venerdì 20 dicembre 2013

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 2

Timothy Lawrence attraversò la strada stringendo saldamente in mano la valigetta con tutti i suoi appunti, ostinatamente in forma cartacea. Arrivato sul marciapiede, si sistemò i capelli ormai bianchi e proseguì.
Lawrence insegnava in una piccola sezione della facoltà di Lettere della città, situata a un paio di chilometri dal punto in cui l’asfalto finiva e cominciava la campagna. Si era fermato in ufficio fino all’ora di chiusura per preparare la lezione del giorno dopo. 
Stava camminando per il solito marciapiede, con i suoi soliti abiti, guardando i tetti dei soliti edifici, quando all’ improvviso accadde qualcosa di davvero insolito. A pochi passi da casa sua, passando davanti ad un vicolo stretto e buio, sentì un gemito. Socchiuse gli occhi e intravide un’ ombra fra i bidoni dell’ immondizia.
Corse verso quella che capì essere una giovane donna che doveva avere metà dei suoi anni. Aveva dei corti capelli castani e un viso perfetto, storpiato da una smorfia di dolore.
« Stai bene?» domandò concitato Lawrence, accovacciandosi di fianco a lei. La donna stringeva con entrambe le mani la gamba destra, da cui colava un fluido biancastro. Lawrence sentì il sangue ghiacciarsi dentro le sue vene.
La Anthropus si voltò verso il punto da cui aveva sentito provenire la voce. I suoi occhi elettronici erano spenti.
« Chi c’è?» domandò. La sua voce dolce era fioca.
« Riesci a vedermi? Continua a parlare!» esclamò Lawrence mentre strappava un lembo della sua camicia per legarlo intorno alla ferita. Lei non oppose resistenza.
Una volta fasciata la gamba della Anthropus alla bell’ e meglio, Timothy la prese sotto un’ascella e la aiutò ad alzarsi. Lo sforzo gli fece venire il fiatone: era molto pesante.
« Ce la fai a camminare? Casa mia non è molto lontana.»
La Anthropus scosse leggermente la testa.
« Aiutami...»
« Certo che ti aiuto! Fatti forza: sono pochi passi!» la incoraggiò Lawrence, e lentamente la guidò fuori dal vicolo.
La Anthropus si aggrappò a lui e procedette zoppicando, cercando di usare il meno possibile la gamba ferita.
Una volta fuori dal vicolo, Timothy la trascinò di peso finché le forze glie lo consentirono per muoversi il più veloce possibile. Era inevitabile che qualcuno li vedesse ma più si sbrigava a nasconderla, meglio era per tutti e due. C’è sempre una caratteristica della gente di cui ti puoi fidare, in città: l’ indifferenza. In quell’ occasione, però, il professore decise che non si fidava abbastanza.
Quando arrivarono davanti al portone, la Anthropus era quasi svenuta. Timothy inserì le chiavi nella serratura e la trascinò dentro per stenderla sul divano in salotto.
« Parlami; non perdere la concentrazione!» la incitò, ma la poveretta riusciva ad emettere solo suoni sconnessi.
Timothy camminò avanti e indietro, cercando di ripescare dalla sua memoria ricordi che non avrebbe mai pensato gli sarebbero tornati utili.
« Voglio...» disse ad un certo punto la Anthropus. « Voglio...»
Timothy le strappò i pantaloni cenciosi all’ altezza del ginocchio della gamba ferita e cercò la giuntura che gli avrebbe permesso di aprirla. Quando ci riuscì, un fiotto di simil-sangue inondò il pavimento del suo salotto.
« Io voglio!» esclamò la Anthropus, e Lawrence si accorse che piangeva. « Voglio...»
« Dimmi cosa vuoi, e vedrò se posso aiutarti!»
« Voglio... e basta...» mormorò lei, mentre un'espressione estatica le si dipingeva sul viso.
Timothy si tolse un laccio dalle scarpe e lo legò intorno alla vena danneggiata. Per fortuna si trattava di un materiale morbido, e il suo laccio bastò a fermare l’ emorragia. Questo gli avrebbe dato qualche tempo per trovare una soluzione mentre i sintetizzatori all’ interno della Anthropus cominciavano ad attingere alle sue riserve chimiche per produrre altro simil-sangue.
« Voglio.» mormorò di nuovo la Anthropus, poi non parlò più, ma i suoi segnali interni non smisero di funzionare. Era salva per il momento.
Lawrence sospirò per il sollievo.
“Kathleen”
Mise a soqquadro tutta la soffitta pur di trovarli. Alla fine, esultando come un pazzo, riemerse dalla montagna di scatoloni che aveva formato negli ultimi dieci minuti, stringendo forte nel pugno un mucchio di fogli.
« Questo è il miglior tipo di copia backup di cui si possa disporre oggi.» aveva detto Kathleen una volta. « Ormai nessuno lavora più con carta e penna, e nessuno perde tempo a cercarne.»
Uscì dalla botola e si diresse in salotto per controllare la Anthropus. Non si muoveva, ma le sue funzioni erano ancora attive.
Timothy andò nella cucina, collegata al salotto da un grande arco scavato nella parete, privo di porta, e mise su del caffé.
Mentre aspettava che l’ acqua giungesse ad ebollizione, lesse gli appunti presi da Kathleen anni prima, cercando di capirci qualcosa.
« Ma come hai fatto tu a destreggiarti con questa roba?» commentò sottovoce.
Sospirò e andò nello studio. Accese il computer sopra la scrivania. Lo schermo-ologramma comparve e Timothy fece partire il comando vocale per la chiamata.

Mezz’ ora dopo, qualcuno bussò alla sua porta. Timothy si sbrigò a nascondere gli appunti e corse a vedere dallo spioncino. Un uomo di dieci anni più giovane di lui, con i capelli che cominciavano a diventare bianchi e qualche ruga sulla fronte stava davanti alla soglia di casa sua.
Timothy aprì, e James Hatfields entrò, salutandolo.
« Come stai?» domandò.
« Non c’è male.» rispose Timothy. « Il lavoro come va?»
« Non c’è male.» gli fece eco Hatfields. « Non è come ai tempi dell’Anthropus, ma me la cavo.»
« È proprio di questo che volevo parlarti, James.»
« Che vuoi dire?»
« Seguimi.» disse Lawrence, e lo condusse nel salotto.
Hatfields si bloccò sulla soglia, e fissò l’essere meccanico disteso sul divano, privo di sensi. Lawrence lo vide irrigidirsi e trattenere il fiato.
« L’ho trovata poco fa, agonizzante in un vicolo.» raccontò. « Mi serve il tuo aiuto.»
« Timothy...» mormorò Hatfields, lo sguardo sempre fisso sulla Anthropus mentre cercava le parole. « Hai idea di quanto sia illegale quello che stai facendo? Per non parlare di quello che mi chiedi di fare.»
« Ti prego.»
Hatfields non si mosse. Continuava a fissare la Anthropus come se si trattasse di una persona cara che credeva di aver perduto da tempo.
« Dobbiamo aiutarla.» disse Timothy.
« Dobbiamo consegnarla!» lo corresse l’altro con foga. « Perché diavolo...?»
« Lo sai maledettamente perché!» lo interruppe Lawrence, alzando leggermente la voce, e aggiunse: « Per lo stesso motivo per cui tu stai ancora lì e non te ne sei già andato. Questa creatura fa parte della nostra storia.»
« Non è una creatura! È un misto di circuiti e cavi che io stesso ho contribuito a creare!»
Timothy non perse tempo a ribattere.
« Tim...» continuò Hatfields.
« Sappiamo entrambi che muori dalla voglia di lavorare di nuovo su un Anthropus.» lo stuzzicò Lawrence. « Fammi un prezzo.»
Hatfields scosse il capo.
« Io... io non...»
« James, per favore. Ho bisogno di vederla viva.» lo implorò Tim. James lo guardò negli occhi, e li trovò colmi di disperazione. 
« Fammi un prezzo.» ripeté Timothy. 
Hatfields guardò la giovane Anthropus, scosse di nuovo la testa e sospirò. 
« Zero.» disse.

James tornò dopo poche ore, con un borsone pieno di materiale che disse di aver preso nei quartieri di King’s Avenue, patria dei trafficanti illegali. Il governo lasciava in pace quelle zone... metà dei trafficanti erano in buoni rapporti con varie persone importanti. Il denaro non puzza.
Timothy lo lasciò fare, mentre si metteva all’opera per aiutare la Anthropus, e fumò silenziosamente in cucina, con la pipa che Kathleen gli aveva regalato un Natale di tanti anni fa.
Kathleen.
Hatfields riemerse dal salotto meno di un’ora dopo, asciugandosi il sudore dalla fronte.
« È fatta.» disse. « È fuori pericolo.»
« Grazie.»
James ghignò. Le rughe della sua vecchia fronte si piegarono all’ insù.
« Di niente. Sapevamo tutti e due che morivo dalla voglia di farlo di nuovo.» ridacchiò lo scienziato.
Andarono insieme dalla Anthropus. Era ancora priva di sensi.
« Come hai fatto a trovare l’apertura?» domandò James.
« Io e Kathleen condividevamo il tavolo in cucina, quando lavoravamo. L'ho vista disegnare non so più quanti modelli, e l'ho ascoltata molte volte mentre mi spiegava quello che stava progettando.»
Lo sguardo di Hatfields si illuminò.
« Hai ancora i suoi appunti?» domandò, con una punta di impazienza nella voce.
Timothy andò a prenderli e glie li porse.
Gli occhi di Hatfields brillavano di emozione mentre sfogliava quelle pagine, ricordando i giorni in cui lui e Kathleen avevano lavorato insieme per poter creare l’ androide più simile all’uomo che si fosse mai visto.
« A volte mi manca, Kathleen. E ogni tanto mi chiedo...»
Si interruppe e lasciò la frase in sospeso.
« Tua figlia era un’ idealista, Timothy.» concluse.
« Lo so.» disse l’ altro, e accennò un sorriso. « Tutta suo padre.»
« Già.»
« Ogni volta che al notiziario sento il nome dei Fuggiaschi penso a lei, e non sono tranquillo finché non so che non l’hanno presa.»
« Hai più avuto sue notizie?»
« No. Ed è meglio così: avrei avuto la Squadra 16 addosso per tutto il tempo. Invece, dopo aver appurato che non sapevo più niente di lei, mi hanno lasciato in pace.»
Hatfields sospirò.
« È stata molto coraggiosa.» commentò.
« Lo so, e sono molto fiero di lei.»
Rimasero per un po’ a guardare la Anthropus.
« Le ci vorrà un po’ per svegliarsi.» disse Hatfields. « Il mio lavoro qui è finito.»
« Ti offro qualcosa? Un caffé, o un po’ di vino?»
« No, oggi no.» declinò James, accompagnando la frase ad un gesto della mano. « Magari un’ altra volta.».
Si incamminò verso la porta. Timothy lo seguì e gli aprì.
« Grazie ancora.»

