giovedì 26 settembre 2013

Recensione romanzo: "Pierre non esiste", di Lorenzo Vargas.

Con questa recensione, mi sa tanto che si apre un nuovo tipo di appuntamenti con il Drago. Sto pensando infatti di realizzare settimanalmente delle recensioni, che verranno pubblicate di domenica (questa qui la pubblico oggi perché è da una settimana che langue nel computer). Qualcosa del tipo: "Il Drago consiglia...".
Resta tutto da vedere, comunque. Devo prima decidere se sono in grado di scrivere delle buone recensioni oppure no.
Quelli che seguono questo blog dal primo post sentiranno le loro viscere attorcigliarsi per quante volte avranno letto questo nome sul Drago, comunque il libro che voglio recensire è "Pierre non Esiste", di Lorenzo Vargas (se non me ne sto buono, il Drago rischia di diventare una succursale di Lorenzo). Buona lettura!


Come parlare di “Pierre non esiste”? Ci sono un sacco di cose che si potrebbero dire su questo romanzo. A parlare dell’avventura editoriale che ha portato alla sua pubblicazione, spenderei probabilmente ore e pagine che potrebbero essere benissimo creare un post a sé stante, quindi lascerò questa incombenza a Lorenzo Vargas, che lo fa già egregiamente nel suo blog (L'AVVENTURA EDITORIALE DEL TEAM "P.N.E").
Conobbi mr. Vargas alla fine del 2011, ad una lettura di poesie. Appena usciti dall’aula della Facoltà di Lingue di Macerata, dove si era tenuta la suddetta lettura, Lorenzo mi chiese all’improvviso se per caso ero un pianista, e gli risposi di sì. Lui voleva formare un trio sulla riga artistica dei Dresden Dolls. In quel momento “destiny was set out”, per citare i Tenacious D.
Un paio di mesi dopo, più o meno durante le vacanze di Natale, mi arrivò una e-mail malefica contenente un misterioso allegato intitolato: “Frammenti”. Superata la fase del “Che gorbu a’ d’è?” (“Cosa diavolo è questo?”), lessi il messaggio in cui Lorenzo mi informava che “Frammenti” era la bozza del suo romanzo, la quale a breve sarebbe diventata “Pierre non Esiste”.
A lettura conclusa, ricordo di aver pensato che avevo appena concluso un ottimo libro. Sono ancora di questo parere. Ci tengo a precisarlo, ero nella fase schizzinosa in seguito alla scoperta del mio romanzo preferito, che mi stava facendo snobbare tutto il resto, quindi per considerare in questo modo “Pierre non Esiste”, vuol dire che mi ha colpito davvero molto.
Ma di cosa parla “Pierre”?
Ambientato in un futuro distopico tutto telecamere statali e alienazione, il romanzo narra le vicende di Pierre Prato. Chi è Pierre? Un malinconico uomo di trent’anni che passa la sua vita fra caffé, lavoro d’ufficio, l’amico Michel Mouriet, il matrimonio con una donna che non è innamorata tanto di lui quanto dell’immagine a cui vorrebbe vederlo corrispondere e l’equivoco rapporto d’amicizia con il suo capo, Muriel Wolftorton.
 Con sguardo disincantato e sogni infranti da scrittore nel cassetto, Pierre osserva il mondo intorno a lui, e il modo in cui è cambiato. A tenergli compagnia contro la sua volontà c’è Rho, un’allucinazione che prende la forma di uno di quegli omini a stecco disegnati dai bambini, il quale lo ossessiona fin dall’infanzia. Questo personaggio, il cui ruolo nella storia resterà ambiguo e impenetrabile fino all’indimenticabile finale, all’inizio non fa che ripetere la stessa domanda, ovvero: « Sei felice?».
Quando, tuttavia, Pierre risponde con un deciso “No!”, tutto cambia. La realtà inizia improvvisamente a mutare intorno a Pierre, quasi a volerlo isolare da tutto. Le domande di Rho non sono più le stesse, e spingono Pierre a riflettere su questioni sempre più complesse: « Cos’è la felicità?», « Cos’è la morte?», « Io esisto?», « Qual’è la realtà e, soprattutto, qual’è l’allucinazione? Rho, o tutto il resto?». E perfino dietro la risposta a quest’ultima domanda, non potrebbe esserci una verità ancora più sottile?
Indeciso su se dare la sua fiducia a Rho o ad un misterioso uomo di nome Odinos Liutoio che sembra saperla lunga su questioni del genere, Pierre tenta di arrivare al midollo della verità, ammesso che ne esista una.
Questo romanzo non è una di quelle letture che fai durante i viaggi in treno per poi dimenticarle. È un’opera che rimane impressa nel lettore, avvalendosi di descrizioni vividissime, uno stile apprezzabilissimo e masturbazioni mentali amabilmente allucinanti, coinvolgendolo fino al magnifico finale, che lascerà una traccia nei ricordi di chiunque arriverà a leggerlo, nel bene e nel male. Non è una lettura per chi vuole qualcosa di semplice e leggero, per chi non legge con la forma mentis per la quale un romanzo è un viaggio mentale, una relazione amorosa, qualcosa che cambia il lettore. È invece consigliato a chi vuole qualcosa di nuovo e piacevole, a chi vuole sperare che quel genere di buona letteratura che i più pessimisti pensano stia ormai svanendo abbia invece delle speranze, e a chi desidera trovare qualcosa che gli faccia fare ancora una volta tutta una tirata fino al finale perché il libro che ha in mano lo sta appassionando in modo assurdo.

Racconto: "Leòn" - parte 3


A Leòn rimanevano soltanto tre esami che era intenzionato a passare al primo appello.
Quelle settimane volarono. Usciva molto poco, ora che doveva studiare più intensamente del solito. I suoi ultimi giorni in Italia furono terribili, eppure anche in quel momento il tempo passato con lui mi lasciava solo bei ricordi.
Negli ultimi tre giorni prima della data fatidica, ricominciammo a passare i pomeriggi insieme.
Furono giorni disperati e magnifici. L’ ultimo pomeriggio, dopo che lui ebbe preparato le valigie, andammo alla solita panchina ai Giardini Diaz.
Ora faceva caldo, e il posto era molto affollato. Non molto lontano da noi dei ragazzi suonavano la chitarra, sdraiati sull’erba. Gran parte delle zone erbose erano occupate da studenti che si godevano una pausa dallo studio, coppiette, o bambini che giocavano. Un uomo di colore sedeva da solo su una panchina a pochi metri dalla nostra e fissava le cime degli alberi.
« Mi mancherà questo posto.» disse Leòn. « Mi è piaciuto stare qui.»
Il suo italiano era migliorato ancora di più durante il secondo semestre.
« Pensi di tornare?» domandai.
« Forse l’estate prossima.»
« A che ora parte il tuo aereo?»
« Domani pomeriggio alle quattro. Prenderò il treno delle tredici per arrivare ad Ancona, poi aspetterò lì.»
Non riuscii a trattenermi.
« Mi mancherai.» dissi. Lui rimase zitto. Non ho ancora capito il significato di quel silenzio. Dopo qualche secondo mi rispose: « Anche tu.»
Prese una sigaretta e la accese, pensieroso.
« Non so se sono pronto a tornare a Lione.» mi confidò dopo un po’. « Per quello che mi aspetta lì.»
Non domandai niente: fu lui a raccontarmi tutto.
« Stavo con una ragazza.» raccontò. « Si chiamava Michelle. Non avrei potuto desiderare una ragazza migliore, ma c’era un unico problema: il padre le aveva impedito di vedermi. Ci eravamo messi insieme alle superiori, e avevamo portato avanti per quasi due anni una relazione “clandestina”.»
Inspirò del fumo.
« Ero veramente perso per quella ragazza, non puoi capire quanto! Sembrava che tutto andasse bene, quando lei scomparve all’improvviso per due settimane. Provai a cercarla, ma le sue amiche si rifiutarono di parlarmi.»
La sua voce iniziò a tremare.
« Solo dopo un po’ una di loro mi disse la verità.»
Fece una pausa e finì la sigaretta. La gettò a terra e si sfregò un occhio con la punta delle dita.
« Aveva abortito.» singhiozzò. « Poco tempo prima aveva scoperto di essere incinta, e non aveva trovato il coraggio di dirlo a suo padre.»
Si prese una pausa, le lacrime che scendevano lungo le sue guance, mentre il busto era scosso dai singulti.
« Diversi mesi prima c’era stata una lite con suo padre. Lei non aveva voluto dirmi di cosa avevano parlato, ma lui l’aveva cacciata di casa, per poi andare a chiederle perdono in ginocchio pochi giorni dopo. Posso solo immaginare quanto fosse spaventata al pensiero di dirgli che era incinta.»
Si coprì gli occhi con una mano e deglutì.
« Lo odio.» ringhiò. « I benpensanti si scagliano contro chi abortisce, ma ignorano che spesso la colpa è anche del sistema che propugnano. In un sistema in cui non si colpevolizza nessuno per cose come queste e una ragazza incinta sa che ne può parlare apertamente, che avrà tutto il sostegno di cui ha bisogno sia da parte della sua famiglia che dello stato, quante abortiranno per paura delle conseguenze? Una mia parente fa l’infermiera in un ospedale... mi racconta spesso di un sacco di giovani che vengono e hanno fretta di abortire prima che le loro famiglie le scoprano.
Ora non posso sopportare la vista di Michelle, ma il padre... lo odio quello. Così come ho odiato a lungo me stesso.»
Era la prima volta che lo vedevo così pieno di rancore. 
Stringendo gli occhi a due fessure, quasi volesse evocare l’ immagine del vecchio nella sua mente, continuò.
« Non riuscivo a vivere con quel peso. Dopo una settimana mi ero già stancato delle sbornie. Avevo bisogno di cambiare aria, ci voleva un grande cambiamento. Mi segnai per il progetto Erasmus.
« La sera prima di partire vidi il padre di Michelle camminare per le vie del centro. Lui neanche mi riconobbe. Quanto avrei voluto colpirlo!»
Mi sentii crollare. Avevo ascoltato in silenzio per tutto il tempo, e ora capivo quanto doveva aver sofferto.
Avrei voluto dargli tutto il mio sostegno e confortarlo, ma ancora una volta non riuscii ad aprirmi e tutto ciò che dissi fu: « Mi dispiace.»
Cercammo di cambiare discorso, e alla fine ci ritrovammo (senza sapere come avevamo fatto) a parlare del più e del meno, come al solito.
 “Ora o mai più”, pensai all’ improvviso. Fumai un’ intera sigaretta prima di trovare il coraggio di parlare.
« Leòn?» iniziai.
« Sì?»
Esitai.
« Niente.» dissi alla fine.
Strinsi i denti. Avevo voglia di piangere.
« Va bene se domani ti accompagno alla stazione?» domandai alla fine.
« Ma certo!»
Sorrisi, e guardai davanti a me, tentando di non far cadere il mio sguardo su di lui.

