venerdì 10 gennaio 2014

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 4

Colori sfocati. Tutto ondeggia. All’improvviso qualcosa si muove dentro le sue pupille e dalle forme comincia a distinguersi un lampadario, poi, lentamente, un soffitto e infine i suoi occhi mettono tutto a fuoco e lei realizza che si trova in una casa. Si guarda confusa la gamba, che è stata curata da qualcuno.
La casa sembra vuota. Lei si alza e zoppica lungo il corridoio, fino ad arrivare ad una stanza piena di scaffali pieni di... libri! Libri! Prova un moto d’estasi alla vista di tutte quelle opere, ma si contiene e si concentra sulla figura china sulla scrivania un po’ più sotto degli scaffali.
Un vecchio umano sta sottolineando qualcosa su dei fogli di carta con la sua penna nera.
Lei, che finora si è solo affacciata dall’entrata, resta nascosta dietro la porta. C’è un umano. C’è un umano, lì! Dal poco che ha potuto vedere, non sembra pericoloso, ma se avesse un’arma dietro la scrivania?
“Paura!” pensa e, distraendosi per questo semplice riconoscimento, gioisce. La paura, come tutti i vigliacchi, è qualcosa che colpisce alle spalle, facendoti provare brividi lungo la schiena e arrivando a paralizzarti fin dentro la tua mente.  Sei in tensione, il cervello può calcolare disperato così come spegnersi completamente. È meraviglioso che lei, in questo momento, stia provando paura. Poi ritorna alla realtà, e la paura mostra il suo lato scomodo.
Che fare?, si chiede mentre una parte di lei riflette sul fatto che è già un miracolo che se lo stia chiedendo e non stia più calcolando freddamente... anche se forse in una situazione del genere sarebbe una comodità. Si sporge ancora un po’ dall’entrata, e riconosce quel viso... nella sua memoria riaffiora l’immagine di un uomo che la raccoglie da dietro dei bidoni dell’immondizia, la porta a casa e prova a curarla prima che lei perda i sensi.
Questo le basta a toglierle ogni diffidenza. La parte calcolatrice di lei urla “male, male” da qualche recesso del suo cervello artificiale, ma alla fine si decide ed entra nello studio.

Timothy Lawrence alzò lo sguardo dagli appunti della lezione del giorno dopo. La Anthropus era in piedi a pochi passi da lui. Un brivido lo attraversò mentre si guardavano negli occhi, e vide che lei aveva subito lo stesso effetto, perché si irrigidì a sua volta.
Rimasero tesi e immobili per diversi secondi, umano e androide, a guardarsi a vicenda, poi Timothy si schiarì la voce e mise a posto i fogli, dicendo con voce calma: « Vedo che ti sei svegliata. Come ti senti?»
Continuando a restare immobile, la Anthropus rispose: « Meglio.», per poi esitare brevemente e aggiungere: « Sei tu che devo ringraziare per la gamba?»
Timothy si alzò.
« Sì, e no. Un mio amico ha fatto il grosso del lavoro.»
« Devo conosc...» iniziò a dire la Anthropus, poi si bloccò e spalancò gli occhi. Qualcosa premeva dentro di lei, un bisogno di esprimere qualcosa, una sensazione che per quello che voleva esprimere ci fossero termini più adatti. Non era più una questione di causa-effetto, in cui siccome sai che ad una data azione corrisponde una reazione, agisci di conseguenza a quello che fanno gli altri. No... quello era proprio un desiderio!
« Voglio...» mormorò, ancora stupita. « Io voglio...»
Timothy la fissò, confuso.
« Continuavi a ripeterlo anche prima.» le disse, e domandò: « Posso sapere  cos’è che vuoi?»
Il viso della Anthropus si contrasse in un’espressione di gioia.
« Io voglio!» esclamò lei, ridendo, al settimo cielo. « Non avevo mai avuto un desiderio prima!»
Timothy comprese e annuì.
« Come fai?» le domandò.
Lei tornò seria e indicò i libri sugli scaffali. Timothy si voltò a guardarli e sorrise. Sua figlia gli aveva parlato di qualcosa del genere, in passato, di un meccanismo che permetteva di provare emozioni e sensazione una volta che le si era capite e conosciute.
« Qualcuno che riconosce l’importanza di un libro!» commentò, sereno, ma la Anthropus sembrò non capire la battuta e riprese il discorso di prima.
« Vorrei conoscere la persona che mi ha salvata.» disse.
« Credo che ne sarà felice. Lo farò venire il prima possibile.» le assicurò il vecchio.
« Comunque, non mi sono presentato. Io sono Timothy. Posso sapere il tuo nome?» aggiunse, tendendole la mano.
Lei esitò, poi, pian piano, si avvicinò e la strinse.
« Ilith.» rispose.