Hatfields non disse niente e se ne andò. Timothy lo guardò camminare per un po’, poi chiuse la porta.

Continua così il racconto di fantascienza iniziato la settimana scorsa. Per ora abbiamo: un militare che è si è ritrovato in non si sa quale brutta situazione, un altro militare che verrà approfondito in seguito, un professore che per motivi sconosciuti non si fa scrupoli ad aiutare una fuggiasca, uno scienziato e una androide che ha appena scoperto di voler volere. Quali altre comparse si uniranno a loro in questo intreccio che NON si concluderà del tutto con questa storia ma si unirà agli intrecci di altri racconti per arrivare al vero finale?
Ancora più importante: che ve ne pare finora? Come sempre, per considerazioni, ipotesi, insulti all'autore, dichiarazioni d'amore a Cristino, Edoarda, o comunque si chiami la vostra dolce metà (apriamo una sezione apposita: "C'è Drago per te")... per tutto questo, c'è il box dei commenti qui sotto. 
Per questa settimana è tutto, o non proprio. Fra poche ore (quando leggerete questo post sarà già successo, probabilmente) succederà qualcosa di molto bello che cambierà drasticamente la vita all'interno di questa casa.
A giovedì prossimo!!!
--- MICHELE GIULI---


venerdì 13 dicembre 2013

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 1

di Michele Giuli

Quale sfinge di cemento ed alluminio
scoperchiò loro i crani e divorò i loro cervelli
e l'immaginazione?

(Allen Ginsberg, “Howl”)

Strade, veicoli, luci. Un gigantesco agglomerato di cemento e asfalto che d’un tratto, calato il sole, si trasformava in un’elettronica giungla artificiale i cui alberi erano lampioni, cartelloni pubblicitari e palazzi.
Il centro di quella ragnatela urbana brulicava di persone: perditempo, artisti di strada, fidanzati e coppie sposate che volevano passare una serata romantica, preti, prostitute, poliziotti e spacciatori.
La squadra 16, no. In quel momento i suoi membri si trovavano in periferia, in una di quelle zone dove i condomini raggiungevano a malapena i cinquanta metri di altezza.
Alexander Sands attivò i reattori e saltò dal tetto di uno dei suddetti edifici all’inseguimento della figura davanti a lui, che correva a velocità che un normale umano non avrebbe mai raggiunto. Gli altri agenti erano parecchi metri dietro di lui.
Sapendo che era inutile provare a seguire lo sconosciuto a piedi, Sands continuò a volare.
La sua preda si voltò per un brevissimo istante, poi accelerò. Era difficile dirlo con la poca luce che c’era in quella zona, ma al tenente parve di vedere il volto di una donna.
“Merda, è un Anthropus!” pensò. Di recente avevano cominciato a comparire sempre più volte.
La Anthropus saltò da un altro tetto, ma si ritrovò su una terrazza a cielo aperto. Davanti a lei l’edificio su cui era saltata continuava ad innalzarsi verso l’alto, sbarrandole la strada. Si guardò intorno senza trovare vie di fuga e, capendo che non aveva scampo, aprì il libro che si era portata appresso tutto il tempo ed iniziò a leggerlo.
« Fermati!» le intimò Sands, atterrando meno di un secondo dopo a pochi passi da lei, ma era troppo tardi. Tolse la sicura alla pistola e la puntò contro la Anthropus, che sfogliava febbrilmente le pagine del libro, come se fosse la cosa più importante da fare in quel momento.
« Posa quel libro!» ordinò il tenente, mettendo in quelle parole tutta la ferocia che poté trovare dentro di se.
Lentamente, la Anthropus alzò lo sguardo dalle pagine e si voltò verso di lui, che trattenne il fiato. Qualcosa si condensò nell’occhio destro artificiale del robot e le colò lungo la guancia. Sands ci mise un attimo a realizzare che si trattava di una lacrima.
« Il padre sospira, trincerandosi dietro il sorriso dolente che lo segue nella vita.» lesse la Anthropus, piangendo. La sua voce era tremula, spaventata... umana.
Sands rabbrividì. Autosimulazione!
« Poco dopo, figure evanescenti, padre e figlio si confondono tra la folla delle ramblas...» continuò la Antrhopus. « mentre l’ eco dei loro passi si perde per sempre nell’ ombra del ven...»
Il proiettile la centrò sulla testa, che esplose lasciando scoperto un mucchio di tubi che grondava di simil-sangue.
« Cosa cazzo aspettavi?» sbraitò Harvey Jenkins, atterrato poco prima dietro di lui, la pistola ancora fumante in mano. « Sapevi benissimo che ormai il sistema di autosimulazione era entrato in funzione! Gli ordini sono chiari!»
« Stava piangendo...» mormorò Sands, ancora scioccato. « Per un attimo mi era sembrata quasi... come noi.»
Harvey rigirò con un piede la carcassa inerme dell’Anthropus.
« Sanno camuffarsi bene, questi bastardi.» commentò senza prestargli ascolto.
La ricetrasmittente di Sands squillò.
« Qui Sands.» rispose il tenente.
« Sands! Avete catturato il ladro?» domandò dall’altro capo della linea John Simkins, il suo superiore.
« Affermativo.» rispose Sands, analizzando il relitto. Rabbrividì, realizzando che a vedere quell’ammasso di circuiti e chip, la prima parola che gli era venuta in mente era “cadavere”.
« La fuggiasca è una Anthropus di serie AF549. È morta.» aggiunse.
« Come mai?»
« Il sistema di autosimulazione era stato attivato prima che riuscissimo a fermarla. Non avevamo altra scelta.»
« Una seccatura di meno, ora come ora abbiamo cose più importanti a cui pensare.»
« Cosa è successo, capo?» domandò Sands.
Simkins glie lo disse.
Harvey osservò il volto di Sands sbiancare.
« Siamo in un mare di merda, Jenkins.» mormorò il tenente fissando il simil-sangue che continuava a colare dal corpo della Anthropus.

Questa settimana abbiamo un tentativo di racconto fantascientifico. Mi è stato detto che questo prologo fa molto "Blade Runner", spero che il seguito faccia emergere un po' di differenze, visto che questo racconto fa parte di un progetto più grande che, pur avendo delle ambientazioni in comune con il racconto di Dick e con il film, mira a toccare temi un po' diversi, o comunque a trattarli in modo diverso. Che ve ne pare, finora?
Per il seguito, ci vediamo la prossima settimana!!!

venerdì 6 dicembre 2013

Racconto: Sogno (tentativo di prologo)

di Michele Giuli

Era un pomeriggio di novembre, e io mi trovavo fuori dall’ entrata della libreria universitaria dove andavo sempre, accasciato a terra, a piangere tutte le mie lacrime. Seduto contro una parete, scosso dai singulti, un braccio a coprire gli occhi rossi e lucidi, tenevo nella mano libera due pagine di quaderno spiegazzate: la lista dei libri da comprare per quel semestre.
Mi concessi qualche secondo in più per versare le ultime lacrime rimaste, poi mi feci coraggio e mi alzai. Guardai per un attimo l’ entrata della libreria, poi sospirai e mi decisi ad entrare, quando ad un certo punto una strana forza mi bloccò la gamba sinistra. Sentii qualcosa muoversi nella tasca dei pantaloni.
« Non farlo, mi sventreranno!» gridò una vocina acuta e squillante, mentre la cosa nei miei jeans faceva di tutto per spingere la mia gamba nella direzione opposta all’ entrata della libreria.
Io ricominciai a piangere e tentai di bloccare la cosa con entrambe le mani, cercando nel contempo di liberare la gamba da quell’ energia misteriosa.
« Devo farlo!» gridai disperato, mentre diversi passanti si fermavano ad osservare la scena. « Non è colpa mia!».
« Non farlo! Non voglio! Sono stato appena riempito!»
« Mi dispiace!» singhiozzai, mentre la cosa spingeva più forte che mai contro la fessura della mia tasca, tentando con tutte le sue forze di divincolarsi dalla mia presa.
« Basta, io me la squaglio!» esclamò il mio portafogli, e con un’ ultima mossa scivolò sotto le mie mani e si librò in volo, fuggendo lontano da me, verso la libertà.
Mi svegliai di soprassalto, e mi ritrovai in camera mia, nell’ appartamento che condividevo con Marco Larani e Lorenzo Astolfi. Fissai il soffitto per svariati minuti, pensando con la più totale convinzione che, se fossi stato credente, avrei potuto usare il fatto che al mondo ci sono quei posti chiamati “copisterie” come argomentazione a favore dell’ esistenza di un Dio buono e giusto. Mi dispiaceva dover tradire così il mio libraio, anche perché non era colpa sua se certi libri costavano tanto, ma se quel semestre avessi avuto la faccia di spendere cifre così alte come quelle che avevo ottenuto sommando i prezzi dei testi da studiare, in così poco tempo, non me lo sarei mai perdonato. Mi piangeva il cuore al pensiero.

Smisi di pensare a queste cose, e guardai l’ orologio. Erano le sette del mattino. Non mi andava di rimettermi a dormire, così mi vestii, presi il portatile sulla scrivania e lo misi nella sua borsa. Fissai per un attimo il portafogli sul comodino accanto al mio letto, ma non dette segni di vita. Lo presi e me lo infilai in tasca, poi uscii per andare a fare colazione. 

Il racconto di questo giovedì è molto breve. Più che di un racconto, si tratta del prologo ideale di un romanzo ambientato a Macerata che sto progettando. Si tratta di un progetto vecchio di un paio d'anni, che è rimasto a vegetare nella mia mente (inizialmente doveva trattarsi di un horror) fino a qualche mese fa, quando fu partorita questa prima scena, presa a sua volta da un'altra idea che a sua volta era rimasta riposta nel cassetto della memoria per parecchio tempo, per poi venire alla luce in questa forma. Dopo averla scritta, e aver ideato diverse altre scene, ho deciso che la vecchia idea di farne un romanzo horror non andava più bene, e non so ancora dire con certezza di che genere sarà il risultato finale. Che ne pensate?
Come al solito, per commenti, considerazioni e insulti c'è l'apposito box dei commenti qui sotto. 
Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto. Per quelli di voi che bazzicano quel di Macerata, ci sarà anche un evento particolare, la settimana prossima. Ricordo inoltre che chi volesse passare una piacevole e leggera ora e mezza è caldamente invitato a venire al Teatro Velluti di Corridonia (MC) questa domenica alle cinque del pomeriggio, dove la compagnia teatrale di cui faccio parte inscenerà QUESTO SPETTACOLO
Alla prossima! :)