Tornando a casa nella disperazione più totale, mentre stavo per aprire la porta sentii le urla di Laura provenire da dentro il nostro appartamento.
« Idiota! Ti rendi conto di quanto...»
Entrai, interrompendola. Matteo era lì, e fronteggiava la faccia più furiosa che avessi mai visto addosso a Laura.
Si voltò a vedere chi era entrato, e quando mi vide mi rivolse un sorriso imbarazzato e mi salutò.
« Ciao.»
Lo gelai con lo sguardo e me ne andai in camera senza rivolgergli la parola. Ora che era tornato, era chiaro che per il momento quello che provavo per lui era solo rabbia.
Laura non volle portare avanti la discussione, e Matteo venne a bussare alla porta della mia stanza. Non risposi. Alla fine si arrese, e parve accettare che non gli rivolgessi la parola. Durante la cena non fece che guardarmi, ma io non mi feci impietosire.
Mangiammo in silenzio, poi uscimmo tutti insieme. Mentre raggiungevamo gli altri, Matteo provò a fare qualche battuta per spezzare la tensione. Ridacchiammo un po’, ma lo ignorammo per il resto del tragitto.

Ci ritrovammo con gli altri nello stesso locale dove avevo conosciuto Leòn. Stesse persone, stesso barista, stesso dj assassino, stessi amici. Era curioso che tutto finisse così come era cominciato.
C’era anche lui.
La serata trascorse tranquillamente, quasi come se lui non stesse per andarsene per chissà quanto tempo. Macerata stessa era tranquilla, ignara del fatto che presto sarebbe stata privata di una persona senza la quale mi sarebbe sembrata più piccola. Fu comunque una bella serata, che cercai di godermi appieno in quanto era l’ultima che avevo a disposizione per stare con Leòn.
Valentina si assentò dal tavolo per cinque minuti, e quando tornò ordinò una vodka. Guardandoci tutti quanti, ci annunciò che stavolta il litigio non era finito con una riappacificazione e che era nuovamente single.
Il giorno dopo raggiunsi Leòn a mezzogiorno. Percorremmo a piedi il percorso lungo una ventina di minuti che ci separava dalla stazione, dividendoci i suoi bagagli.
Chiacchierammo finché il suo treno non arrivò ai binari, poi giunse il momento di salutarci.
« Sono stato bene con voi.» disse, guardandomi negli occhi. « Grazie.»
« Grazie a te!» ribattei io.
Era lì, davanti a me, pronto a salire sul treno. Se questo fosse stato un film, lo avrei abbracciato e gli avrei detto tutto, poi lui mi avrebbe stretto nel suo abbraccio e saremmo usciti insieme dalla stazione.
Nella realtà, invece, ci stringemmo la mano. La sua mano era ruvida e dalla presa salda. Vorrei non aver mai lasciato la presa.
« Ciao, Giacomo.» mi salutò lui, e se ne andò dopo aver promesso che la prossima estate sarebbe tornato per una vacanza.
Lo guardai andarsene, poi uscii dalla stazione e mi accasciai a piangere contro una parete in un angolino, fregandomene dei passanti che si fermavano a guardarmi.

Caffé Centrale. Piazza della libertà era sempre la stessa.
Se ne era andato.
Ebbene sì, ho mentito. Ho commesso un sacrilegio, ho mentito al lettore dicendogli che ero una ragazza. Ma ditemi voi: sareste arrivati fino a questo punto sapendo che quello che vi accingevate a leggere era la storia di un frocio?
La barista simpatica mi portò la mia quarta sambuca, dicendomi di stare attento perché non era questo il modo di risolvere i problemi.
Se ne era andato.
Macerata era davvero più vuota. Dopo tutto il tempo che avevamo passato a percorrerla insieme, dovunque andassi tutto mi parlava di lui, e di come avessi sprecato il mio tempo ad aspettare invece di rischiare e confessargli tutto. Non sempre si ha la forza di fare certi salti, magari se avessi avuto più mesi a disposizione, avrei potuto farlo.
Ma ormai era troppo tardi: se ne era andato.
« Ciao.»
Sollevai lo sguardo dal bicchierino di sambuca. Normalmente non avrei reagito in quel modo, ma ero alticcio, triste e con una punta di rabbia repressa. Cosa altro ci si poteva aspettare da me?
« Che cazzo vuoi?» domandai scontroso quando vidi Matteo sedersi di fronte a me.
Si grattò la nuca, imbarazzato.
« Hai idea di come mi sono sentito?» ringhiai, trapassandolo con lo sguardo.
« Volevo dirti che...»
Cominciai a sghignazzare.
« Oh, mi dispiace così tanto!» lo parodiai, con la voce in falsetto, per poi tornare bruscamente al mio normale tono incazzato aggiungendo: « Brutto testa di cazzo, avevo bisogno di tutto meno che di un comportamento così!»
Matteo contò i bicchieri sul tavolo.
« Dovresti tornare a casa.» disse.
« Tu dovresti tornare a casa e lasciarmi qui.» ribattei.
Matteo si passò le mani fra i capelli.
« Mi dispiace. È che... non ho reagito come avrei dovuto perché mi hai colto di sorpresa. Non sono abituato a cose del genere.»
Stavo per piangere di nuovo.
Massaggiandomi le tempie, dissi: « Alla fine non posso biasimarti troppo. Sei un italiano, dopotutto.»
La mentalità degli italiani non è razzista... è chiusa. Da sempre questo popolo è fatto da persone che, per paura non del diverso ma della diversità, si chiudono dentro quattro mura di solida identità che si rifiutano di far abbattere, dicendo che farlo equivarrebbe a distruggere la ricchezza della nostra cultura. Per noi è la stessa cosa, specie nei piccoli centri, in  cui l’omosessualità è un tabù, un argomento taciuto e tenuto segreto, che i miei simili vivono nel silenzio. Capita che perfino i più tolleranti abbiano momenti di sconcerto come Matteo.
Lui si sporse verso di me.
« Dammi un altra possibilità. Mi sono sentito una merda quando ho capito cosa ti avevo fatto. Sono tornato a Macerata solo per questo.»
Trangugiai la sambuca.
« Vattene.» sibilai.
« Perché?»
« Ho bisogno di stare da solo.»
Mi guardò in silenzio per un paio di secondi.
« È partito?»
Annuii, sull’orlo delle lacrime.

Abbiamo discusso, abbiamo litigato, io ho usato parole grosse, abbiamo discusso di nuovo, e infine si può dire che in qualche modo ci siamo riappacificati.
Siamo tornati a casa insieme e durante il tragitto mi sono sfogato. Dopo pochi minuti stavo già un po’ meglio.
Solo ora mi rendo conto di quanto mi è mancato.
Appena tornato a casa, sono entrato su facebook e ho scritto un messaggio a Leòn. Un lungo messaggio che ho concluso con la frase: “Per tutti questi mesi non sono stato capace di dirti una semplice cosa... ti amo.”
Avevo pensato di scrivere queste ultime due parole in Francese, ma anche se “je t’ aime” ha lo stesso significato, per me non ha lo stesso carico di emozioni e ricordi contenuto nella sua versione italiana. Quando devi rivelare cose intime come l’amore, è molto più facile dirlo in una lingua straniera.
Alla fine mi sono deciso, e battendo velocemente sui tasti ho scritto quelle cinque lettere, le più difficili da scrivere. Dopo aver riletto più volte tutto il messaggio, le ho fissate per diversi minuti prima di prendere un bel respiro e premere il tasto “invio”.
Era l’ultima cosa che avrei voluto fare, dirglielo per messaggio. Internet non riesce ancora a collegarci abbastanza da fare in modo che non ci sia differenza fra scrivere una cosa del genere e dirla di persona.
Leòn, avrei voluto guardarti in faccia mentre te lo dicevo, ma non ho mai trovato il coraggio. Non mi sono comportato diversamente da Michelle, non ho avuto il fegato di compiere un passo decisivo fino all’ultimo. Ti prego, perdonami per questo.
È stato come togliersi un dente, anche se è inutile negare che continuerà a far male ancora per un po’. Nessuno mi era mai piaciuto come Leòn, e il fatto che tra noi non possa esistere niente non cambia le cose. Il sollievo di essere stato onesto ed aver detto tutto non cancella l’amore che provo per lui e, onestamente, a me va bene così. Non voglio chiudermi a queste emozioni, voglio viverle fino in fondo con i loro lati positivi e negativi, perché l’amore è la cosa più forte che abbia mai provato, e potrà sembrare stupido, banale e scontato dire una cosa del genere, come all’inizio di questo racconto avrebbe potuto sembrarlo la sintesi della trama, ma il soffrirne è meglio che non provarlo affatto.
Ora sono qui nella mia stanza e fumo, guardando il cielo dalla finestra. Matteo dorme nel letto di fianco al mio.
Chissà se Leòn ha già letto il mio messaggio. Chissà se vorrà rispondermi. Aspetto una sua risposta.
Sono qui, in un punto qualsiasi del vasto universo. In questo vasto silenzio che caratterizza la mia attesa, una strana pace dolce-amara mi pervade. Sono qui. Aspetto...