Timothy iniziò ad apparecchiare.
« Tu puoi mangiare il nostro cibo?» domandò ad Ilith, che lo aveva seguito e lo guardava immobile. « Solo frutta.» rispose lei.
Timothy glie ne portò un cesto intero, non sapendo quanto mangiasse, e cominciò a cucinare per sé. Ilith intanto osservava una mela che aveva preso con una strana espressione negli occhi. Timothy la vide inspirare profondamente e leccarsi le labbra, prima di addentarla.
Mentre aspettava che la carne che aveva preparato per se si cocesse, Timothy accese la televisione. L’ologramma di un frontman del telegiornale apparve ad un paio di metri dal tavolo. Era da un paio di giorni che Timothy non sentiva il notiziario. Trasmisero un paio di servizi sulle ultime novità dal governo, niente di importante, ma poi...
« Ancora nessuna novità sul furto di libri avvenuto all’una del mattino di oggi nella biblioteca pubblica di New Lancaster. Un’intera sala è stata letteralmente svuotata, sembra che i malviventi abbiano preso solo i libri, tralasciando oggetti di maggior valore, ma durante l’azione è stato innescato un incendio che ha danneggiato gravemente l’intera struttura. La polizia brancola nel buio...».
Un lampo, un’immagine nella mente. Libri accanto al corpo quasi privo di sensi di Ilith, sparsi fra i bidoni dell’immondizia. Timothy si gelò sul posto, e lentamente si girò verso la Anthropus, che era trasalita fin da quando aveva sentito la parola “biblioteca”.
L’umano e l’androide si guardarono negli occhi. Tutto divenne perfettamente immobile, l’unica traccia di continuità in quella stanza era il frontman del telegiornale che continuava a parlare.Fu Ilith a rompere quella situazione. Non dette alcun segnale. Un istante prima era seduta al tavolo, immobile, il secondo dopo era in piedi e a pochi passi da Timothy, un coltello stretto in mano, un’espressione vacua negli occhi. Era la Macchina in tutto il suo splendore, ferrea, calcolatrice, automatica.
Timothy si parò con le braccia e chiuse gli occhi, poi sentì un tonfo. Il coltello era ora per terra, Ilith era indietreggiata e poggiava la schiena contro il tavolo. Aveva il fiatone. Era di nuovo umana.
Timothy non era tipo da sapere cosa dire. Fatta eccezione per certi casi e certe persone, non era un tipo da molte parole in generale, figurarsi quando le parole erano ciò di cui c’era più bisogno.
Da un’occhio di Ilith fuoriuscì una goccia nerastra.
« Perdonami!» singhiozzò la Anthropus, il viso storpiato in una smorfia di dolore.
Timothy non sapeva cosa fare. Non riusciva a smettere di restare immobile, con le braccia a mezz’aria, le gambe piegate in avanti e un’espressione terrificata negli occhi. Non avev voglia di smettere di restare immobile. Quella posizione era la sua sicurezza, l’ultima agli inizi di una strada che il professore non conosceva. Alla fine, però, trovò la forza e, con molta esitazione, si chinò per prendere il coltello e lo mise via.
« Tr... tranquilla.» mormorò, ancora sconvolto e ferito nel profondo. Lei si alzò e prima che Timothy potesse fare niente lo abbracciò.
« Scusami...» gli sussurrò nell’orecchio.
« N... non ti preoccupare.»
« È per questo che devo leggere.» singhiozzò Ilith, senza staccarsi da lui.
« Perché non ci sediamo e ne parliamo un po’?» propose Timothy, rassicurante.