---MICHELE GIULI---

venerdì 29 novembre 2013

Racconto: "Una sigaretta sotto la pioggia"

di Michele Giuli

Quanto era passato dall’ultima volta che Diego aveva fumato con sua sorella sotto quell’arco vicino alla piazza del paese? Andando indietro con la memoria, si accorse che era passato più di un anno... Non aveva avuto molto tempo per godersi una pausa sigaretta con Giulia, dalla morte del loro nonno. Si era dedicato anima e corpo ai suoi studi e alle altre attività che ultimamente facevano parte della sua vita, sentendosi con la famiglia principalmente al telefono.
Eppure, nonostante tutte le cose successe e i cambiamenti, ricordava ancora benissimo l’ultima volta che era venuto in quel posto con Giulia: si erano rifugiati sotto quell’arco in una piovosa notte d’Ottobre. Giulia gli aveva offerto una sigaretta e ne aveva presa una per sé. Le avevano accese mentre intorno a loro il ticchettio della pioggia si faceva sempre più forte. Da un giardino a due passi da lì proveniva un’odore di erba bagnata. Diego lo aveva sempre associato alle mattine invernali, quelle in cui l’aria è così gelida che ti sembra che anche il freddo abbia un suo proprio odore, pungente e penetrante.
Fumare in una notte fredda ha un che di mistico. Senti il freddo che attanaglia il tuo corpo, accendi quella striscia di carta avvolta intorno a pochi grammi di tabacco, e senti subito una sensazione di calore che, unita al gelo esterno, da all’ambiente intorno a te un’aria tesa e surreale. Le sigarette già pronte, poi, aggiungono al tutto una sensazione che parla di freddo ferro.
Quella notte di ottobre avevano fumato sotto l’arco, chiacchierando del più e del meno, raccontandosi quello che avevano fatto durante la giornata e, poco prima di andarsene, si erano confidati a vicenda di aver avuto, pochi giorni prima, la loro prima esperienza sessuale.
Quella era stata una delle ultime volte che avevano potuto fumare insieme. Dopo tre anni di lavoro in fabbrica, Diego aveva deciso di iscriversi all’Università, tentando nel frattempo di riportare alla luce sogni da musicista seppelliti da un po’ di tempo. Quella sera era il primo weekend dopo l’inizio delle lezioni che aveva passato a casa.

Il flusso di ricordi lo investì all’improvviso, mentre guardava la brace corrodere la cartina della sigaretta.
« Tu ti ricordi l’ultima volta che siamo venuti qui?» chiese a Giulia, che annuì.
« E come scordarsene?»
Anche lei ricordava bene. Diego si appoggiò con la schiena contro una parete dell’arco, con aria trasognata. Intorno a loro, il paese era quasi vuoto, eccezion fatta per qualche passante. Il cielo era grigio e c’era odore di pioggia nell’aria.
« A pensare a tutto quello che è successo, mi sembrano passati secoli.» disse Giulia.

Da quella volta, erano successe tante cose. Pochi giorni dopo, Diego aveva dovuto tornare per dare una mano a prendersi cura del nonno, le cui condizioni erano peggiorate. Dopo anni passato immobile nel suo letto, fra allucinazioni e demenza senile, nonno Franco era ad un passo dalla tomba. Sopravviveva grazie alla flebo. In un momento di lucidità, aveva espresso la volontà di morire a casa sua, e l’aveva avuta vinta.

« All’inizio di quest’anno ti sei improvvisamente... attivato. Erano un po’ d’anni che non ti vedevo così.» disse Giulia, e chiese « Cosa ti è successo?»
« Non te l’ho mai raccontato?» si stupì Diego.

Anni nella penombra della sua stanza, nonostante si trovasse sotto le cure e le attenzioni dei suoi cari, avevano fatto scivolare il vecchio Franco nella depressione, rendendolo vittima del rimorso e della paura della morte, che diceva di vedere come un’enorme barriera, come la Muraglia Cinese, ma nera, che si avvicinava sempre più a lui. Il nonno era stato credente tutta la sua vita, ma non gli era servito a molto in quegli attimi di puro terrore, nei quali si copriva gli occhi con le mani, come un bambino che abbia paura del buio, gridando: « Perdono!»
Poco dopo quella sigaretta fumata sotto l’arco, un pomeriggio Diego gli aveva tenuto compagnia. Il vecchio a cui da piccolo era stato molto legato delirava, e Diego era sempre più a disagio. Aveva cercato di calmarlo, senza riuscirci.
Ad un certo punto, la mano del nonno era scivolata verso l’ago che iniettava nel suo corpo l’unica ragione per cui era ancora vivo, cercando di sfilarlo. Diego era balzato in piedi e aveva cercato di fermarlo. La mano del vecchio si era serrata intorno al gomito dell’altro braccio e, per paura di fargli male, Diego si limitò a bloccarla lì.
« Lasciamelo fare!» aveva supplicato il nonno, la voce impastata fino ad essere quasi incomprensibile.
« Non puoi sfilare l’ago. Lo so che è fastidioso, ma devi tenerlo.» aveva ribattuto Diego, seriamente preoccupato.
Nonno Franco, allora, aveva cominciato ad agitarsi e a strattonare il braccio, cercando di sfuggire alla presa del nipote.
« Che campo a fare?! Che campo a fare, me lo dici?!» aveva singhiozzato il nonno fra uno strattone e l’altro. Si era divincolato più che poteva, ma pochi secondi dopo la madre di Diego si era fiondata nella stanza e aveva aiutato il figlio a calmarlo. Da allora, comunque, Franco avrebbe provato a suicidarsi fino all’ultimo, anche se sarebbe stata una morte nel sonno a porre finalmente fine ai suoi affanni.
Diego non era stato presente al momento della sua morte, non sapeva se il vecchio avesse trovato la serenità, ma poche ore prima lo aveva visto piangere. Quando nonno Franco era morto, era stata la fine di un’agonia durata più di dieci anni.

« Non so se sia stata anche colpa nostra. Magari, nonostante tutti gli sforzi, non siamo riusciti a farlo sentire amato. O forse era solo impazzito. Comunque, verso l’inizio dell’anno, quando andammo a prendere zio Dario per andare insieme al pranzo di famiglia, mi ritrovai a pensare: “Non voglio finire così!”

“Non voglio finire così”, si era detto. Voleva vivere una vita piena e sorridere al momento del trapasso. Non aveva le idee chiare su cosa avrebbe fatto per ottenere quel risultato, ma ormai aveva deciso.
Una volta, suonando il piano, aveva immaginato la colonna sonora che avrebbe voluto facesse da sottofondo al momento della sua morte. Un po’ morboso, forse, però questo era quello che aveva pensato. La canzone aveva un’andatura e una progressione molto lente, iniziava con un accordo di mi bemolle e si concludeva con un do diesis che lasciava il tutto incompiuto eppure completo. Era un pezzo molto breve, neanche quattro battuto, doveva coprire giusto quel momento in cui la testa gli sarebbe caduta sul cuscino e la vista gli si sarebbe oscurata in una dissolvenza crescente. Era un brano malinconico, ma che al contempo parlava di felicità e commozione, di meritato riposo dopo una vita ben spese, il lieto fine che non ci si aspetta da una scena così.


« Non sapevo che la morte di nonno Franco ti avesse toccato in questo modo.»
« Più che altro, mi è stata d’esempio.» aveva detto Diego.
La loro sigaretta era quasi finita. Giulia si guardò intorno, e sorrise.
« Allora lavoravo ancora per Franzetti, ti ricordi?»
« Come no. E io ero single, e non avevo ancora ripreso in mano la chitarra. E non mi ero ancora trasferito, poi!» rievocò Diego.
Ne erano successe di cose. Ricordò di come, mentre sua sorella si licenziava e apriva un’attività tutta sua, lui aveva studiato, aveva cambiato molte abitudini, si era innamorato. La vita non gli era mai parsa piena di possibilità come allora. Aveva avuto, poi, quella breve fase di abbattimento, poi però aveva ricominciato a suonare la chitarra, e si era innamorato anche di lei.
« E mamma doveva ancora rimanere incinta di Fabio!» continuò a rievocare Giulia!
Sembravano poche cose, a riassumerle così, ma comportavano una tale mole di cambiamenti... Era incredibile quale piena di ricordi potesse scatenare l’unione di un posto, un clima e un’abitudine come fumare insieme.
Il continuo scorrere della sua vita era qualcosa che rendeva felice Diego. La possibilità di continuare a crescere interiormente, di cambiare quanto gli pareva, e forse anche di più, o di restare lo stesso per altre cose, le possibilità offerte dalla sua nuova storia d’amore e più o meno da ogni giorno... da ogni piccolo cambiamento che potrebbe passare inosservato, o che basterebbe uno schiocco di dita per innescare. Tutto questo lo faceva sentire potente, lo faceva sentire come se raggiungere il suo obiettivo non fosse impossibile. Quando aveva lavorato, prima di iscriversi all’Università, raramente aveva creduto che la sua vita gli riservasse qualche apertura. Si dette dello stupido per aver pensato una cosa del genere ad appena ventuno anni.
« Mi sono mancati questi momenti.» disse Giulia, interrompendo i suoi pensieri.
« Anche a me.» concordò Diego.
Videro un paio di gocce d’acqua bagnare l’asfalto davanti a loro, formando piccoli puntini scuri sulla strada.
« Cosa hai fatto ieri, alla fine?» domandò Giulia.
Diego sorrise. Alcune cose non cambiano, e forse anche questo è un bene. Fratello e sorella si raccontarono le ultime vicissitudini, poi spensero le sigarette e si apprestarono ad andarsene. Diego si immaginò che l’arco stesse già aspettando il loro ritorno per avere nuovamente la prova che il tempo scorre, ma fu un attimo, poi non ci pensò più e lui e Giulia se ne andarono sotto la pioggia, scomparendo oltre una salita.

Questo racconto è ancora fresco, essendo stato partorito la settimana scorsa dopo un esperimento che ha preso luogo alla Locanda Burlabacco di Mogliano (la classica assegnazione di tre parole da inserire in un racconto scritto sul momento, per le quali ringrazio Damiano Gesuelli)
Probabilmente la allungherò un po', e la inserirò in quella fantomatica antologia di cui parlo da un po' di tempo. Per il momento, però, sono occupato con la correzione del romanzo. Dopo mesi passati a rivedere piccole cose ogni volta, finalmente sono riuscito a re-ingranare la marcia e sto procedendo spedito! Lo so che tanto non ce la farò entro la fine dell'anno a raggiungere una forma finale che mi soddisfi, ma non vedo l'ora di vederlo concluso, anche se mi sa che succederà come quando ho scritto l'epilogo della bozza ("Dai, devi scrivere solo l'epilogo, ci vorrà un'oretta"... e giù fino alle cinque del mattino, con tanto di pianto nella penultima scena, poi partenza per Macerata senza dormire per poter andare all'Università in tempo.)... ma sto divagando.
Che ne pensate di questo esperimento?
Considerazioni, commenti, pensieri sulla natura profonda dell'universo e del formaggio, tutto questo può essere scritto nel box dei commenti qui sotto. 
Rinnovo l'avviso fatto sulla pagina facebook: la serie di recensioni domenicali è stata momentaneamente interrotta mentre, fra un impegno e un altro (tra l'altro, se Domenica 8 Dicembre non avete niente da fare alle cinque del pomeriggio, QUI c'è un evento interessante) cerco di leggere nuovi libri da recensire. In sostanza, la stagione 2 è in produzione. 
Detto questo, ci vediamo giovedì per il prossimo racconto!