6 Giugno 2012

Michele Giuli


E questo era il finale di "Leòn". Vi è piaciuto? Il colpo di scena era ovvio oppure c'è qualcuno che non se lo aspettava? Che ne pensate della storia? Per tutto questo c'è il box dei commenti.
Riguardo al colpo di scena, si potrebbe dire che avrei potuto dire fin da subito che il protagonista era un maschio, e non una ragazza come si era detto all'inizio, ma fin dal primo momento in cui ho avuto l'ispirazione per questo racconto, sapevo che doveva essere così. La preferivo come scelta stilistica, inoltre se avessi fatto diversamente ora su questo blog ci sarebbe stata una storia-ghetto, di quelle che vengono lette solo da chi sa di essere interessato all'argomento ed è schierato politicamente a favore dei diritti gay. Non volevo questo per "Leòn". Non volevo neanche che fosse etichettata fin dall'inizio come storia d'amore - omosessuale. Parla di emozioni condivisibili da tutti, indipendentemente dalla sessualità del lettore. Siccome volevo parlare di emozioni vissute in prima persona, è a sfondo omosessuale. Ma stop. Non va etichettata. E' una storia d'amore, e non solo. E' una storia in cui voglio parlare delle mie emozioni, ma anche di Macerata e i suoi luoghi, della nevicata del febbraio 2012, dell'università, dell'aborto, fare disquisizioni sul significato che la lingua madre ha per le persone (ultima parte del racconto), e anche dell'omosessualità e di come è vissuta qui nelle Marche. Che poi l'argomento principale sia l'amore del protagonista, è un altro paio di maniche. Non riduciamo questo racconto ad una "storia omosessuale per omosessuali", perché vuole essere molto di più. E' come paragonare "Brokeback Mountain" o "Milk" ad una di quelle serie che si vedono ultimamente in cui è inserito il tema dell'omosessualità in modo gratuito, solo per attirare una grande fetta di pubblico. E mi si perdoni il paragone con dei capolavori del cinema. Non sto dicendo dall'alto di un podio che "Leòn" sia un capolavoro (anche se, sarò sincero, dentro di me penso che meriti davvero di essere letto). Il paragone era principalmente dovuto agli intenti delle opere nominate, che non vogliono essere soltanto una forma d'intrattenimento rivolta ad un pubblico omosessuale, che parli di omosessualità, ma opere più vaste, che toccano diversi temi, e che a mio avviso sanno rendere con maggiore intensità le emozioni dei personaggi rispetto alle "storie-ghetto".
Insomma, "Leòn" non vuole essere etichettato per poi venire rinchiuso in un anfratto!
Conclusa questa lunga, lunga, riflessione sugli intenti di questo lavoro, mi copro la bocca con una mano per coprire un colpo di tosse (gli scherzi del clima mi hanno distrutto XD ) e levo la mano libera in segno di saluto..Grazie per essere ancora qui!
Per questa settimana (forse *ghigno satanico*) è tutto. Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto!!!

--- MICHELE GIULI ---

giovedì 19 settembre 2013

Racconto: "Leòn" - parte 2


Erano già iniziate le vacanze di Natale quando capii che il tempo che finora avevo dedicato allo studio non bastava. Cominciai a passare intere giornate sui libri e smisi solo quando tornai a Montegiorgio.
In quei giorni studiavo di mattina, e durante il pomeriggio e la sera uscivo con il gruppo di amici che avevo ai tempi delle superiori e andavamo in macchina nei paesi vicini, o a casa di qualcuno. In casi eccezionali, ci dedicavamo agli sport preferiti a Montegiorgio dopo il calcio: le carte e il biliardo, inframmezzando una partita ad una sigaretta o ad un Montenegro.
Pensavo spesso a Leòn. In qualche modo, appariva sempre all’improvviso nei miei pensieri.
Di questo le mie amiche se ne erano accorte e passammo diverso tempo a parlare di lui. Le opinioni che andavano per la maggiore erano due: sapevamo già che era improbabile che Leòn ricambiasse i miei sentimenti, ma mentre alcune mi consigliavano di lasciarlo perdere, altre mi dicevano di provarci ugualmente. Tutte furono comunque d’accordo nel tenere il segreto con i ragazzi, almeno per un certo tempo.
Spesso mi sorprendevo a fissare con malinconia il vuoto, e mi accorgevo che fino a quel momento non avevo pensato ad altro che al fatto che non avrebbe mai potuto esserci una storia fra me e Leòn.
Ero cosciente del fatto che si trattava di conclusioni affrettate e fin troppo drastiche, ma lo sapevo e basta. Semplicemente, le possibilità erano molto, molto, molto, molto, molto scarse.
Non passava giorno senza che desiderassi stare con lui. Avevo voglia di sentire la sua voce e di parlare di qualsiasi cosa ci passasse per la testa. Avrei voluto baciarlo, abbracciarlo... Quando lui era con me era come se tutto fosse a posto, mi sentivo come se dei pezzi di un puzzle fossero stati riuniti da qualche parte nell’universo.
La mia malinconia non passò inosservata ai ragazzi, ma la spacciai per una distrazione, una preoccupazione per gli esami imminenti.
Sapevo già che la cosa più semplice da fare sarebbe stata evitarlo. Col tempo, forse, lo avrei dimenticato. Ma per quanto quello che provavo per lui mi facesse star male si trattava comunque di emozioni intrinsecamente positive e non volevo fuggire rifiutando quello che cominciavo a pensare fosse amore.
Così, quando la settimana prima degli esami tornai a Macerata, la prima cosa che feci fu chiamarlo per chiedergli se gli andava di uscire. Gli andava.

Faceva molto freddo quel pomeriggio. Stringendoci nelle giacche camminammo fino ai Giardini Diaz. Io avevo preso al bar del caffé da portar via, che in quel momento era la mia unica fonte di calore.
Ne bevvi un sorso, mentre ci sedevamo su una panchina.
In quel periodo i Giardini erano quasi deserti. Qualche temerario faceva jogging lungo il perimetro del parco.
L’ italiano di Leòn era molto migliorato negli ultimi tempi. Durante le vacanze eravamo andati ogni tanto a trovarlo, ma per la maggior parte delle vacanze era rimasto solo, e siccome non aveva voglia di rimanere sempre in casa era andato per locali, conoscendo un sacco di gente nuova.
Mi disse che era una delle cose che gli piacevano dell’andare in posti nuovi.
Mi offrì una sigaretta, che accettai con piacere.
Mi accorsi che avevano cominciato a cadere dei fiocchi di neve.
« Nevica spesso a Lione?»
« No.» rispose. « Ho visto la neve molto di rado, quando andavo in montagna con la mia famiglia da piccolo.»
Si soffermò a soppesare le parole, socchiudendo gli occhi e fissando il vuoto.
« Lo so che può essere un problema... per i trasporti, per chi deve lavorare, per l’ agricoltura... ma a me la neve è sempre piaciuta. È uno dei miei lati infantili che non riesco a cancellare.»
« Anche a me piace.» convenni.
I fiocchi aumentarono sempre di più. Cadevano lenti e numerosi, sciogliendosi all’ impatto col terreno.
I Giardini erano ormai vuoti, e quei minuscoli granuli bianchi rendevano tutto più magico... in effetti, comincio a credere che basti davvero poco per rendere magico quasi ogni posto di Macerata.
Sperando che Leòn non se ne accorgesse mi avvicinai di poco a lui.
Fumammo in silenzio le nostre sigarette, poi gli parlai dei film che avevo visto durante le vacanze, e lui me ne consigliò di nuovi. Mi piaceva il suo sapere praticamente tutto quello che riguardava il cinema. Adoravo il bagliore nei suoi occhi, il modo in cui li socchiudeva quando mi raccontava una scena che lo aveva commosso o come li spalancava quando si lasciava prendere dall’ entusiasmo.
La neve iniziò ad intaccare la terra. Si stava facendo tardi e cominciavamo ad avere freddo nonostante i cappotti pesanti.
Ci alzammo e ce ne andammo. Oltre a me non era ancora tornato nessuno dei miei coinquilini. Valentina sarebbe arrivata il giorno dopo, quindi per quella sera avevo l’ appartamento tutto per me.
Chiesi a Leòn se non gli andasse di cenare da me.
Passammo il resto della sera a casa mia a guardare film. Megavideo aveva da poco chiuso i battenti, ma oltre ad avere parecchi dvd avevo anche una cartella sul computer portatile con diversi file scaricati e nelle ore seguenti non sentimmo molto la mancanza del neo-defunto sito di streaming.
Di quella sera, più che il film ricordo le risate di Leòn, diventate improvvisamente uno dei suoni più belli del mondo, e la mia voglia di avvicinarmi sempre di più e baciarlo.
Intanto la neve continuava a cadere.
Quando Leòn se ne fu andato sparecchiai il tavolo ed andai in camera mia. Guardai fuori dalla finestra e vidi che le strade erano sempre più bianche.
Mi addormentai con la sensazione di aver vissuto un sogno.