Gli uffici della Sezione Sedici erano quanto di più normale si potesse immaginare. Dall’esterno si presentavano come un grosso edificio bianco dalla forma ovale, dentro al quale si trovavano probabilmente degli studi privati. All’interno, sembrava di trovarsi all’interno di un centro commerciale nei cui corridoi e vie principale fossero stati sistemati dei tavoli attorno ai quali lavoravano svariate decine di giovani menti. Oltre a loro, al piano terra c’erano poche cose da vedere. Al secondo piano c’erano invece uffici più settoriali, come quello che si occupava della monitorazioni degli inseguimenti, per prestare soccorso ai soldati in difficoltà.
E al terzo, la créme de la créme della Sezione Sedici, gli uffici di Simkins e i suoi uomini.
Sands, per una volta in abiti normali, uscì dall’ascensore dopo una notte quasi insonne. Era tornato a casa guardandosi le spalle più del solito, sapendo che c’era un Anthropus ferito in circolazione. Probabilmente era stato aiutato da i suoi simili, ma in tal caso non avrebbe avuto senso che le sue tracce si trascinassero per così tanta strada. Qualcosa in lui gli diceva che quell’Anthropus era rimasto indietro, anche se non sapeva come avesse fatto a cavarsela dopo aver perso tanto simil-sangue, né tanto meno a sparire. Anni prima ne aveva visto uno impazzire per il dolore. Quella era stata la volta in cui si era sentito più in pericolo che in tutto il resto della sua vita. L’idea che ce ne fosse un altro, in superficie, non gli piaceva per niente. Era stato più caloroso con sua moglie, aveva guardato con più tenerezza i suoi figli. Ma poi, mentre si rigirava nel letto, alla preoccupazione si era aggiunto un altro elemento.
Gli occhi piangenti dell’Anthropus che avevano ucciso due sere prima continuavano a riaffiorare all’improvviso nella sua mente, distraendolo da qualsiasi altra cosa lo stesse tenendo occupato. Quella goccia nera... quella lacrima lo aveva terrorizzato nel profondo, e non sapeva spiegarsi il motivo di tanta paura istintiva. Aveva sognato di venire sommerso da una pioggia di quelle lacrime, quando il sonno era sopraggiunto.
Quella mattina, andò dritto nel suo ufficio, largo, dalle pareti bianche, con solo una scrivania in mezzo su cui giacevano vari computer e delle foto di sua moglie e dei suoi figli. Non fece in tempo ad appendere la giacca che qualcuno bussò la sua porta.
Era Jenkins. Simkins aveva chiamato a raccolta tutti quanti nel suo ufficio.
« Abbiamo una traccia.» disse Harvey.

E con questa siamo arrivati a metà di "Cuore di metallo". Per chi si fosse perso le parti precedenti, QUI c'è un link all'Archivio dove potete trovare tutti i racconti pubblicati in questo blog. E' bello che stia finendo di curare questo racconto mentre mi appresto a partire per Manchester, città che per me è indissolubilmente legata alla fantascienza, in quanto vi è ambientato l'inizio di "Steamboy" di K. Otomo, il mio primo film steampunk, che ha piantato il seme per far generare un po' di anni dopo un amore per questa branca del genere. Inoltre, l'Inghilterra è anche collegata al mio primo libro di fantascienza, che consiglio a gran voce, ovvero "Macchine Mortali" di Philip Reeve. 
Come sempre, che ne pensate finora??? Per ogni considerazione c'è il box dei commenti qui sotto.
Detto questo, vi saluto e vi do appuntamento alla settimana prossima. 

Buon finesettimana!!!

---MICHELE GIULI---

sabato 4 gennaio 2014

Racconto: Cuore di metallo - parte 3

Lo avevano arrestato. Lo avevano torturato. James Hatfields non conservava dei bei ricordi di quei giorni. Era riuscito ad evitare la galera solo consegnando un suo superiore. Gli avevano dato del terrorista, ma le intenzioni del progetto Anthropus erano sempre state l’esatto opposto. Avevano solo esagerato con il meccanismo di autosimulazione. Gli Anthropus avrebbero dovuto essere in tutto e per tutto simili agli umani, tranne che per le emozioni. Avrebbero dovuto essere freddi e vuoti, incapaci di volontà. Ma la Sottosezione 4 era stata avventata. Avevano creato un meccanismo di apprendimento che faceva sì che, assistendo alla manifestazione di dei comportamenti umani, gli Anthropus diventassero capaci di simularli. E la cosa si era applicata anche alle emozioni. La cosa era stata graduale, e col tempo avevano sviluppato un’identità propria, quando avrebbero dovuto avere solo una versione grezza della coscienza di sé.
All’inizio, quelli della Sottosezione 4 non erano stati veramente coscienti delle conseguenze di quel meccanismo di autosimulazione. Le potenzialità aggiuntive che gli avevano dato non erano nel programma, e questo gli era valso l’accusa di terrorismo. Nessuno poteva sapere come avrebbero potuto utilizzare quella scoperta. Era successo quasi per incidente. I media avevano detto che era successo “in segreto”.
Gli Anthropus erano una minaccia, e andavano distrutti. Alcuni, come lui, si erano arresi.
Altri, come Susan, si erano rifiutati di partecipare allo sterminio di creature che, seppur artificiali, erano senzienti.
“ Basta pensarci!” si disse, e accelerò il passo verso la fermata del bus più vicina.
  