---MICHELE GIULI---

venerdì 22 novembre 2013

Racconto: "La Donna in cima alla collina", di Michele Giuli

Oggi è il turno di un vecchio racconto breve che scrissi ormai due anni e mezzo fa. A rileggerlo ora non riesco a contare le differenze che intercorrono fra la notte in cui lo scrissi e oggi. In due anni, tutto intorno a me e in me è cambiato (in un modo che mi piace, per fortuna). Nonostante questi cambiamenti, resta un racconto valido, che a suo tempo spedii al concorso Subway e che mi ha anche dato l'ispirazione per una canzone. Al Subway non lo hanno considerato, diamogli una possibilità su questo blog.
Buona Lettura!!!



Quando sono nato, l’albero era già in cima alla collina. Era gigantesco, e i suoi rami si innalzavano verso il cielo in uno spasmo di vita.
Era un albero solitario, come un uomo che vive da solo, senza bisogno di nessuno. La collina era diventata una sorta di luogo sacro per tutti noi. Quel posto aveva un che di magico, e da lì era facile cadere in preda all’ estasi mistica davanti alla bellezza del paesaggio.
Al crepuscolo, dovunque ti trovavi, potevi vedere l’ albero stagliarsi contro la luce del sole calante. In quei momenti, sembrava di guardare un dipinto di Friedrich: la luce creava un contrasto naturale fra quella pianta e il cielo, che si colorava di rosso e arancione.
In un certo senso, era un albero malinconico: quando lo guardavi, cadevi immancabilmente in uno stato di meditazione, in cui per un momento potevi sentire chiaramente di essere una parte del Tutto.
Questa era una cosa di cui eravamo tutti consapevoli giù in paese, sebbene non ne facessimo mai parola con nessuno. Era una consapevolezza che sentivi venire dal profondo.
Ogni sera, al tramonto, che fosse estate o inverno, vedevamo quella donna seduta in cima alla collina con la schiena contro il tronco.
Non sapevamo da dove venisse: probabilmente da uno dei paesi vicini, ipotizzavamo. Lei e l’albero erano collegati, in un certo senso.
Pochi minuti dopo che il sole era scomparso del tutto oltre l’orizzonte, lei si alzava e se ne andava via.
Il fatto ci incuriosiva molto, e ogni tanto qualcuno provava a farle compagnia. Lei si sedeva accanto alla persona di turno, e faceva discorsi sulla bellezza di quel posto, o recitava poesie che nessuno aveva mai sentito prima di allora. Se le domandavi chi era, ti rispondeva in modo enigmatico, e si rifiutava di dare informazioni più precise. « Come vuoi che mi chiami?» chiedeva. « Da dove vuoi che io venga?». In molti, a sentirci rispondere così da qualcun altro, ci saremmo irritati, ma con lei non successe mai. Era una stranezza che le perdonavamo con tranquillità.
Mi piaceva molto guardare il tramonto con lei. Era bella come un angelo, e alternava fasi di allegria e gentilezza a momenti di enigmaticità e di quella serietà di coloro che praticano la meditazione. In pratica, era un mistero. Con lei ridevo delle cose più banali, e un momento dopo la vedevo cadere in uno stato di profonda contemplazione.  Sentivo che il suo amore per quel posto era così forte che avrei potuto toccarlo con mano.
« La senti?» mi disse una volta. « La vita di quest’ albero, intendo.»
« Sì.» risposi io, sussurrando. Era una cosa che non potevo sentire appieno... era poco più che una sensazione, ma capivo perfettamente cosa intendeva. Percepivo qualcosa che pervadeva l’ albero, come un Flusso di energia, quando mi trovavo in quel posto. Quella pianta aveva una bellezza tutta sua, sembrava magica come la collina dove si trovava.
Ricordo un episodio strano che avvenne molti anni fa: il sole era appena tramontato, e io mi trovavo davanti all’uscio di casa mia. Prima di entrare mi soffermai davanti alla porta e mi voltai per guardare la collina.
Lei era ancora lì, e si stagliava contro l’orizzonte.
Ad un certo punto, una folata di vento improvviso fece cadere alcune foglie dai rami dell’albero. Una strana emozione selvaggia mi pervase, e provai un brivido di estasi. Sentivo che quello era lo spettacolo più bello al quale avessi mai assistito, una visione che raccoglieva tutta la bellezza del mondo.
Lei si voltò, ed io compresi: anche da quella distanza che stava fissando me.
Quegli occhi... quei capelli castani simili a rami che le cadevano lungo la schiena...e quella primordialità così intensa che incantava chiunque e al contempo ispirava rispetto!
In un misto di paura e ammirazione, capii che lei non era umana.
Passavano gli anni, ma io continuavo ad andare frequentemente sulla collina a tenerle compagnia. A volte rimanevamo entrambi in silenzio, eppure quando me ne andavo sentivo di aver fatto la chiacchierata più interessante della mia vita.
Non mi disse mai niente su di lei, e non gliene feci una colpa, specialmente dopo quello che avevo capito sul suo conto.
Quando salivo in cima alla collina, mi sembrava di poter sentire l’albero respirare. No! Non respirava: c’era qualcosa dentro di Lui che vibrava!

Poi, un giorno, seppi che a breve quell’albero sarebbe stato abbattuto per permettere la costruzione di una nuova strada che doveva passare per quel punto. Mi indignai come mai avevo fatto in vita mia. La sola idea mi faceva ribrezzo! Era una blasfemia!
Quando, qualche sera dopo, tornai sotto le fronde dell’albero, lei era sempre lì.
Parlò molto con me, quella sera, e passammo il tempo ridendo e scherzando. Infine, lei si alzò e mi salutò dicendo: « Fra un po’ dovrò andarmene. Il mio tempo qui è passato.»
« Perché dici questo?» esclamai io, sconcertato.
Sì alzò e guardò l’ orizzonte, dicendo: « Addio. Il mio intento era di farvi vedere come tutto sia vivo e bello, ed ora è tempo che me ne vada.»
Sorrise, e aggiunse: « Mi è piaciuto molto passare questi pomeriggi con te, comunque.»
« Chi sei?» domandai.
Lei mi guardò con benevolenza e disse: « Io sono una manifestazione di quell’esplosione di vita che unisce il Tutto in un unico Uno.»
Spalancò le braccia, e il vento iniziò a soffiare. Sotto i miei occhi, si trasformò in un mucchio di foglie e fili d’erba che volarono via, lasciandomi solo e stupefatto.
Pochi giorni dopo, l’albero fu abbattuto. Provai un forte dolore quando ciò accadde.

Quella notte, non riuscii a dormire. Mi giravo e mi rigiravo nel letto, e alla fine decisi di andare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Passai davanti ad una finestra dalla quale si poteva vedere la collina.
Mi bloccai, non credendo ai miei occhi. Lei era lì! Camminava da sola nella notte, illuminata dalla luce della luna crescente. Sembrava che stesse cercando qualcosa...
Corsi di fuori, deciso ad arrivare fino alla collina per raggiungerla, ma non feci in tempo ad uscire di casa, che era sparita.
Non ho mai raccontato a nessuno cosa è successo in cima alla collina, né quello che vidi quella notte.
Per un po’ di tempo, Lei continuò a manifestarsi. Di tanto in tanto, qualcuno giurava di averla vista vagare nei dintorni del paese. Ogni volta, stando ai racconti, lei sorrideva al protagonista di turno e lo salutava allegramente.
Anche a me è capitato di rivederla una o due volte, e ogni parola che scambiavo con lei dava gioia al mio cuore.
Ogni tanto torno in quel posto. Ora i miei capelli sono bianchi, e la mia pelle rugosa, ma ogni volta provo le stesse emozioni di anni fa, quando l’albero c’era ancora e ad ogni tramonto lei appariva improvvisamente, risalendo il lato opposto della collina, col suo passo lento e delicato. Ogni volta, sento una preghiera sorgermi spontanea dal cuore, e lentamente sussurro semplicemente:
« Madre Terra...»
Ora, al posto dell’ albero c’è una strada circondata dal verde dove sfrecciano le macchine. Ai suoi bordi hanno piantato qualche cespuglio.
Tuttavia, se vi capita di passare per quel luogo, prestate attenzione a ciò che provate.
Da sotto l’asfalto sbucano dei germogli, frammenti di una forza vitale che non può essere coperta dal catrame.
Dove un tempo c’era l’albero, è ancora percepibile quel richiamo alla vita e alla gioia che caratterizzava quel posto magico. E, se state attenti, potrete sentire una Voce che vi sussurra dolcemente nell’orecchio, in mezzo al fruscio delle foglie ai bordi della strada.




Michele Giuli

lunedì 18 novembre 2013

Il Drago consiglia... "Kung Fusion", film di Stephen Chow

Bentrovati! Questa è la recensione di questa domenica. Ancora una volta, si tratta di cinema orientale, ma stavolta ci spostiamo dalla Corea alla Cina.
Fatemi sapere cosa ne pensate di questo film!



Immaginate la cosa meno seria che abbiate mai visto, e avrete teorizzato Kung Fusion.
Questo film è ambientato nella Cina pre-maoista, e fin dal primo momento presenta una particolarità: sia l’originale in cantonese che il la versione italiana sono doppiati in diversi dialetti. Inutile dire quanto questo renda il tutto più epico nel doppiaggio italiano!
È un normale giorno di vita quotidiana al quartiere “Vicolo dei Porci”, governato da una donna tirannica, severa e violenta e dal di lei marito. All’improvviso, arrivano due giovani che pretendono di non pagare un parrucchiere. Messi alle strette da tutta la popolazione, sostengono di essere membri di una cosca mafiosa denominata “Gang delle Asce”. Uno di loro lancia un petardo cercando di far credere che sia un segnale, ma colpisce davvero un membro delle Asce di passaggio e scatena l’inferno. Fra gli abitanti del Vicolo dei Porci ci sono tuttavia tre maestri di kung-fu che riportano l’ordine, ognuno con le sue particolari, esilaranti tecniche di combattimento. Ristabilita la tranquillità quotidiana, i tre però hanno attirato su di loro (e sui padroni del vicolo, anche loro maestri di kung-fu ritiratisi a vita privata dopo aver perso il loro unico figlio in uno scontro) le ire della cosca mafiosa che hanno umiliato.
Alla loro si unisce la storia di Sing, la finta “Ascia”, ex sognatore disilluso che sta tentando con tutti i mezzi di diventare un mafioso per uscire dalla miseria che caratterizza la sua vita. Cosa succederà ora?