Due giorni dopo Macerata era coperta di bianco. Aveva nevicato molto, e molto in fretta. Ogni tanto smetteva per qualche ora, ma ricominciava periodicamente, e di notte il gelo che si era formato sulle strade era stato coperto da ancora più neve, che gelò a sua volta nelle notti a venire.
Il comune aveva provato a pulire le strade, ma ogni mattina era come se non fosse stato fatto niente. Matteo e Laura rimasero bloccati nei loro paesi, mentre Valentina era riuscita a raggiungermi, ma ora non potevamo tornare a casa.
Avrei dovuto odiare la neve per questo, ma ogni volta che guardavo fuori dalla finestra quello che vedevo era uno spettacolo magnifico. Macerata era completamente diversa. Nelle settimane a venire, sarebbe stata un posto fuori dallo spazio e dal tempo ordinario, come se fosse stata trasportata in un’ altra dimensione dove il resto del mondo non esisteva. Non sembrava neanche più di stare a Macerata, ma in un posto i cui edifici la ricordavano vagamente. Le strade erano diventate distese innevate. Dai tetti, dai lampioni e dai tralicci pendevano delle grandi stalattiti di ghiaccio.
Le giacche pesanti che avevo portato non bastarono a proteggermi dal vento gelido, per cui quando uscivo lo facevo solo per coprire brevi tragitti... come dal mio appartamento al collegio studentesco dove risiedeva Leòn.
Il tempo ci lasciava poche possibilità, e la maggior parte dei pomeriggi la passammo per lo più in camera sua a guardare vecchi film.
Furono le due settimane più belle di quei mesi. Non feci niente di speciale, dopotutto, ma quando guardavo fuori dalla finestra della mia camera, quando uscivo con Leòn (soprattutto), quando fumavo una sigaretta guardando la neve cadere o mi ritrovavo con gli amici per approfittare della situazione scivolando lungo le discese con i gommoni, ero la persona più felice del mondo. A volte basta davvero poco per essere sereni.
In alcuni punti della città decine di persone andavano con slitte, camere d’ aria o addirittura snowboard (giusto un paio) per avere qualche minuto di divertimento. Un giorno ci andai con Leòn.
Non so bene cosa provai mentre mi stringevo a lui e scivolavamo insieme. L’ intensità e la passione di quel semplice atto, tuttavia, resero quei momenti i più belli che avessi mai vissuto in assoluto.
Una volta finito, andammo a casa mia e ci asciugammo col phon.  Fumammo qualche sigaretta e facemmo cena mangiando quel poco che trovammo nel frigorifero.
Quanto avrei voluto dirglielo! Fu in quel periodo che quel desiderio cominciò a diventare insostenibile. Quelle semplici parole, “ti amo”, scalpitavano per uscire, ma ogni volta le trattenevo sulla punta della lingua.
Ero sempre sotto pressione quando stavo con lui.
“Come fai a non accorgertene?” gli domandavo col pensiero.
Avevo troppa paura di rivelargli i miei veri sentimenti. E se dopo avesse deciso di allontanarmi dalla sua vita?
In quel periodo la mia confidente fu Valentina, ovvero una delle due o tre persone a parte Leòn che avevo visto in quei giorni.
Valentina viveva ad Ancona. Avrebbe preferito studiare in un’università lontana, ma alla fine aveva deciso di vedere come era vivere in un paese non troppo lontano dalla sua città, prima di partire per spingersi più in là.
Aveva un accento leggermente anconetano, ma non si sentiva molto.
In quei giorni ci raccontammo a vicenda le nostre preoccupazioni. Lei era spesso impegnata in liti telefoniche con il suo ragazzo. Sapevamo tutti, lei compresa, che alla fine avrebbero finito per perdonarsi a vicenda come sempre, ma la situazione era comunque tesa.
La magia della neve passò velocemente come era arrivata. Dopo due settimane, sottili strisce d’ asfalto ricominciarono a spuntare da sotto la neve.
La patina bianca che aveva separato la città dal resto del mondo si sciolse lentamente, e quel posto surreale finì per essere distrutto dai realissimi spazzaneve che cominciarono a comparire la mattina presto.
Per qualche giorno ci furono ancora problemi con i mezzi di trasporto e la neve ammassata sui marciapiedi rimase lì a sciogliersi fino al mese successivo.
Quella dimensione parallela che ricordava vagamente Macerata scomparve a poco a poco, dissolvendosi nel nulla e lasciando nella mia memoria solo un dolce ricordo di dei momenti che non torneranno più.
La vita di tutti i giorni fece il suo ritorno, dapprima bussando dolcemente, poi sfondando con violenza la porta.
Matteo e Laura tornarono a Macerata per avere una sorpresa: le lezioni furono sospese per un’ altra settimana, che spendemmo ripassando gli appunti e facendo allegramente un bel niente dopo cena.
Uscivo spesso con Leòn.
Avevamo eletto a sala fumatori la panchina ai Giardini Diaz dove ci eravamo seduti prima che la neve cominciasse a cadere. Per me quella sarà sempre la nostra panchina.
Ogni minuto passato lì era importante per me. Tutto ormai passava in secondo piano rispetto a quei momenti. Mentre ero con Leòn, mi sentivo come se ogni parte di me tendesse verso di lui.
Volevo dirglielo. Dovevo dirglielo. Non mi era mai capitato di stare così con qualcuno. Sentivo che avrei potuto impegnarmi anche per tutta la vita.
Non ho mai capito se Leòn si sia accorto anche una sola volta di quei momenti in cui rimanevo in silenzio, aspettando di trovare il coraggio di confessargli tutto, per poi immancabilmente deglutire e tenermi dentro tutti i miei sentimenti.
Una nuova preoccupazione si affacciò nella mia vita: di lì ad un paio di mesi i corsi sarebbero finiti. Il suo periodo in Italia stava per terminare, e forse non lo avrei mai più rivisto.
Non avrei mai immaginato di provare una simile angoscia.
La mia era una situazione disperata a prescindere. Sapevo che tutto quello che provava per me era amicizia, ma c’era qualcosa che mi impediva di smettere di sperare che magari avrebbe ricambiato tutto quello che provavo per lui e che avrei potuto dargli tutto il mio amore. Non riuscivo a non illudermi. Di notte mi addormentavo sognando di vivere con lui.
Febbraio passò rapidamente, Marzo e Aprile fecero altrettanto.
Maggio era iniziato da pochi giorni quando la situazione divenne insostenibile.
Avevamo appena fatto pranzo con i miei coinquilini, e ci eravamo messi a guardare un film.
Si trattava di un thriller come tanti altri, in cui il protagonista era una spia che durante una missione si innamorava della moglie del tizio su cui doveva indagare. La donna, però, era fortemente innamorata del marito, e quando alla fine quest’ ultimo veniva consegnato alla giustizia finiva per odiare l’ eroe della situazione, che tornava vincitore ma sconfitto alla sua vita solitaria. Non ebbi reazioni visibili, ma quel film mi fece deprimere.
Fui di cattivo umore per tutto il pomeriggio. Valentina e Laura non mi fecero domande (probabilmente avevano intuito che non stavo male per gli esami). Matteo invece sì.
Entrò in camera mia e mi trovò a fumare fuori dalla finestra con gli occhi lucidi.
« Che succede?» mi domandò sedendosi sul letto.
« Non è niente.» dissi.
« Non sembra.»
Feci un tiro di sigaretta.
« Ti è mai capitato di non poter dire ad una persona che la amavi?»
Mi voltai verso di lui, che mi guardò confuso.
« No... perché?­­­­»
« È la mia situazione.»
« Perché non puoi dirglielo?»
Mi si seccò la gola. Passarono almeno un paio di minuti, mentre cercavo di dire qualcosa, di far uscire un suono di senso compiuto dalla mia bocca prima che tutto mi si bloccasse sulla punta della lingua.
« È Leòn.» dissi alla fine, e lui mi ascoltò senza dire niente mentre mi sfogavo per il fatto che sapevo con assoluta certezza che i miei erano solo sogni che non sarebbero diventati realtà.
« Magari non è come pensi.» suggerì alla fine. « Magari potrebbe...»
« A te sembra?» domandai, con una punta di aggressività nella voce.
Non rispose.
Fu la più grande cazzata che feci quell’anno. Queste non sono cose di cui si parla alla leggera, e quel giorno io le presi tutte, ne feci una mazza e la abbattei sul cranio di Matteo con violenza. Col senno di poi, non mi stupisco che ci sia rimasto male.
La settimana dopo telefonò, dicendo di avere la febbre e che sarebbe rimasto a casa. Il giovedì successivo i corsi finirono. Noi rimanemmo nel nostro appartamento per studiare con più tranquillità (e poi, diciamocelo, a chi non piace l’ indipendenza che si ha in un’appartamento di studenti?). Matteo disse che forse sarebbe tornato il lunedì dopo, ma io sapevo che era improbabile.
« Stronzo.» commentò con nonchalance Valentina quando lo seppe.
« Posso capirlo, dopotutto.» lo giustificai, sorseggiando del caffé che avevo appena fatto. Ed era vero.
Per quanto la faccenda mi rattristasse, sapevo che queste sono cose che capitano... anche se provarle sulla propria pelle è una faccenda del tutto diversa.
Non sapevo ancora se provavo del rancore nei suoi confronti per questo. Era mio amico dai tempi del liceo, e non riuscivo a volergli del tutto male. Tuttavia, se fosse tornato, non mi sarebbe andato neanche di stargli troppo vicino, dopo questa sortita. Quella faccenda mi aveva fatto molto male, e non mi sentivo ancora capace di perdonarlo.
E comunque, avevo altri problemi a cui pensare.

