie, il suo cliente, era un biondino bassetto e abbronzato, con lo sguardo da sciupa-femmine e un sorriso smagliante. Il guidatore, invece, era molto alto e dai capelli scuri. Anche lui con la pelle scura, portava un paio d’ occhiali inforcati sopra il naso e un orecchino ad anello sull’ orecchio sinistro. Dopo aver salutato Bob, strinse la sua mano dalle dita lunghe sul freno a mano e partì.
Bob offrì delle sigarette a tutti e se ne accese una a sua volta, guardando la campagna sfrecciare intorno a lui in silenzio.
Arrivarono in città dopo una mezz’ oretta. I ragazzi lasciarono Bob dove lui gli indicò ( parecchio distante da casa sua) e se ne andarono per la loro strada.
Lo spacciatore lanciò un ultimo sguardo al cielo, nel quale non si scorgeva più una stella a causa dell’inquinamento luminoso e si incamminò in silenzio.

La macchina si fermò in un piccolo parcheggio in mezzo ad una via piena di condomini alti e scuri. Le strade erano deserte, e all’interno degli edifici solo alcune luci erano accese. Per sicurezza, i giovani infilarono tutta la roba dentro le tasche larghe delle giacche che i gemelli avevano portato appositamente, dopodiché scesero. Andarono in fretta verso l’ entrata del condominio dove abitava Eddie. La macchina rimase profondamente turbata dagli eventi di quella sera. Era un’automobile onesta, lei, e ora si trovava ad essere stata involontariamente complice di un’azione illegale. I sensi di colpa e la depressione la torturarono per mesi, ma alla fine riuscì a perdonare sé stessa e il suo proprietario.
Il quale, quella notte, entrò insieme agli altri tre nell’appartamento dove Eddie viveva da solo. Era un locale piccolo, composto da una camera da letto, un bagno, un ingresso/sala da pranzo e un salotto abbastanza spazioso. I quattro si diressero verso quest’ultimo, sedendosi sul piccolo divano duro al suo interno e appoggiando tutto quello che avevano preso su un tavolino davanti ad esso.
« E adesso che ci facciamo con tutta questa roba?» domandò Steve, quello dei due gemelli che vestiva casual. Era stato introdotto al mondo dei cibi del passato da meno di tre mesi, per opera di suo fratello Ray, che rispose: « Potremmo cucinare le uova all’occhio di bue!»
« O fare delle omelette, visto che abbiamo anche le sottilette!» propose Billy, il proprietario della macchina.
« O tutte e due.» concluse Eddie alzandosi e andando in camera da letto.
La sua era una stanza piccola e dalle pareti bianche, con una finestra davanti al letto singolo dalla quale potevi ammirare il panorama cittadino. In un angolino c’ era un vecchio televisore posto accanto ad un armadio, e sopra il letto era appeso un quadro raffigurante un paesaggio notturno con una frase scritta sull’ estremità in basso a destra: « E da qualche parte, nella brughiera, un pappagallo nitrì. L.H»
Eddie aprì l’armadio e spostò con noncuranza i vestiti impilati sul ripiano in basso, tastando con le mani la superficie legnosa. Nascosta sotto gli abiti c’ era un’ apertura che tradiva un doppio fondo. Eddie ci aveva lavorato per giorni, ottenendo alla fine una specie di botola che normalmente sporgeva di qualche millimetro sopra il resto del legno.
Senza indugiare, il ragazzo la aprì e vi infilò una mano, estraendone una piccola padella, un fornellino a gas di quelli che si usavano in passato per cucinare ai campeggi e una forchetta. Una volta risistemato tutto il resto nell’ armadio tornò dai suoi amici in salotto. L’eccitazione nell’ aria era quasi palpabile.
« Avete portato tutti le vostre forchette, vero?» domandò anche se sapeva già la risposta. Tutti quanti annuirono.
Purtroppo quella sera avevano un solo fornello, quindi avrebbero dovuto mangiare uno alla volta, ma si sarebbero adeguati.
Con un’espressione di autentico fervore religioso Eddie ruppe le prime due uova e versò il loro contenuto nella padella. Facendosi prestare dei fiammiferi da Billy accese il fornello ed iniziò a cucinare.
Ci vollero all’incirca cinque minuti, e alla fine tutti stavano praticamente sbavando davanti alla attraente omelette che li salutava voluttuosa da dentro la padella. Posarono la padella per terra per farla freddare prima, e dopo un minuto Eddie la prese e si portò il primo pezzo alla bocca. Masticò lentamente, mentre nel suo viso si dipingeva un’espressione di supremo godimento.
« Mmmh, sì!» gemette per il piacere, e l’eccitazione degli altri aumentò a dismisura. Forchetta alla mano, divorarono tutti insieme l’omelette, assaporando ogni singolo millimetro che riuscivano a raggiungere. Una volta finito, ricominciarono da capo il procedimento.
Stavano per finire di cucinare la quarta omelette, quando qualcuno sfondò la porta e fece irruzione in casa, facendoli sobbalzare per lo spavento.
« Anti-droga! Nessuno si muova!» sbraitò una voce dall’aria tutt’altro che amichevole, mentre una decina di uomini armati entrava nel salotto.
« Oh, merda!» imprecò Ray. Tutti gli altri rimasero in silenzio.
Uno dei poliziotti, un uomo di colore molto ben piazzato, si fece avanti di qualche passo e fissò con aria disgustata la padella e il suo contenuto.
« Voi volevate proprio farvi del male!» commentò schifato, e si chinò per spegnere il fornello, poi prese la padella ed indietreggiò.
« Portateli in caserma!» ordinò ai suoi uomini, e mentre i ragazzi terrorizzati venivano portati via sussurrò ad Eddie nell’ orecchio: « Spero che ci restiate a lungo.»
« Agente... c’è un errore! Posso darle una spiegazione razionale!» tentò di difendersi il ragazzo, in preda al panico, ma il poliziotto che lo tratteneva lo spinse fuori dalla porta con la forza.
Di tutti quanti, Steve era il più spaventato.
« Io non ho fatto niente! Non volevo! Ero un semplice spettatore innocente!»
I poliziotti li ignorarono e li trascinarono tutti fuori. 

E con questo post inizia un nuovo racconto del Drago. Stavolta il tema è il "nonsense", nell'accezione di "assurdo". Che ve ne pare di questo strano inizio?
Per il seguito, ci vediamo giovedì prossimo!!! :)


--- MICHELE GIULI---
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