Kung Fusion è uno di quei film per chi vuole ridere sguaiatamente, dalla comicità demenziale, con vari riferimenti a film occidentali (c’è una scena in cui compare la cascata di sangue di “Shining” di Stanley Kubrik), dalla quale vengono inglobate anche le scene più “serie”. Non aspettatevi i “cazzotti buoni” di Bud Spencer & Terence Hill: per quanto non troppo accentuata rispetto ad altri film, la violenza visiva è comunque un elemento presente in alcune scene. Se questo fattore non vi pesa molto, e volete passare un’ora e mezza di divertimento in modo leggero, ve lo consiglio!

venerdì 15 novembre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 5

V PARTE

A guidare il furgoncino dove si trovavano Eddie, Stan e Bob c’era il contatto di quest’ultimo. Chris Carlson era un uomo di mezz’età dalla pelle bianchissima. I suoi capelli color biondo chiaro presentavano alcune striature grigie ed erano pettinati all’indietro. Gli occhi azzurri fissavano calmi la strada davanti a loro. Carlson aveva una corporatura robusta, anche se per lo più si trattava di un’impressione data dalle spalle larghe e dalle braccia possenti anche quando erano rinchiuse dentro la manica della sua giacca di un nero perfetto, mentre per il resto era un uomo esile e sottile. Le mani, abbastanza spesse per uno come lui, tenevano saldamente il volante. Al posto di guida, Carlson aveva atteggiamenti molto simili a quelli di Bob.
Di fianco a lui, stava padre Joseph. Gli altri tre stavano in piedi nel vano posteriore. 
Fermarono a poche centinaia di metri dal molo, nascosti dentro una macchia d’alberi. Dietro di loro, l’altro furgoncino degli uomini di Carlson.
Dovevano aspettare l’ora in cui il loro contatto avrebbe fatto partire il video a circolo chiuso sugli schermi di sorveglianza. L’attesa fu lunghissima. Eddie rischiò più volte di addormentarsi, seduto contro la parete interna del furgone. Ad un certo punto, Stan si riscosse.
« Ecco! Ora mi sono ricordato! James Stewart, quinto palazzo sulla diciassettesima! Chissà se abita ancora lì...» esclamò sottovoce, coprendo con una mano il sorriso che era affiorato sul suo viso.
« James?» ripeté Bob. « Che c’entra lui, adesso?»
« Oh, niente di che. Anni fa ho lasciato a lui un oggetto che vorrei riavere, e stamattina io e Eddie abbiamo provato a ritrovare la strada, ma non mi ricordavo l’indirizzo.» minimizzò Stan, scotendo una mano.
« Di che si tratta?»
« Oh, di una soluzione che mi venne in mente tempo fa ai problemi che vedevo intorno a me. Misi quell’intuizione in un disegno, ma non mi ricordo di cosa si trattasse, quindi speravo di rivederlo, ma mi sono ricordato solo adesso dove cercarlo. Pazienza, ci tornerò domani, se avremo tempo.»
Dopo quella breve interruzione, ricominciò il silenzio e durò per almeno un’altra ora, quando il telefono di Carlson squillò.
« Le guardie elettroniche sono inoffensive, da adesso.» annunciò l’avvocato. « Ora dobbiamo aspettare che parta il video a circuito chiuso.»
Fu questione di minuti. Il cellulare di Carlson squillò di nuovo. Era il segnale. Carlson mise in moto il furgone, ed entrarono lentamente nel molo, facendo attenzione alle guardie elettroniche.
Queste ultime erano dei macchinari molto semplici, montati su quattro rotelle. Da lontano sembravano dei cestini per l’immondizia, con un lungo collo sul quale era montata una telecamera che compiva perpetuamente un giro di centottanta gradi.
Una di esse si fermò davanti al furgoncino di Carlson, che imprecò e frenò. La guardia elettronica rimase lì, senza dare cenno di volersi spostare. Carlson stava per scendere quando questa riprese a muoversi e li oltrepassò senza fare niente.
Ad un certo punto, dal nulla comparvero sette giapponesi che si avvicinarono a loro. Stavolta scesero tutti dai furgoni e andarono incontro ai loro compratori. Uno di loro si fece avanti e si presentò come il signor Kogura. Carlson andò a stringergli la mano e si presentò a sua volta.
Kogura fece girare lo sguardo fra i presenti, soffermandosi su ognuno di loro, poi chiese di poter vedere la merce e Carlson lo portò a vedere il contenuto dei furgoni.
Eddie guardò i giapponesi. Erano tutti molto giovani, o almeno lo sembravano. Avevano un’aria apparentemente tranquilla, il che lo mise a disagio: lui stava già cominciando a sentire gli effetti dell’adrenalina. Si guardò alle spalle, verso un capanno dove sapeva trovarsi la sorveglianza umana, poi squadrò gli edifici in lontananza. Potevano essere scoperti in qualsiasi momento. Se solo qualcuno fosse uscito a fumarsi una sigaretta...
Cercò di respingere quei pensieri. Nel frattempo, Kogura tornò dai suoi e fece loro un cenno, poi si misero tutti a lavorare. Uno ad uno, presero quante più crostate imballate potevano e presero a caricarle sul ponte della nave di Kogura. La nave era molto imponente e dall’aria leggermente inquietante... come tutte le navi da trasporto, in fondo.
Lavorarono più veloci che poterono. Quello era uno dei momenti più delicati della missione. Eddie fece i primi giri dal furgone alla nave quasi correndo, movendosi a piccoli passi sulle punte dei piedi per non perdere l’equilibrio. L’odore delle crostate che portava gli penetrava le narici. Quanto avrebbe voluto mangiarne un pezzetto!
Ogni tanto lanciava delle occhiate alla baia, cercando di scoprire se riusciva a vedere con la luce della luna l’isola dove si trovava Alcatraz in lontananza. Si domandò se, la mattina dell' 11 Giugno 1962 , il suono dell’allarme della prigione di massima sicurezza fosse giunto fino a quella banchina squarciando il fragore delle onde del mare e il rosso del cielo all’alba, e se qualcuno che stava facendo una passeggiata sulla spiaggia si fosse fermato, nell’udire quel suono, capendo che stava accadendo qualcosa di inimmaginabile. 
Si chiese quali sensazioni avrebbe potuto provare se si fosse trovato in quella situazione, come sarebbe sentirlo. A sapere cosa significava, probabilmente sarebbe stato qualcosa di terribile, in tutte le accezioni positive e non di quel termine. Ma quelli che l’avevano vissuto veramente... Qualcuno aveva provato un brivido, sentendo quella sirena, o aveva pensato che in fondo quel suono si sentiva ogni volta che si scopriva un tentativo di evasione, e che probabilmente quel particolare tentativo non era riuscito? C’era stato qualcuno che, leggendo le notizie in seguito, avesse fermato la mano che reggeva la forchetta o la sigaretta, pensando a quando, passando con la macchina vicino alla baia, quella notte, aveva notato le sagome tre uomini uscire dall’acqua, portando con loro una strana barca?
Si domandò anche sotto quale stress dovessero essere stati i tre fuggitivi. Lui si sentiva già abbastanza nervoso in un’operazione come quella, molto ma molto meno complessa e rischiosa.
Le guardie elettroniche, camminavano intorno a loro come se niente fosse, ma questo non impediva a Eddie di aver paura ogni volta che ci passava davanti di sentire scattare una sirena da qualche parte. Se lo sentiva:  sarebbe successo all’improvviso, mentre trasportava guardingo le ultime crostate. Dal nulla si sarebbe sentito il rumore improvviso di un allarme, terrificante come quello di Alcatraz, talmente forte da farlo sobbalzare e rabbrividire, sarebbero stati scoperti e sarebbero finiti tutti in galera! Ma chi glie lo aveva fatto fare, di venire?
Ecco, c’era una guardia elettronica proprio lì davanti a lui, fredda e inquietante nella sua calma. La sua telecamera ancora non riprendeva nulla nella direzione di Eddie, ma si stava girando lentamente. Lui tirò dritto, sperando di fare più strada possibile prima di essere visto. La telecamera continuava a girare... ecco! Era questione di un attimo! L’adrenalina a mille, Eddie accelerò ancora di più il passo.
“Dai, non è successo niente finora, non succederà niente stavolta” si disse mentre la telecamera lo inquadrava (o almeno così credeva, non poteva sapere con certezza quando fosse largo l’angolo dell’obiettivo), preparandosi a tirare un sospiro di sollievo.
Fu in quel momento che udì un tonfo e un grido dietro di lui. Si voltò di scatto, reprimendo all’ultimo momento un urlo, ma era solo uno degli uomini di Carlson che era inciampato e si era fatto male.
« Fate attenzione!» li rimproverò Carlson, inframmezzando imprecazioni varie, e i lavori ripresero normalmente. Riuscirono a finire di caricare le crostate senza problemi, e si riunirono tutti in cerchio.
Kogaru consegnò una valigia a Carlson, che la aprì: era piena di mazzette di banconote. Eddie deglutì al vedere tanto denaro in un solo posto, e provò un moto di avidità che lo spaventò.
Carlson richiuse la valigetta e salutò i colleghi giapponesi con un cenno del capo, e questi ultimi si ritirarono sulla nave. A questo punto della missione, spacciatori esperti come Bob, Stan o Carlson sapevano che bisognava fare particolare attenzione, perché si rischiava di rilassarsi e di commettere idiozie. A quanto pareva, altri nel gruppo non lo sapevano.
Uno degli uomini di Carlson, mentre stavano risalendo sui furgoni, fece un passo indietro e inciampò su una delle guardie elettroniche che silenziosamente gli stava passando alle spalle. Cadde con un tonfo e diversi improperi, e in un eccesso d’ira di scagliò sulla macchina, assestandole un calcio.
« Idiota!» gridò Carlson, non preoccupandosi più di parlare a voce troppo alta, poiché nel momento esatto in cui il piede del suo uomo colpì la superficie metallica della guardia elettronica, questa inviò dei segnali alla sirena all’ingresso del molo, che cominciò a suonare.
« Tutti su!» gridò Bob, e si precipitò dentro uno dei due furgoncini. Gli altri lo seguirono a ruota, e ripartirono in fretta mentre dal capanno dove si trovavano le guardie umane uscivano di corsa due figure indistinte.
Riuscirono ad uscire dal molo e fuggire in pochi secondi, ma guidarono veloce e presero strade secondarie finché non furono certi che nessuno li stava inseguendo, e anche in quel caso preferirono andarci cauti.
Ad un certo punto, abbandonarono i furgoni e proseguirono a piedi nella notte di San Francisco.
Eddie era atterrito. Ad ogni passo si guardava almeno due volte intorno, temendo di vedere le luci delle sirene della polizia, prima ancora di sentirne il suono, riflettersi sulle pareti degli edifici. Seguì il resto del gruppo attraverso vicoli a lui sconosciuti, senza sapere dove stava andando, e temendo che non lo sapessero bene neanche gli altri. Ad un certo punto, tuttavia, riconobbe alcuni edifici che aveva visto distrattamente quella mattina. Erano arrivati.
All’interno della fabbrica, si sedettero tutti quanti ai lati di uno dei tavoli di produzione. Padre Joseph tirò un sospiro di sollievo e si asciugò il sudore dalla fronte.
« E anche questa è fatta.» disse, sollevato, poi Carlson aprì di nuovo la valigetta che gli aveva dato Kogura e divise i soldi fra i presenti.
Eddie prese con incertezza la mazzetta che gli veniva porta, guardandola come se temesse che potesse sparire da un momento all’altro. Erano un mucchio di soldi! Però, ripensando a quante volte aveva avuto paura quella sera, e a quanto avevano rischiato, si disse che aveva soddisfatto la sua curiosità e che se gli si fosse ripresentata l’occasione di fare un lavoro del genere, ci avrebbe riflettuto molto di più. Forse avrebbe potuto fare qualcosa di più tranquillo con Bob, una volta tornati a casa.
Bob e Stan salutarono Carlson con un abbraccio e agitarono la mano in direzione degli altri, poi se ne andarono insieme ad Eddie verso un ostello parecchio lontano da lì in cui Carlson aveva prenotato dei letti.
Una volta arrivati, si fiondarono nei loro letti, anche se Eddie ci mise un po’ ad addormentarsi, elettrizzato com’era.