Questa era la seconda parte di Leòn. Più ci penso, più mi convinco che finora, fra i miei racconti, questo è quello di cui vado più fiero.
Per la questione della canzone di cui ho parlato sulla pagina Facebook del Drago, che potete trovare QUI, ho deciso di caricare la versione estratta da Guitar Pro in attesa di riuscire a trovare i fondi per registrarla. Non è e non sarà mai come una registrazione vera, ma accompagna molto bene la lettura di alcune scene di "Leòn". Quindi, mentre cerco di registrarla presso uno studio decente, potrete comunque ascoltare questa versione. Vedetela come una bozza. Il tempo di perfezionarla e di raggiungere un buon livello di equalizzazione e missaggio, e la carico.
Che ne pensate di come si è sviluppata la storia? Perché Matteo ha reagito così male alla rivelazione della nostra protagonista? Questo, e ogni altra cosa che vi sia stata ispirata dalla lettura di questo racconto, potete scriverlo nel box dei commenti qui sotto.
Non sapendo con precisione quando e sé riuscirò a caricare sul blog la versione estratta da Guitar Pro 6 della canzone che vi dicevo, vi saluto e vi do appuntamento a giovedì prossimo, quando verrà pubblicata l'ultima parte di "Leòn"
A presto!!! :)

--- MICHELE GIULI ---

giovedì 12 settembre 2013

Racconto: "Leòn" - parte 1


di Michele Giuli

Questa è la storia d’ amore di una studentessa universitaria. Sì, lo so: banale e scontata, e soprattutto basata su un argomento che oggi viene citato praticamente sempre. Ma il mio autore preferito una volta scrisse che alla fin fine tutte le storie sono storie d’ amore, quindi non mi sento troppo in colpa.
Voglio parlare come non ho mai fatto finora di quello che ho vissuto negli ultimi mesi, e di come nei suddetti mesi abbia provato per questo ragazzo cose che non avevo mai provato per nessun altro, o almeno non in modo così forte.
Eppure non era bello.
Conobbi Leòn una sera al bar. Matteo lo aveva invitato a prendere un cocktail con noi. Leòn era uno studente francese venuto in Italia con il progetto Erasmus, e Matteo lo aveva conosciuto in facoltà.
Il locale era uno dei posti che odiavo di più in tutta Macerata, dove per tutta la notte i vecchi miti del rock venivano barbaramente uccisi da dj locali.
Eppure non era bello”, continuo a ripetermi mentre ci penso... era basso, con un viso più o meno normale ma un naso un po’ troppo lungo e delle sopracciglia più folte di quanto i miei gusti permettessero. Forse l’ unica sua caratteristica che avrebbe potuto superare i 5/10 nella scala della bellezza erano i capelli biondi, corti e lisci, pettinati di lato con il gel.
Le mie amiche mi hanno chiesto più volte come avessi potuto innamorarmi di lui.
All’ inizio fu solo una sensazione. Forse fu lo sguardo gentile con cui mi guardò mentre mi stringeva la mano e mi salutava che fece scattare la scintilla. Mi sentii come se qualcosa mi spingesse verso di lui. Provai subito per lui un interesse che non ho mai saputo spiegare.
Era arrivato da poco, e aveva difficoltà a capire l’ italiano, specialmente quando era inframmezzato da cadenze e parole tipicamente maceratesi.
Spesso ripenso a quella serata, quando cominciò la storia di amore a senso unico che caratterizzò i mesi precedenti al ritorno di Leòn in Francia. Il bello è che di quella notte non ricordo quasi nulla, se non lui.

Lo incontrai nuovamente due giorni dopo nella facoltà di Lingue in corso Cavour. Entrai nel cortile interno e lo trovai lì, seduto su una panchina a fumare una sigaretta.
Ci scambiammo qualche frase convenzionale, di quelle che dici quando non hai altre idee per continuare una conversazione: sulle lezioni che avevamo, se ci piacessero o no, e così via. Il suo accento francese era molto, molto forte. Utilizzava quasi sempre i pronomi all’ inizio delle frasi e spesso usava parole francesi, mentre io dovevo spesso ricorrere all’ inglese per farmi capire. Un dialogo poliglotta, proprio come piace a me!
 Poi arrivò la svolta.
« A che ora esci?» mi domandò.
Gli dissi che finivo alle cinque, ovvero un’ ora dopo di lui. Mi disse che non gli andava di tornare al collegio degli studenti, e mi chiese se non avessi niente da fare. Non si rinuncia mai ad una passeggiata all’ inizio dell’ anno accademico!
Nelle due ore che passammo a girare parlammo per lo più di cinema, di cui avevamo scoperto essere entrambi appassionati. Una valida alternativa alle maledette frasi convenzionali sulle lezioni di qualche ora prima.
Me ne andai senza sapere bene cosa provavo. Quello era il tipo di ragazzo con cui avrei potuto benissimo stringere una relazione. Non mi era mai successo di sentirmi così in sintonia con qualcuno. Non così velocemente.
Quando tornai a casa, Laura era intenta a studiare non so quale tomo sul diritto commerciale.
Laura era una studentessa siciliana che frequentava da due anni la facoltà di Giurisprudenza e condivideva l’ appartamento con me, Matteo e Valentina, una ragazza iscritta al corso di Lettere.
Era bassetta e aveva dei lunghi capelli neri che incorniciavano il suo viso dolce e moro. Le mancava qualche grado, ma portava sempre le lenti a contatto e la gente non se ne accorgeva.
« C’è Matteo?» domandai richiudendo la porta.
« È al bar.» rispose con voce atonale, quasi annoiata.
« Fa cena qui?»
« Credo.»
« Quanto ti manca all’appello?» domandai tanto per fare conversazione.
« È a dicembre, ma devo arrivarci preparata al massimo.» disse, e tirò fuori dalla tasca una sigaretta.
« Per oggi ho finito, comunque.» concluse, e mi raggiunse alla finestra.
« Come è andata la lezione, oggi?» domandò, accendendo la sigaretta.
« Non c’è male. Sembra un corso interessante.» risposi, tenendomi sul vago. « E poi... ho fatto un giro con il nuovo amico di Matteo.»
Laura tossì il fumo che aveva appena inspirato.
Come era prevedibile, finimmo per spettegolare come facevamo quasi ogni giorno. Non mi risparmiò neanche una delle domande tipiche del gossip-time.
Alla fine scosse il capo sorridendo e mi guardò negli occhi.
« Fa attenzione.» mi disse, improvvisamente seria.

« Ciao!» mi salutò Leòn
Ero su una panchina del cortile della facoltà, a leggere il libro che avevo acquistato due giorni prima.
Leòn lo indicò e mi domandò cosa fosse.
« “Il prigioniero del Cielo”» risposi.
« Posso vederlo?»
Io glie lo porsi e lui provò a leggere, desistendo dopo pochi secondi.
« Troppo difficile.» disse, restituendomelo.
« È ancora presto. Da quanto tempo studi Italiano?»
« Pochi mesi.»
« Non lo parli male per averlo studiato così poco tempo!»
« Grazie!» disse, sorridendo.
« Aspetti di andare a lezione?» domandai.
« Sì. Finisco fra tre ore.»
« Dopo hai da fare?»
Uno studente universitario straniero può avere impegni di sera all’ inizio dell’ anno accademico?

Ci sedemmo ad un tavolo all’ aperto fuori dal Caffé Centrale, in piazza della Libertà, sotto le logge del Palazzo del Municipio.
Se dovessi fare una descrizione oggettiva di quel posto, direi che è una grande area rettangolare pavimentata da sampietrini, circondata da vecchi edifici. Da una parte c’ è il teatro Lauro Rossi, con a fianco un campanile con una dedica a Vittorio Emanuele II, vicino alle scalette che portano a pochi passi da Corso Garibaldi. Dalla parte opposta al Caffé Centrale c’è la facoltà di Giurisprudenza e la strada che porta al Duomo. Se poi l’ osservatore si volta verso la sua sinistra, può vedere la Loggia dei Mercanti, un grande edificio costruito su due piani, sorretto da due pareti e due file di tre colonne.
Le mattonelle delle logge sotto cui eravamo seduti assumevano volta per volta un colore sempre più scuro, perdendo le tonalità d’ oro e rosso che dovevano aver avuto un tempo. Ma a cosa serve una descrizione così?
Mi è sempre piaciuto andare lì, sia in compagnia che in totale solitudine, e guardare la gente che cammina pensando ai fatti propri.
Da sotto gli archi e le logge del Palazzo del Municipio ho una posizione privilegiata per vedere la quotidianità dei passanti, cercando di immaginare perché sono qui, perché indossano quei vestiti, cosa fanno per vivere, chi conoscono.
Per un secondo, le nostre vite si uniscono. Non importa che io immagini le cose sbagliate, che fraintenda tutto. Per quel singolo istante, e mai più in futuro, siamo una cosa sola come il poeta Zhuang Zi e il pesce del fiume Han. A portarci qui è stata una rete intricata di eventi sconnessi fra loro, che si intrecciano nel momento in cui io guardo l’ uomo con la giacca marrone e gli occhiali passare davanti al mio tavolo, o l’ uomo con la sigaretta che mi fissa mentre la simpatica barista mi porta la mia sambuca.
Piazza della Libertà è un palcoscenico su cui si muovono ogni giorno comparse su comparse, che anche solo con il loro camminare trasmettono ricchezza.
C’ è sempre tranquillità qui. Sia che ci sia il sole, sia che piova a dirotto. I palazzi, la facoltà di Giurisprudenza, il campanile ci sorvegliano mentre ogni giorno passiamo lì sotto per andare in tabaccheria o al bar, mentre gli studenti vanno a lezione o signori in giacca e cravatta raggiungono la loro macchina al centro della Piazza.
Il tempo scorre in modo diverso a Piazza della Libertà. Tutto è dilatato, ed è in questi momenti che puoi vedere la vita quotidiana esprimersi in tutta la sua intensità, passione e bellezza. Ogni volta che vengo qui riesco a vedere il valore intrinseco di ogni cosa, di ogni passo mosso dal più perfetto degli sconosciuti.
Ordinammo due caffé.
« Come ti trovi qui?» domandai.
« Pàs mal. Questa città è bella.»
« E la gente?»
« Non saprei, non conosco molte persone. Tu che ne pensi?»
« Devo ancora farmi un’ opinione precisa.»
In quel periodo dell’ anno, a quell’ora era già buio. I parcheggi al centro della piazza erano quasi vuoti e da lontano si poteva vedere qualche studente uscire dalla facoltà di Giurisprudenza. Era in quei momenti, alla luce dei lampioni, che la dilatazione del tempo raggiungeva il suo apice. Tutto sembrava fermarsi, e un’atmosfera magica che parlava di bellezza e intensità scendeva sulla Piazza.
La barista ci portò i caffé. In quel momento, le due casse sopra l’ entrata del bar trasmettevano i Toto, diversamente dalla maggior parte delle volte, in cui da lì si potevano sentire solo le hit appena uscite.
« Da dove vieni tu?» mi domandò Leòn.
Gli risposi che venivo da Montegiorgio, un piccolo paese in provincia di Fermo.
« Dov’ è?»
Tentai di spiegarglielo, ma ho sempre avuto difficoltà a dare indicazioni stradali che andassero oltre il: “Segua la strada, poi giri a destra, prenda la seconda svolta a sinistra ed è arrivato”, e lui non conosceva nessuno dei posti che gli nominavo.
Mi parlò di Lione, della sua famiglia, e di come dopo il divorzio dei suoi genitori lui e sua sorella fossero andati a vivere dalla madre.
Spesso si interrompeva perché non trovava le parole e io aspettavo pazientemente che riuscisse ad esprimersi in Italiano.
Ci raccontammo a vicenda le nostre vite, amicizie, relazioni. Mi disse che una volta finita l’ università sperava di trovare un lavoro che gli permettesse di viaggiare. Non aveva voglia di rimanere troppo tempo a Lione, e quando gli chiesi perché si mantenne sul vago. Mi accennò che aveva avuto dei problemi ma non volle dirmi altro.
« E toi?» chiese.
« Ho scelto la mia facoltà perché mi interessavano i corsi, ma non ho idea di quello che farò. Mi piacerebbe fare l’ insegnante, ma non mi precludo niente.»
« Precludo?» ripeté lui.
« Come posso spiegartelo con parole semplici? Letteralmente vuol dire: “impedire”. In questo caso.. vediamo... vuol dire... non escludere delle possibilità. Capito?»
« Più o meno.» disse, lui e sorrise.
Fu in quel momento che sentii che provavo veramente qualcosa per lui. Mentre l’ aria si faceva sempre più fredda e Leòn mi ascoltava concentrato capii che... mi piaceva. Fu una piccola vibrazione lungo tutto il mio corpo, come se ogni mia cellula esprimesse la sua approvazione a quella comprensione.
Lo sentivo vicino a me, come se fossimo legati. Forse era la stessa cosa che mi faceva sembrare ogni sua parola importante, ogni momento passato con lui prezioso. Avrei voluto rimanere per sempre con lui e spiegargli il significato di tutte le parole che non capiva.
Potrei fare una descrizione oggettiva della personalità di Leòn. Potrei dire che è un gran chiacchierone, che è solare, gentile, simpatico e curioso, che i suoi occhi e la sua voce si illuminano di entusiasmo quando parla delle cose che lo appassionano. Non è la persona più intelligente che conosco, anche se di certo se la cava, è sempre pieno di energie  e pronto a fare battute. Potrei elencare tutto quello che mi piace di lui. Ma anche questa descrizione sarebbe inutile.
È più importante il fatto che da quel periodo in poi cominciai a pensare sempre a lui. Lo vedevo dappertutto, lo cercavo... nei mesi successivi il centro delle mie giornate si spostò lentamente verso di lui.
È inutile cercare di descrivere queste cose, perché non riuscirei mai neanche con anni di esperienza a parlare bene di come mi sentivo quando ascoltavo la sua voce o sentivo il suo odore che mi attirava verso di lui come una calamita, quelle dolci e forti sensazioni, quella spinta interiore che mi faceva avvicinare sempre di più a lui quel sentire che tutto era a posto finché eravamo insieme e quella tenerezza che sentivo per lui quel Tutto quel fottuto forte Tutto che lo rendeva il centro delle mie giornate quell’ estasi quando mi faceva sorridere con la sua simpatia o mi faceva riflettere con un suo commento o quando con la sua semplicità mi faceva sentire la persona più ricca del mondo solo per il fatto di stargli accanto perché era la persona migliore sulla faccia di questo mondo...
Non era bello, non era attraente... era ciò che aveva dentro che brillava.

 E questo era l'inizio di "Leòn", il secondo racconto pubblicato su questo blog. Scritto anche questo quasi un anno fa, per il 90% all'interno del locale che fino alla sua chiusura è stato insieme il mio "ufficio" creativo, il mio posto preferito e il luogo d'incontro con persone straordinarie, tra le quali spicca la proprietaria, Sabrina, che è diventata rapidamente la mia migliore amica. Sto parlando dell' "Angel's Café" di Mogliano, il locale più pazzo e anarchico che abbia mai avuto il piacere di visitare, dove sono successe cose dell'altro mondo. Dopo la chiusura, la nuova gestione si rivelò a sua volta ottima e il locale, ora chiamato "Il Bar degli Amici", resta il mio bar preferito a Mogliano ed è stato il punto d'inizio dell'AVVENTURA EDITORIALE DI LORENZO VARGAS, grazie all'interessamento di Matteo, il proprietario, nonché mio amico e compagno di dissertazioni filosofiche alle 2 del mattino, che ci ha aiutati in ogni modo con grande generosità. 
Tornando a "Leòn", lo scrissi fra la primavera e l'estate del 2012 seduto ad un tavolino all'esterno dell' "Angel's", interamente su un quadernino che mi portavo appresso, se escludiamo un paio di correzioni aggiunte durante la messa in bella copia e una o due parti scritte al computer (t
ra queste, vi è l'appassionata descrizione di Piazza della Libertà, che scrissi dal bar in cui vanno i protagonisti durante la scena in cui è inserita). Conclusi Leòn una notte di Luglio, restando all'esterno dell' "Angel's" anche dopo la chiusura pur di continuare a scrivere la parte finale. Fu la notte in cui si poté ammirare l'eclissi di Venere, e penso che sia carino che questo evento astronomico molto raro abbia segnato la conclusione della prima stesura di "Leòn".
Volete sapere cosa fu scritto quella notte? Continuate a seguire questo blog e, se vi piacciono i miei lavori, perché non iscriversi? Tutte le considerazioni su questa storia e sulle sviolinate fuori tema che scrivo nelle didascalie possono essere scritte nell'apposita barra dei commenti. Vi aspetto! :)
Ci vediamo giovedì prossimo, per il seguito di "Leòn"!!! 


MICHELE GIULI

giovedì 5 settembre 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - parte 3



Il giorno dopo, finito il suo turno lavorativo, si fece una doccia ed uscì per camminare un po’. Il cielo era sereno quel pomeriggio e l’ aria aveva cominciato a farsi più calda. Di conseguenza, chiunque avesse un po’ di tempo libero era per strada.
Camminando senza meta, si ritrovò a passare vicino alla via dove Simon aveva vissuto fino a poco tempo prima.
« Signor Norton!» lo chiamò il detective Yuleson, apparso chissà come a meno di due metri da lui.
« Salve.» lo salutò Jake. « Si gode anche lei il bel pomeriggio.»
« Mi piacerebbe.» disse Yuleson, scotendo il capo. « In realtà sono venuto qui per lavoro.»
Jake annuì in silenzio.
« Avete scoperto qualcosa?»
« Direi proprio di sì. La pista dell’ omicidio diventa ogni giorno più probabile.»
« Posso chiederle perché?» domandò Jake, che aveva perso il sorriso che lo aveva accompagnato per tutto il pomeriggio.
« Abbiamo controllato la corrispondenza privata del signor Goodwith, ed è saltato fuori che il suo amico sospettava di essere tradito da sua moglie.»
« Mary?» esclamò Jake, incredulo.
« Le viene in mente nessuno con cui la signora Goodwith avrebbe potuto stringere una relazione illecita.»
« Assolutamente no!» rispose Jake, sempre più esterrefatto. « L’ ho vista al funerale di Simon, era distrutta! Non credo che una persona che tradisce il marito possa rimanere così sconvolta.»
« Magari fingeva.» suggerì Yuleson.
« Che cosa?»
« C’ è la possibilità che l’ omicidio sia avvenuto perché il signor Goodwith l’ aveva scoperta con l’ amante.»
Jake si passò una mano sulla fronte.
« Non posso credere che Mary...»
« A volte le persone fanno cose che non ci si aspetterebbe mai da loro.» asserì Yuleson.
Dal palazzo dove si trovava l’ appartamento dei Goodwith uscì secondo uomo che li raggiunse.
« Abbiamo finito di interrogare tutti quanti, Morgan.» annunciò.
« Scoperto qualcosa di importante?»
« La signora Withrow del quinto piano potrebbe aver visto l’ amante della signora Goodwith. Dobbiamo andare a prendere Dexter e Matt per tracciare l’ identikit completo del tipo. È successo la sera prima dell’ omicidio, e il probabile amante indossava una camicia azzurra. Come i frammenti di vestito che abbiamo trovato.» disse il nuovo arrivato.
Morgan Yuleson annuì.
« Ora devo andare. Il lavoro mi chiama.» disse, e strinse la mano a Jake. Un modo gentile per dirgli di andarsene.
« Arrivederci, signor Norton.»
« Arrivederci.» mormorò Jake, ancora scosso.
Yuleson si ricordò improvvisamente di qualcosa e infilò una mano in tasca.
« Se le viene in mente qualcosa, non esiti a chiamarmi.» disse, dandogli un biglietto da visita.
« Non si preoccupi. Quando saprò qualcosa lo saprà anche lei.»