La mattina si svegliarono tutti tardi. Eddie sentì come una calma sovrannaturale quando aprì la finestra e, dopo essersi abituato alla luce, vide il panorama urbano davanti a lui. C’era una strana tranquillità nell’aria, nelle macchine, nei passanti sui marcipiedi, nei semafori, negli edifici dalle porte che si aprivano e si chiudevano... o forse era solo lui ad essere più tranquillo del solito, dopo tutte le emozioni della notte precedente.
Si prepararono alla partenza, scesero in strada dopo aver pagato («Ah, il vecchio Cris, non ti da un soldo in più di quello che ti deve!» aveva commentato ridendo Stan, quando si erano allontanati abbastanza dal cassiere da non essere uditi) e fecero colazione in un bar.
Dopo aver mangiato, Stan insistette per fare un salto in un posto. Eddie già sapeva dove voleva andare. A Bob non piaceva l’idea di restare più a lungo del dovuto a San Francisco, ma dette il suo benestare ugualmente.
Quando arrivarono al quinto palazzo sulla diciassettesima, scoprirono che James Stewart era al lavoro, ma decisero di aspettare. Anche Bob voleva rivedere il vecchio amico. Fecero pranzo in un ristorante lì vicino e aspettarono.
Ad Eddie sembrò che il tempo volasse. Forse era il fatto che si sentiva bene per essere uscito indenne dall’avventura della notte precedente, forse perché aveva dormito bene, forse perché era una bella giornata, forse erano tutte e tre queste cose... fatto sta che gli sembrò di essere entrato nel Nirvana e di stare osservando ciò che gli avveniva dall’esterno, immerso in una calma mistica. Di quel giorno avrebbe conservato come ricordi poche immagini. Loro che chiacchieravano seduti ad una panchina, James Stewart che tornava dal lavoro e rimaneva stupefatto alla loro vista, il vino che avevano bevuto al tavolo di casa sua una volta entrati, il loro ospite che consegnava un pacco a Stan, che lo abbracciava con gli occhi pieni di lacrime, poi loro che uscivano dalla porta e si recavano verso la macchina di Bob.
Mentre camminavano, un giovane li avvicinò e chiese se poteva lasciar loro un volantino. Certo che poteva, rispose Stan a nome di tutti. Eddie prese il volantino dalle mani del ragazzo, e lo osservò. Era rosso, e c’era stampato sopra il disegno di un bel piatto di pasta fumante, recante la scritta “Free Lasagna”.
« Devono essere quelli del movimento legalizzazione.» commentò Stan.
« E chi sono?»
« Oh, è partito tutto da un gruppo di ricercatori che da anni sta cercando di sfatare i miti della Lifegrass, e da lì è nato un movimento di volontari che va in giro diffondendo le loro scoperte e proponendo riforme elettorali alla legge sul proibizionismo del cibo.» spiegò Stan, e Eddie tornò veramente in sé, tanto era l’interesse suscitato da quella cosa. Tenne stretto il volantino per tutto il viaggio fino alla macchina, leggendolo di tanto in tanto. C’erano dei numeri, e parlava delle maggiori divisioni negli Stati Uniti.
“Mmmh, forse...” pensò sorridendo. Quella era una cosa che gli sarebbe proprio piaciuto fare.
Quando arrivarono alla macchina, Stan scartò il pacco che gli aveva dato James. Era ormai il tramonto, la giornata era trascorsa velocissima, e la luce rossa del sole illuminava le loro spalle mentre osservavano il disegno di Stan, fissato dentro una cornice di legno. Ritraeva una strada piena di gente che cavalcava un monociclo.
Bob arricciò le labbra e spalancò gli occhi.
« Mi sembra giusto.» disse, poi salirono tutti in macchina e si misero in strada, lasciandosi alle spalle prima quell’avventura, poi quella strada, poi la città.
Eddie, seduto sul sedile posteriore, si appoggiò al finestrino e guardò di nuovo il volantino che gli era stato dato.
Stava pensando seriamente di provare a diventare un volontario. Gli avrebbe causato molti problemi a livello sociale e lavorativo, certo, ma era lo stesso discorso che si poteva fare con i cibi: era meglio sacrificarsi in nome dell’estetica, o scegliere di provare tutti i gusti di quel mondo?
Rise pensando a cosa avrebbe detto Agnes sentendo un discorso simile, e si mise a guardare fuori dal finestrino, ringraziando silenziosamente tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento per avergli fatto capire cosa voleva fare nell’immediato futuro.

La macchina correva sull’asfalto, immersa nella semi-oscurità illuminata solo dalle luci dei lampioni. Il quasi ex-spacciatore, il matto a parimerito, e il quasi-volontario del movimento per la legalizzazione dei cibi guidavano in silenzio, ascoltando un po’ di musica dall’autoradio del primo. Quella strada di campagna era deserta. Si fermarono in un autogrill per fare cena. Il quasi-volontario si guardò intorno, osservando come al solito la gente nelle sue azioni quotidiane.
« Ai miei tempi, questo lavoro era più facile.» commentò lo spacciatore, una volta tornati in macchina. Come si poteva pensare di lavorare, se dovevi trasportare chili su chili di roba prima in macchina, poi a mano, per infine caricarla su una nave che sarebbe andata oltreoceano, prestando attenzione a delle macchine che gironzolavano per il molo con una telecamera al posto della testa?
Entrambi gli altri due si dissero d’accordo con lui.

Davanti a loro, la strada era vuota. Davanti a loro, la strada era infinita.

Michele Giuli 

martedì 12 novembre 2013

Il Drago consiglia: "Castaway on the Moon" (film, regia di Lee Heyjun)


Due storie nella gigantesca Seul. Kim ha perso tutto: il lavoro, i soldi, la moglie. Un giorno decide di farla finita e si getta nel fiume Han. La corrente lo trascina su un pezzo di terra cosparso di rifiuti a poche decine di metri dal ponte di cui si è buttato, permettendogli di salvarsi.
Una volta ripresosi, Kim si accorge con orrore di trovarsi su un’isola deserta (più precisamente, l’isola Bam) nel bel mezzo di Seul. Malgrado i suoi sforzi, nessuno viene in suo aiuto. Quei pochi che riesce a contattare non gli credono, o non lo capiscono. Kim è isolato dal resto del mondo. Il suo cellulare è morto, e anche Seul è ancora lì, tutta intorno a lui, ma nessuno sembra accorgersi delle sue disperate richieste di soccorso, in mezzo al rumore della vita urbana.
Non riuscendo a trovare una via di fuga, Kim si ritrova costretto ad una vita da selvaggio, pur vivendo nel bel mezzo della civiltà. Dopo un breve momento di debolezza, riesce a trovare la forza di andare avanti e si impegna per sopravvivere, riuscendo a costruirsi una nuova vita, ma non aspettatevi il fascino della natura: questo moderno Robinson Crusoe vive tra i rifiuti trasportati dalla corrente e anzi ne fa uso per ottenere quello che gli serve.  Riesce così a realizzare una sorta di paradiso-discarica al quale si affeziona, ormai alienato da una società fatta di alienazione.
Deciso a riuscire a preparare da solo l’impasto per dei noodles (avendo trovato una bustina per il condimento), riesce addirittura a far crescere un piccolo orticello, ma c’è qualcuno che lo osserva.
“Blue Bear” (il cui vero nome verrà reso noto soltanto alla fine) vive da tre anni rinchiusa nella sua camera, in un’oscurità rischiarata soltanto dalla luce del suo computer. Attraverso il web vive una vita alternativa in cui può fare tutto quello che vuole, nascondendosi dietro lo scudo di una falsa identità.
Blue Bear vede la luce del Sole due volte l’anno: durante le prove di evacuazione generali organizzate dall’esercito. In quei momenti, la città è “deserta come la luna”, e Blue Bear può aprire le tende e scattare delle foto alla città. Un giorno, mentre come ogni anno si affaccia dalla sua finestra protetta da un casco, l’obiettivo della sua macchina fotografica finisce sull’isola Bam e inquadra Kim.
Blue Bear scambia quest’ultimo per un alieno, e dopo averlo osservato silenziosamente per mesi, decide finalmente di uscire di casa per contattarlo nel suo particolare modo...
Cosa nascerà da questo particolare contatto fra due persone totalmente diverse eppure entrambe “naufraghe” nella loro società?

“Castaway on the Moon” unisce le storie di due solitudini diverse e uguali, in una commedia che diverte, commuove e fa riflettere.
Molto ben sviluppato è il tema dell’alienazione dei due personaggi dal resto di Seul e, per esteso, dalla società stessa, e di come anche quest’ultima possa essere a volte talmente caotica da non accorgersi di cosa la circonda. Entrambi sono totalmente, angosciosamente soli nel bel mezzo delle luci notturne della città.
Un classico esempio di film visto per caso, e rimasto impresso.
Assolutamente consigliato!!!

giovedì 7 novembre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 4


I sobbalzi dell’auto svegliarono Eddie che si riscosse e aprì a metà gli occhi per guardare fuori dal finestrino. Provò a mettere a fuoco la vista, e dopo un po’ riuscì a vedere a diversi chilometri da loro gli edifici di una città che non conosceva.
Si trovava sul sedile posteriore dell’automobile di Bob. Stan, il matto a parimerito, sedeva sul lato del passeggero e guardava tranquillamente davanti a sé.
« Dove siamo?» domandò Eddie, stiracchiandosi.
Stan si girò verso di lui.
« Oh, ti sei svegliato! Fatto buon sonno?» disse.
« Più o meno.» mugugnò il ragazzo, ancora assonnato.
« Beh, hai ancora un po’ di tempo per dormire, ma ormai il grosso del viaggio è ormai finito: quella alla nostra destra, mio giovane nuovo amico, è San Francisco.»
Eddie sbadigliò rumorosamente e appoggiò la testa contro il finestrino, socchiudendo gli occhi.
« Che ore sono?» domandò.
« Le otto e trentasette di mattina, fuso orario locale.» rispose allegramente Stan.
« E noi siamo a corto di benzina.» disse Bob. « C’è un autogrill qui vicino, ci fermeremo lì.»
Eddie richiuse gli occhi. Quando due settimane prima Bob era venuto a trovarlo davanti a casa sua, il giovane aveva fatto entrare lui e Stan nel suo appartamento e aveva offerto loro un tè, una delle poche bevande ancora legali oltre al caffè e all’acqua...