« Domani mattina devo andare alla stazione.» annunciò Susan la sera dopo.
Jake se lo era aspettato. Non si era mai fatto illusioni: lei si sarebbe fermata solo per poco e quel momento, lo sapeva, sarebbe arrivato presto. E aveva deciso di agire di conseguenza.
« E se venissi con te?»
La proposta la lasciò senza parole.
« Susan, questi giorni che ho passato con te sono stati i migliori da non so più quanto tempo. Non può, non deve finire così! Io ti amo, e sono pronto a venire con te.» continuò lui.
Dove lo aveva trovato il coraggio? Se qualcuno gli avesse raccontato che pochi giorni erano stati sufficienti per trovare la donna che gli avrebbe fatto venire voglia di lasciare tutto per seguirla, non gli avrebbe mai creduto.
Evidentemente anche lei non credeva a quello che aveva appena sentito.
« Dici così perché hai visto solo una parte di me. Jake, ci conosciamo da tre giorni... Ancora poco tempo, e ti pentirai della tua scelta.»
Jake scosse il capo.
« Non sarà così!» affermò. « Ricordi la prima sera che siamo usciti, al Keenan’s? Mi dicesti che avevo già la soluzione a tutti i miei problemi: bastava che cercassi di realizzare le mie ambizioni. La verità è che anche se non fosse esistito nessun Codice Etico, nessuna Riforma... io non avrei comunque fatto niente, non in quel momento della mia vita in cui mi sono lasciato andare, scoraggiato dalle troppe difficoltà incontrate, dalle mie insicurezze, e anche da quella punta di pigrizia che mi impediva di fare veramente qualcosa. Il punto è che ora sono sicuro di quello che voglio. Dici che mi stancherò perché non ti conosco bene, ma sei la prima cosa bella che mi capita da non so più quanto tempo e non voglio lasciarmi scappare quest’occasione di essere felice. Tu mi hai fatto sentire di nuovo vivo dopo tanti anni, hai reso questo mondo un posto in cui valesse la pena di vivere! Voglio venire con te. Mi troverò un lavoro e una casa dalle tue parti, cambierò vita.»
« Jake...» mormorò lei.
Si trovavano nell’ appartamento di Jake, ai due lati del piccolo tavolo nella cucina, dopo una cena a lume di candela.
Dopo pochi secondi che Jake passò dandosi dell’idiota e dicendosi che era ovvio che, proponendosi così, e dopo così poco tempo, l’avrebbe senza dubbio spaventata, Susan sorrise.
« È un’ idea perfetta.» disse, e si sporse per baciarlo.

Quando il giorno dopo Jake si svegliò Susan era accanto a lui, nuda.
Jake sorrise e la accarezzò dolcemente, sorridendo.
« Buongiorno.» disse.
Lei emise un verso gutturale nel sonno. Un verso che sembrava esprimere emozioni positive.
Jake la accompagnò a prendere le sue cose nella stanza del piccolo albergo dove aveva pernottato fino a quella mattina, poi andarono insieme alla stazione e fecero colazione in un piccolo bar.
« Il tempo di licenziarmi e di fare i bagagli, e sarò da te.» promise lui quando il treno arrivò.
Lei lo baciò per l’ ultima volta.
« Ci conto.»
Si separò da lui lasciandogli un biglietto in mano. Quando oltrepassò le porte del vagone, si voltò e lo salutò con la mano. Jake fece altrettanto mentre il treno cominciava a muoversi.
Dopo pochi minuti, Susan era scomparsa insieme al treno.
Andò nella zona per fumatori e si accese una sigaretta.
Avrebbe dovuto essere al lavoro entro un quarto d’ ora, ma sapeva che non ce l’ avrebbe mai fatta ad arrivare in tempo.
“Poco male”, si disse. Tanto aveva intenzione di licenziarsi comunque.
Finita la sigaretta uscì dalla stazione, e vide l’ ultima cosa che si sarebbe aspettato di vedere.
Mary Goodwith stava uscendo dallo stesso bar dove poco prima lui e Susan avevano fatto colazione, ad una ventina di metri di distanza dalla stazione. Era ben vestita e rideva. La porta del bar si aprì nuovamente, e Jake si accorse che in realtà quella era stata la penultima cosa che si sarebbe mai aspettato di vedere.
Un uomo raggiunse Mary e la baciò appassionatamente. Era leggermente attempato e i capelli ricci, un tempo castani, cominciavano a presentare delle striature bianche. Nonostante lo vedesse tutti i giorni, Jake faticò a riconoscerlo senza la sigaretta.
Gordon Healin aprì la porta della sua macchina e fece entrare Mary per poi mettersi al volante. Jake rimase come pietrificato per diversi minuti, mentre prendeva atto di quello che aveva appena visto. Nel frattempo i due amanti se ne erano già andati.
Nonostante avesse già fatto colazione, Jake tornò nel bar e ordinò un caffé, ticchettando nervosamente con le dita sulla sua gamba. Una volta servito, bevve lentamente, poi posò la tazzina sul bancone e pagò il conto. Ringraziò ed uscì, infine prese il biglietto da visita di Morgan Yuleson e digitò il numero dal suo cellulare.

La voce che rispose al posto del detective lo informò che il numero selezionato era inesistente. A momenti Jake non scagliò il cellulare contro il muro. Se lo mise in tasca e chiamò un taxi, fumando mentre aspettava.
Avrebbe potuto prendersi una multa per aver acceso una sigaretta lì, ma sarebbe stata una multa bassa e lui era nervoso. Al diavolo i Restauration!
Quando il taxi arrivò, chiese di essere portato alla centrale di polizia.
Ci mise un quarto d’ ora ad arrivare, un quarto d’ ora in cui guardò sempre fuori dal finestrino senza davvero vedere quello che gli passava davanti agli occhi.
Healin.
Tamburellò nervosamente con le dita sullo sportello per tutto il tempo.
Una volta sceso, pagò il tassista e corse verso l’ entrata della stazione di polizia.
L’ ingresso era una sala ampia, alle pareti della quale pendevano stemmi, riconoscimenti e quadri. Jake la attraversò e raggiunse il banco dietro al quale stavano due giovani segretarie che in quel momento fissavano gli schermi dei loro computer.
Si rivolse ad una di loro, che sfoderò un sorriso a trentadue denti e gli chiese come poteva aiutarlo.
Lui chiese di parlare con il detective Morgan Yuleson. Il sorriso della segretaria si restrinse di qualche dente, e la giovane donna si rivolse alla collega per chiederle se sapeva niente di uno che si chiamava così.
L’ altra segretaria scosse il capo e cominciò a battere sulla tastiera. Ci mise un paio di minuti. Finita la ricerca, osservò il risultato per qualche secondo, poi si rivolse a Jake e disse lentamente: « Mi dispiace, signore, ma non c’ è nessun detective che risponda a questo nome né in questo né negli altri due distretti di questa città.»
« Al diavolo Yuleson, mi basta parlare con chiunque possa aiutarmi. So chi è il colpevole dell’ omicidio di Simon Goodwith.»
Healin.
La segretaria n.1 si fece d’ un tratto seria ed afferrò la cornetta del telefono. Digitò un numero ed attese per qualche secondo.
« Janette, sono Kathleen.» disse quando ottenne risposta. « C’è un signore qui che afferma di conoscere dei dettagli riguardo all’ omicidio di...»
« Simon Goodwith...» le ricordò Jake.
« Sì, Simon Goodwith. C’ è qualcuno che possa venire giù ad ascoltare la sua deposizione? Come?»
Kathleen la segretaria fissò Jake mentre sentiva quello che Janette aveva da dire. Il suo sguardo diventava sempre più cupo.
« È già il terzo questa settimana.» commentò acida, prima di aggiungere: « Scusa per il disturbo. Ci vediamo dopo.»
Riattaccò, e tornò a guardarlo negli occhi.
« Molto divertente.» disse. « Ora se ne vada.»
Jake era sempre più spaesato.
« Cosa succede? Sono il terzo di cosa?»
« Non c’è nessun caso aperto di omicidio in cui la vittima si chiami Simon Goodwith.» lo informò Kathleen.
« Cosa?»
« Mi ha sentito.»
« Ma... non è possibile! Ho visto il suo cadavere... sono stato al suo funerale...» mormorò Jake. « La prego, controlli meglio, ci deve essere una svista! Ho pianto sulla sua tomba! Ho consolato sua moglie! »
Purtroppo commise l’ errore di sporgersi velocemente verso di lei, e la segretaria n.2 si allarmò e chiamò una guardia. Quando questi arrivò, Jake non oppose resistenza e lo seguì verso l’ uscita, stordito e confuso.