« Allora, cosa ti porta qui?» aveva domandato Stan.
« Affari.» aveva risposto lo spacciatore. « Mi serve una mano per un lavoro, ma sono rimasto a corto di gente e ho assoluto bisogno di dei collaboratori.»
« E in cosa consiste questo lavoro?» lo aveva interrogato Stan, sporgendosi in avanti sulla sedia su cui era seduto.
« Crostate.» aveva detto Bob, e aveva spiegato loro che un suo amico era stato contattato da un grande contrabbandiere giapponese che voleva trasportare un carico oltreoceano. Il Giappone aveva cominciato da pochi anni ad applicare la politica di proibizionismo in vigore in America, e si stava creando una grossa fetta di mercato nero intorno ai cibi tradizionali. Per quell’affare in particolare, si parlava di chili su chili di crostate, di ogni varietà.
« Chi è questo tuo contatto?» si era informato Stan.
« Chris Carlson.»
« Oh, il vecchio Chris! E cosa fa adesso?»
« Ha completato gli studi che aveva lasciato indietro e ora è un avvocato. Usa quell’attività come copertura, anche se credo che per riciclare il denaro usi altri mezzi.»
« E noi a cosa ti serviamo?» aveva domandato Eddie.
« Questo contrabbandiere arriverà in America  fra due settimane, su una nave che attraccherà al molo alle nove di sera. Il molo non è molto ben sorvegliato, e ci sono diverse falle che ci permetterebbero di trasportare il carico fino alla nave senza troppi problemi. Con noi ci sarebbero anche gli uomini di questo mio contatto, e...»
« Quanto rischiamo?» lo aveva interrotto Eddie.
« Dieci anni di galera, come minimo, considerando il carico che dobbiamo contrabbandare.» aveva risposto Bob, e aveva aggiunto: « Però qualche patteggiamento e la buona condotta li dimezzi in men che non si dica.»
Eddie aveva sospirato ed era rimasto in silenzio.
«Lo so che è chiedere tanto, ma non lo farei se non avessi nessun altro a cui rivolgermi. Se non te la senti, lo capirò.» aveva detto Bob.
« Beh, puoi contare già da adesso su di me, intanto.» si era offerto Stan.
Poco dopo, lo spacciatore e il matto a parimerito se ne erano andati, lasciando Eddie da solo a riflettere. Quella notte, il giovane non aveva dormito, e quando si era recato al Servizio Civile, stanco morto, aveva continuato a pensare a quell’offerta finché, tornato a casa, non si era buttato sul divano a dormire con i vestiti ancora sporchi.
Rischiava veramente tanto, questo era poco ma sicuro. Se anche fosse riuscito a ridurre la pena in caso di arresto, avrebbe avuto la fedina penale molto ma molto sporca. La sua vita sarebbe stata rovinata, ma d’altronde non se la stava passando bene neanche in quel momento.
Però, che cazzo!, aveva sempre pensato che Bob fosse uno spacciatore serio. Si è mai sentito di un professionista che va da un cliente e lo chiede di aiutarlo per un lavoro come quello? Come faceva Bob a sapere che Eddie non avrebbe detto tutto alla polizia. Cazzo! E se per caso si fosse preparato all’evenienza? Cosa avrebbe fatto qualora Eddie gli avesse detto di no?
Ma non era quello il momento di pensarci: doveva capire cosa voleva veramente. C’era una parte di lui che anelava ad andare con Bob.
Così, dopo essersi risvegliato, ancora una volta si era messo ad ascoltare, solo che questa volta l’oggetto del suo ascolto era il suo stesso corpo. All’idea di rifiutare l’offerta, sentiva in sé stesso una serie di reazioni negative, al punto che anche il suo sangue sembrava voler indietreggiare davanti a quella possibilità. Se invece Eddie pensava di accettare, tutto tornava alla normalità. Pensò a tutte le conseguenze che avrebbe dovuto subire se fosse stato arrestato. Ma d’altronde quante  prospettive aveva, se anche Bob non avesse fatto niente una volta ricevuto un suo rifiuto? Esaminò velocemente il suo passato e la sua situazione attuale, e i motivi per cui versava in essa.
 “Non molte”, si era detto.
Aveva contattato Bob, e si erano dati appuntamento. 

Alle nove e dieci uno spacciatore,un ex-spacciatore e il loro nuovo apprendista entrarono in un autogrill, ordinarono la colazione e si sedettero ad un tavolo. I tre compagni d’avventura fecero colazione intavolando conversazioni stupide inventate sul momento, citando spesso la città di Oklahoma. Se mai qualcosa fosse andato storto e avessero dovuto fuggire dalla legge, almeno avrebbero avuto la possibilità di depistare i loro inseguitori.
Dopo che ebbero mangiato, Stan si diresse verso il bagno mentre Eddie e Bob andarono a fare benzina. Quando ebbero fatto il pieno, si appoggiarono contro una delle pareti esterne dell’autogrill ad aspettare il loro compagno, e Bob si accese una sigaretta. Eddie fissò la fiamma accenderne la punta e pensò che forse Stan aveva ragione: in un mondo in cui i cibi del passato sono banditi in nome dell’estetica e di una millantata salute migliore, ma le sigarette restano in circolazione perché il governo ci guadagna, nessuno può essere tanto arrogante da definirsi più matto degli altri. Pensandoci, gli venne voglia di fumare.
Bob guardava fisso davanti a sé, in silenzio. Sembrava leggermente nervoso. Eddie si preoccupò, ma non disse niente.
« Bob, posso farti una domanda?» chiese invece, mentre si accendeva una sigaretta a sua volta.
« Anche due.» rispose Bob, continuando a guardare fisso davanti a lui con una certa malinconia negli occhi.
« Perché spacci cibo?»
Bob esalò una boccata di fumo e guardò il cielo, pensoso, la mano con la sigaretta ferma a mezz’aria.
« Iniziai per protesta, quando i primi cibi cominciarono ad essere banditi.» raccontò.  « Usarono la scusa di uno stile di vita più salutare. A parte il fatto che puoi avere le idee più giuste di questo mondo, ma se sei saggio non le imponi agli altri con la legge... a parte questo, avevo saputo da poco tempo che diversi ministri e l’allora presidente della Lifegrass, si incontravano spesso. Ben presto i miei sospetti si rivelarono esatti: in pochi anni, tutti i prodotti che si potevano mangiare erano della Lifegrass, e io avevo un lavoro, se così lo si può chiamare, che oltre a piacermi era diventato anche parecchio remunerativo. Lo spaccio allora era magnifico! La mafia non aveva ancora messo le zampacce su quel tipo di mercato, eravamo tutti dei liberi imprenditori, se vuoi. Adesso le cose sono cambiate parecchio: i cartelli stanno conquistando sempre più terreno, è diventata tutta una questione di conoscenze, patti, alleanze, mischiata ad un etica che non condivido appieno. Non c’è più posto per quelli come me. Credo che farò ancora due o tre lavori come questo, poi mi ritirerò a commiserarmi per la mia illusione.»
Quell’ultima frase la pronunciò con il tono più triste che Eddie avesse mai sentito.
« D... Dai, non essere così tragico...» provò a dire il giovane, imbarazzato.
« Sono realista. Comunque, sono contento che fra i miei ultimi lavori ci sia questo affare delle crostate. Scusa ancora se ti ho coinvolto, ma avevamo un bisogno disperato di qualsiasi persona potesse aiutarci, e grazie a te ho ritrovato anche Stan.»
« Perché questa missione è diventata così importante per te?»
Bob ghignò.
« Lo considero un attacco personale alla presidentessa della Lifegrass.»
Eddie stava per chiedere perché, ma in quel momento arrivò Stan, che domandò a gran voce: « Tutti pronti?»
Bob fece un verso di assenso e si diresse verso la macchina, mettendosi al posto del guidatore. Eddie ingoiò la sua domanda ed entrò anche lui.