« Sei in ritardo.» lo apostrofò Healin quando arrivò. In bocca aveva di nuovo una sigaretta, quasi a dire che tutto andava bene e che non c’ erano novità.
« Tu.» ringhiò Jake. « Sei stato tu...»
L’ espressione spavalda di Healin scomparve.
« Che ti prende?» domandò questi, brusco.
« Ti ho visto stamattina con Mary!» sbraitò Jake, puntandogli un dito contro.
Si aspettava che dalla faccia che avrebbe fatto Healin la verità si sarebbe manifestata, ma il suo capo assunse solo un’ espressione confusa.
« Cosa cazzo vai dicendo? Non conosco nessuna donna di nome Mary.»
« Sei stato tu ad uccidere Simon Goodwith!»
Intorno a loro si era radunata una folla di operai incuriositi. Healin li guardò uno per uno, poi strinse gli occhi e domandò, tagliente: « Ti ha dato di volta il cervello?»
« Signori, avete davanti a voi un assassino!» esclamò Jake, assumendo il tono di un presentatore televisivo e movendo qualche passo all’interno del cerchio di persone che si era formato intorno a loro due.
Si fermò all’ improvviso e fissò Healin dritto negli occhi.
« Come hai potuto? Un uomo così buono...»
« Ora mi sono stufato, Norton. Fila al tuo posto o hai chiuso con questo lavoro!» scattò Healin.
Jake scoppiò a ridere.
« Ah, il lavoro! Questa è buona!» esclamò, e spalancò le braccia. « Sono io che mi licenzio! Un lavoro di merda, fatto per una persona di merda!»
« Vattene immediatamente!»
« NO!» gridò Jake, improvvisamente tornato serio. « Io non mi muovo da questo cazzo di posto! Fino a pochi giorni fa l’ unica, dico, l’ unica persona capace di non farmi sentire un fallito era Simon e tu lo hai ucciso! Tu, tu... tu sei la causa di tutto, pezzo di merda. Tu, che sei l’ emblema e l’ immagine del mio fallimento!»
« Stai delirando. Quest’ uomo è pazzo, qualcuno lo porti via.»
Jake non ci vide più.
« Figlio di puttana!» gridò, e si scagliò contro di lui colpendolo con un destro.
La sigaretta di Healin volò via dalla bocca del proprietario per cadere a terra, rimbalzando lievemente. Jake lo stese con una ginocchiata ed un ultimo colpo sul naso, poi gli altri operai accorsero e lo fermarono.

L’ ultimo ricordo che ho di Healin  è quello di lui che ansima, steso a terra, guardandomi con rabbia mentre gli altri mi portano via, il volto macchiato di sangue.
Scrivo dalla clinica psichiatrica di Red Hill, e non so per quanto tempo dovrò rimanerci. Ieri è venuta a trovarmi una persona. Non saprei dire quali emozioni ho provato quando l’ ho visto entrare e venirmi incontro.
Forse avrei dovuto essere sorpreso, forse avrei dovuto mostrare indifferenza perché, da qualche parte dentro di me, l’ avevo sempre saputo...
Lui arriva scortato da un’ infermiera, mi guarda a lungo e io ricambio il suo sguardo, poi si avvicina e mi saluta. La sua pelle è abbronzata dopo i giorni di vacanza trascorsi al mare.
“Ciao, Jake”. La sua voce è profonda e grave, non saprei dire se dal tono mesto o di incoraggiamento.
“ Ciao, Simon” rispondo io, con la voce più piatta che abbia mai sentito.
“ Mi dispiace.”
Ora ricordo perfettamente i saluti la sera prima che Simon e Mary se ne andassero in vacanza, i discorsi sul fatto che un suo conoscente gli aveva parlato di un liceo dove serviva un professore di Letteratura, le risate prima di separarsi. È stato vedendo quei due allontanarsi che due parole mi sono balzate in testa: Restauration Party.
Immaginazione. Pazzia. Il confine è stato varcato da una mente che era stanca della monotonia di tutti i giorni.
Non so più cosa pensare. Quand’ è che il mio cervello ha cominciato a creare una realtà tutta sua?
Niente, niente di quello che ho vissuto negli ultimi giorni era reale... dalla morte di Simon all’ esistenza del Restauration Party.
Solo ora mi rendo conto che questo partito immaginario e le sue imposizioni erano solo il modo di una mente debole e malata per accettare di non aver mai fatto le cose che mi facevano sentire vivo. È molto più facile accettarlo, quando hai una serie di leggi rigide che ti dicono cosa fare. Puoi non approvarle, puoi odiarle, ma comunque quelle leggi ci sono, e giustificano la tua nullafacenza.
Il ragazzo che scioperava in Flower Square, il detective Yuleson, la relazione fra Healin e Mary. Tutto, tutto questo era solo un tentativo di rendere la mia vita vagamente interessante, l’ esplosione di un bisogno interiore di qualcosa di nuovo, qualcosa che interrompa la routine di tutti i giorni.
Ho provato a chiamare Susan. Mi ha risposto una donna che non conoscevo.
« Salve, mi chiamo Jake Norton. Vorrei parlare con Susan, se è possibile.» ho chiesto.
« Mi dispiace, deve aver sbagliato numero.» mi ha risposto la donna.
« No, no. Il numero è questo. Era con lei che dovevo parlare.»
« Mi scusi, non la capisco.»
« Neanche io. Ma le auguro comunque una buona giornata e, perché no?, un’ intera vita felice.» ho detto, sorridendo come un idiota con la cornetta del telefono appoggiata contro l’ orecchio.
Lei è rimasta interdetta, poi l’ ho salutata e ho riattaccato. Ho pianto per giorni. È stato come perdere una persona reale che amavo davvero. Ma dovevo farlo. Avevo scoperto di essere pazzo: ora non mi restava che andare fino in fondo per poi riemergere. È stato come togliersi un dente.
La verità è che io sono un fallito. Ho avuto bisogno del Restauration Party  per far fronte a questa consapevolezza che da dentro non faceva che divorarmi. Ho avuto bisogno di questa esplosione finale per capirlo veramente.
Ho avuto bisogno di Susan per riscoprire i miei desideri.
Mi hanno prescritto pillole su pillole. Spero solo di potermene andare presto da qui. In questi pochi giorni mi sono di nuovo sentito vivo. Non importa se era falso, se era tutta immaginazione: non stavo così da anni. Voglio che il cuore mi batta nuovamente come  batteva quando immaginavo Susan accanto a me, e noi due seduti sulle panchine di Jimson Square. Voglio trovare una persona con cui invecchiare, una persona reale. Voglio meritarmi la felicità.
Da qualche parte, in un mondo che per troppo tempo gli è sembrato grigio e triste, Jake Norton vive.

Michele Giuli

Mi scuso per il ritardo nella pubblicazione di questo post. Credevo di essere riuscito a programmare la sua pubblicazione automatica, avendo già previsto che questo giovedì sarebbe stato difficile riuscire a connettermi di persona per pubblicarlo, ma il mio tentativo è fallito.
Comunque... siamo giunti alla fine di questo racconto!!! :) Lo cominciai più di un anno fa in un bar a Fermo (FM), mentre aspettavo che arrivasse l'ora di incontrarsi con gli altri membri del gruppo in cui suonavo allora per andare a provare. Il gruppo si chiama Infinito -9 e, se volete, QUI c'è la loro pagina facebook, dove è possibile ascoltare le canzoni registrate in due anni di attività.
Ai tempi, non avendo né una macchina, né la patente per guidarla, dovevo prendere la corriera, facendo un giro assurdo e arrivando con diverso anticipo. Una sera, dopo una cena veloce al solito bar all'inizio del centro storico di Fermo, uscii per fumare una sigaretta e, guardando la strada, mi venne l'ispirazione per le prime righe, che buttai subito giù. Il tempo di arrivare all'annuncio della morte di Simon, e decisi che sarebbe stata la prima storia che avrei scritto per il progetto dell'antologia di racconti a quattro mani iniziato con Lorenzo Vargas, di cui ho parlato nel primo post di questo blog. Il tema è, ovviamente, l'Immaginario, la capacità della mente di creare mondi e realtà paralleli e più o meno alternativi, di inventare nuove storie e persone. E' un'arma a doppio taglio, come scoprirà Jake Norton.
Poco tempo fa, mi è stato fatto notare che questo personaggio condivide il cognome del protagonista di "Fight Club", il quale vive una vicenda simile. Giuro che non mi ricordavo di questo particolare!
Cosa ne pensate di questa storia? Come vi è parso il finale? Avete colto qualche aspetto che magari non avevo considerato mentre la scrivevo (il bello di qualsiasi opera è che può venire interpretata in mille modi, nessuno dei quali è per forza giusto o sbagliato)?
Tutto questo potete scriverlo nei commenti, che sono sempre ben accetti, qualsiasi cosa contengano.
Detto questo, vi ringrazio nuovamente per aver seguito questo blog fino alla fine del primo racconto in esso pubblicato, e vi saluto sperando che continuiate a farlo.
Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto. Questa volta, posso dirlo in anticipo senza rovinare nessuna sorpresa, il tema di fondo è: l'Amore.
A presto!!! :)


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