Dopo quella sosta, continuarono a guidare finché non giunsero a destinazione. Passarono con la macchina vicino allo studio legale del contatto di Bob, ma non entrarono. Non si poteva mai sapere...
Andarono invece verso una zona dove avrebbero dovuto incontrare i suoi scagnozzi. Eddie era sempre più sotto pressione.
Quando giunsero nei pressi di un parco giochi, parcheggiarono e Bob digitò un numero sul cellulare. Attese qualche secondo mentre il telefono squillava, poi attaccò e guidò gli altri due lungo la strada. Svoltarono a destra dopo qualche metro per ritrovarsi in una via principale, e in quel momento una macchina nera rallentò per raggiungerli e si fermò di fianco a loro.
Senza dire una parola, i tre entrarono sul sedile posteriore, e il tizio al volante ripartì.
Era un uomo di mezza età dall’aria molto trasandata, con qualche ciuffo di capelli biondi sulla testa e una barba vecchia di parecchie settimane, un viso abbronzato pieno di rughe e un’espressione rude, il che stonava molto con il completo nero che indossava. Al suo fianco sedeva un uomo un po’ più giovane, dall’aria meditabonda, che emanava un forte odore di dopobarba.
Il viaggio proseguì in perfetto silenzio. Eddie si guardava continuamente intorno, guardingo, e scrutava spesso le facce di Stan e Bob, ma i due veterani sembravano rilassati.
Dopo circa mezz’ora, l’auto parcheggiò all’interno di un garage. Tutti scesero e in quel momento i due tirapiedi tirarono fuori le pistole e le puntarono contro gli altri.
Eddie stava per fare un balzo indietro dallo spavento quando fu bloccato dalla mano salda di Bob, il quale, fissando con tranquillità le canne delle pistole puntate su di loro, alzò lentamente le mani. Stan aveva già agito allo modo, e Eddie, timidamente, fece altrettanto. Uno dei due tirapiedi andò loro incontro e li perquisì, e una volta che non ebbe trovato niente fece un segno al collega, e i due rifoderarono le pistole.
La mente di Eddie, in quel momento, viaggiava alla velocità della luce, ma inutilmente: l’unico pensiero di senso compiuto che il giovane riusciva a formulare era un interminabile “cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo”, tanto era spaventato.
In fondo al garage c’era una porta che dava su delle scale. I due tirapiedi li scortarono attraverso di esse per arrivare all’interno di una fabbrica. Il posto era pieno presse e altri macchinari che producevano a gran velocità candele di cera. Queste macchine erano sistemate su grossi tavoli lineari, sui quali lavoravano anche dei cuochi che cucinavano crostate a ripetizione. Gli ingredienti erano sistemati tutti intorno a loro e,  per preparare le loro squisitezze, i cuochi usavano le macchine che non erano in funzione, le quali in realtà erano forni camuffati. Un profumo di dolce permeava l’aria, e riempì le narici di Eddie, strappandogli un piacere estatico.
In mezzo ai tavoli girava un uomo ben vestito e dall’aria ordinata, che controllava che tutto fosse svolto a dovere. Quando li vide arrivare, andò verso di loro spalancando le braccia. Era molto grasso, e la sua massa corporea ondeggiava ad ogni suo spostamento.
« Bob!» esclamò gioviale il tizio. « E che mi venga un colpo se non c’è anche il vecchio Stan! Ma chi è questo giovane che vi portato appresso?»
« Eddie, questo signore è il pastore Joseph. Padre Joseph, Eddie è il mio nuovo apprendista.»
« Piacere.» disse padre Joseph, stringendo la mano ad Eddie.
« Eddie, padre Joseph è il proprietario di questa fabbrica.» spiegò Stan.
« Credevo che fosse un avvocato...» disse Eddie, timidamente.
« Oh, la persona di cui ti ho parlato lo è, ma a lui non piace immischiarsi troppo negli affari che conclude, quindi ha pagato una grossa somma a padre Joseph per farsi aiutare.» disse Bob.
« Mi ha prestato in segreto dei soldi per creare qui una fabbrica di candele a mio nome. Sai, ci sono così tante chiese da rifornire qui intorno, e dalle candele liturgiche ci siamo espansi ad ogni tipo di candele... luminose, profumate, anti-fumo... ogni categoria di candele, noi la produciamo.» continuò padre Joseph.
« E nel frattempo, coprono una produzione illecita di crostate.» concluse Stan.
 « Chris, l’avvocato di cui ti parlavamo, e padre Joseph si spartiscono le spese per mantenere intatta la baracca e poi si dividono i proventi.»
« E così le presentazioni sono state fatte, ma bando alle ciance! Abbiamo un grosso affare da pianificare, e poco tempo per farlo!» esclamò padre Joseph, e si rivolse ai due tirapiedi.
« Jeff, Malcolm, scortate i nostri ospiti nel mio ufficio. Vi raggiungerò fra poco.» ordinò
Jeff e Malcolm fecero agli altri tre il cenno di seguirli, e si avviarono. Bob, Stan e Eddie li seguirono. Il giovane, nel frattempo, si guardò intorno, ammirato.
Attesero nell’ufficio di padre Joseph all’incirca dieci minuti, poi il pastore li raggiunse e srotolò davanti a loro una piantina del molo dove avrebbero dovuto eseguire lo scambio di merci.
Il piano era, in teoria, molto semplice.
« Da tre settimane la sorveglianza del molo sta testando dei nuovi tipi di guardie elettroniche. Niente di speciale: sono solo delle telecamere programmate per girare lungo un’area prefissata, impostate per rilevare presenze umane e, in generale, ogni sorta di cosa che la sorveglianza ritiene un pericolo per la sicurezza. Quando rilevano uno di questi elementi, fanno scattare il sistema di allarme e attaccano con dei taser eventuali bersagli. Tutto quello che riprendono viene inviato ad un centro di sorveglianza a pochi metri dal molo, di solito occupato da due o tre guardie umane. Il termine del loro periodo di prova è prefissato per la fine del mese, fra quattro giorni, e qui c’è un primo elemento importante per noi: la sorveglianza vorrebbe unire l’operato di queste macchine a quello umano. Quando il periodo di prova, il molo sarà sorvegliato sia da persone, sia da guardie elettroniche, ma per adesso si limitano a fare test sull’efficienza di queste ultime in situazioni in cui si ritrovino ad essere sole. Un nostro contatto lavora nella sorveglianza, e ha realizzato dei video a circuito chiuso da mandare agli schermi, oltre che a trovare un modo di disattivare le funzioni reattive delle guardie elettroniche. Per un po’ di tempo avrete copertura totale, anche se dovrete comunque sbrigarvi.»
« Di quante crostate stiamo parlando?» domandò Stan.
« Un carico da diecimila.» rispose padre Joseph.
« E in quanto tempo dovremmo caricarle?» domandò Eddie, parlando per la prima volta.
« Il prima possibile, ma verrete aiutati da un gruppo di marinai corrotti del nostro compratore. Se tutto andrà bene, a consegna finita ci ritroveremo almeno ventimila dollari in tasca, a testa.»
Eddie imprecò sottovoce. Non aveva mai sentito una cifra così grande, associata alle sue tasche.
Una volta finito di delineare il piano, Stan si alzò e annunciò.
« Beh, io vado a farmi un giro. Eddie, vuoi venire con me? Ho voglia di cercare quel disegno che ti dicevo. Spero solo di ricordarmi dove abita la persona a cui l’ho lasciato...»
Eddie accettò, non sentendosi molto a suo agio in quell’ambiente.
« Che ne pensi di tutto questo?» domandò Stan, una volta usciti dall’edificio.
« Penso che è una gran follia.»
« Oh, questo lo sapevamo fin dall’inizio. Qualcos’altro?»
« Ho paura.»
« Anche questo lo sapevamo fin dall’inizio. È normale, le prime volte che si opera in questo campo. Mi dispiace che tu abbia dovuto iniziare con un incarico come questo, ma Bob voleva assolutamente farlo. Credo che per lui questo particolare lavoro abbia un incarico particolare.» disse Stan e si fermò, guardando a destra e sinistra.
« Vediamo... se non ricordo male...» mormorò fra sé e sé, accarezzandosi il mento.
« Come mai per Bob questo lavoro ha un significato particolare?» lo interruppe Eddie.
Stan svoltò a destra e ricominciò a parlare, seguito da Eddie.
« Non conosci la sua storia? Beh, diciamo che non ha mai rifiutato un lavoro con le crostate per una sorta di ripicca personale. Diversi anni fa, vedi, suo padre si innamorò di una giovane donna. Il povero Lee era rimasto vedovo, e ormai cercava un nuovo amore. Gli capitò di incontrare una professoressa di ginnastica, che lo ammaliò. Eris, questa donna, aveva un’unica fissa nella vita: la cucina. Cucinava piatti su piatti, ma lo faceva senza passione. Era solo un desiderio di affermarsi in qualcosa, ma non le piaceva quello che faceva. Si affidava allo stereotipo per cui, qualunque cosa facciano, le donne debbano saper cucinare, e quando non riusciva a farlo, stava male. Il suo punto più debole erano le crostate. Proprio non riusciva a sfornarne una che si elevasse sopra il livello di una normale crostata, ma anelava la perfezione. Un giorno, nel pieno della depressione, cominciò a mettere in pratica i suoi studi universitari: era infatti una nutrizionista molto brava, che non era però riuscita a trovare lavoro. Ricominciò a mandare curriculum in giro, e le fu assegnato un posto come ricercatrice presso un’azienda che all’epoca aveva giusto un paio di decenni. Quell’azienda si chiamava: “Lifegrass”. Eris si dedicò al suo lavoro giorno e notte. Considerava la sostituzione del cibo con i frullati/integratori della Lifegrass una sua personale vittoria contro le crostate, che sarebbero così sparite per sempre. Alla fine dovette scegliere fra carriera e sentimenti, e scelse il primo elemento.
« Per il vecchio Lee fu un colpo. Si richiuse in sé stesso e non parlò con nessuno per un sacco di tempo. Quando questo successe, Bob aveva cinque anni. Non gli piace molto parlare del periodo che seguì.» raccontò Stan, e si fermò di nuovo per cercare la direzione giusta.
Quando ripresero a camminare, ricominciò anche il suo racconto.
« Lee a malapena lo considerò per anni. Era incredibilmente irritabile e non perdeva occasione per maltrattare suo figlio, anche se per fortuna non era uomo da arrivare alle mani. Ciònonostante, il rapporto fra Bob e suo padre uscì seriamente danneggiato da quegli anni duri, e per diverso tempo ebbero molte difficoltà a parlarsi. Lee si fece una nuova vita e trovò finalmente la moglie ideale. Bob, invece, cominciò a spacciare cibo.
« Seppe in seguito che la donna che aveva fatto stare così male suo padre era assurta ad una posizione di comando all’interno della Lifegrass, e fece del suo lavoro una sorta di vendetta personale. Vedeva in lei la causa del cattivo comportamento di suo padre. In seguito, abbandonò gli istinti vendicativi e continuò a spacciare per passione, ma quel suo lato riemerge quando si parla di crostate. Eh, la maggior parte della gente ignora il valore che può avere una crostata, al giorno d’oggi.» concluse Stan, sospirando, poi si guardò di nuovo intorno.
« Ma io non riesco proprio a ritrovare la strada giusta!» esclamò. « Eppure deve essere da queste parti.»
« Non ti ricordi come si chiama quel tuo amico a cui hai lasciato il disegno?» domandò Eddie.
« Eh, fosse facile, con la memoria che mi ritrovo...» disse Stan, sconsolato, poi chinò il capo.
« Non fa niente, lo cercherò un’altra volta.» disse tristemente, poi si voltò.
« Torniamo indietro. Non dovremmo stare troppo a lungo allo scoperto.» aggiunse, e si incamminò per tornare alla fabbrica di candele, o al forno illegale, a seconda di come il lettore voglia definire quel posto. Non parlò per tutto il tragitto, limitandosi a guardare per terra con uno sguardo triste.
Durante il viaggio di ritorno, il cielo cominciò a farsi nuvoloso e caddero un paio di gocce di pioggia, ma presto le nuvole sparirono e il clima tornò sereno.
Quella notte, dieci persone uscirono dalla fabbrica e salirono su due furgoni diversi, i cui portabagagli erano pieni zeppi di crostate.
La missione di contrabbando era iniziata.

E questo era l’inizio dell’avventura in cui si è imbarcato il nostro Eddie. Riuscirà a tornare a casa indenne? Quali saranno le conseguenze che quest’esperienza avrà su di lui, qualunque cosa accada? Perché quello che è raffigurato nel disegno che Stan ha lasciato in custodia ad un suo amico è così importante per il “matto a parimerito”?
Per saperlo, bisognerà aspettare la risposta alla prossima settimana. Questa storia è parecchio più lunga delle precedenti, ma così pretende il suo sviluppo... ed è bellissimo come tutto questo sia nato da una domanda: “cosa succederebbe se la Herb***fe governasse il mondo?” (non so se basti censurare il nome, ma ognuno tenta di evitare le denunce per diffamazione così come può), più un paio di scene inventate nel mio “ufficio” – un tavolino all’esterno del DOPPIOZERO a Macerata. Tipo quella di Neil Gaiman... ... ... seh... ... ... altra denuncia in arrivo, ma che importa?!
Un sentito grazie va alla LOCANDA BURLABACCO di Mogliano, che stasera (e in altre occasioni in cui la connessione internet mancava) mi ha permesso di pubblicare questo post tramite la sua wi-fi.
Per il finale di “Un frullato per farti bella”, ci vediamo giovedì prossimo. Domenica notte c’è inoltre l’appuntamento settimanale con “Il Drago consiglia...”.
A presto!

--- MICHELE GIULI ---
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