Sands camminò sopra i vetri rotti di una finestra. La biblioteca era semidistrutta. Metà dei libri custoditi fra quegli scaffali era stata rubata.
Entrò nella sala principale. La grandezza di quel posto lo impressionò. Non era il tipo di persona cui piace leggere, e non era mai entrato in una biblioteca se non per chiedere dei libri di testo che doveva leggere per la scuola, quando era bambino.
Nello scompiglio dell’incursione, un computer si era rotto e aveva causato un incendio. I libri che si erano salvati dalla razzia erano andati in parte distrutti. Il custode accese le luci, e le pareti bruciate della sala assunsero un’aria meno cupa e spettrale.
Di fronte lui, ad una ventina dei metri, c’erano delle scalette che portavano ad una nicchia dove erano custoditi i libri più rari.
Sands prese quella direzione ed entrò, passando per la porta sfondata. I libri erano tutti scomparsi. Guardandosi intorno, notò delle telecamere e chiamò il custode. Un uomo attempato e un po’ grassottello con dei grossi occhiali, e gli chiese di fargli vedere le registrazioni.

La stanza dove visionarono i video era molto piccola. Oltre a lui e al custode c’era Simkins, un altro membro della Squadra sedici. Basso e sulla quarantina, con la pelle scura e un piccolo cespuglio di capelli castani. Aveva gli occhi sempre socchiusi.
Harvey Jenkins entrò portando due tazze di caffé per mano.
« Un film in compagnia!» commentò, guardando i due grandi schermi ancora spenti sulla parete piena di cavi e circuiti. « Che serata emozionante!»
« Taci, Jenkins.» lo zittì Simkins, serio. « È una cosa seria.»
« Sono proprio le cose serie che vanno sdrammatizzate.» ribatté Jenkins. Era di buonumore, nonostante il tremendo casino che era successo.
« Se lo dici tu...»
Il custode fece partire i video. I due schermi si divisero in quattro schermate differenti, mostrando otto punti diversi della biblioteca.
Fecero scorrere il video fino a pochi secondi prima dell’ incursione. Nel video, il grande portone dell’ ingresso, un portone di legno molto spesso, fu sfondato da un gruppo di Anthropus che entrarono correndo e si lanciarono verso l’ampia scalinata davanti all’ ingresso, diretti ai piani superiori.
« Merda» esclamò Jenkins, guardando tutti quegli Anthropus.
Sands sorseggiò il suo caffé, nervoso. Erano all’ incirca una ventina, tutti muniti di grosse sacche. La stampa sembrava non capire che distinguere un Anthropus da un umano era molto difficile. Gli avrebbero fatto il culo a strisce.
Gli Anthropus si riversarono in tutte le stanze, trafugando tutti i libri che volevano.
« Mai visto qualcuno con così tanta voglia di leggere.» mormorò Jenkins, prima che uno sbuffo di Sands lo mettesse a tacere.
Il gruppo di ladri finì per arrivare nella nicchia dei libri rari, nella sala principale. Velocemente, misero tutti i libri nei loro sacchi e si dileguarono. Nella fuga, uno di loro urtò contro uno dei computer sui tavoli, che cominciò a emettere scintille.
I tre membri della Squadra 16 spostarono la loro attenzione sugli altri riquadri, seguendo gli Anthropus nella loro fuga.
Ai piedi della scalinata principale, trovarono delle guardie d’ ordinanza che puntarono contro le pistole, ma furono travolti dall’orda prima di riuscire a fare qualcosa. Gli Anthropus gli passarono sopra senza badare a loro.
Mentre il gruppo di ladri stava per uscire, una delle guardie prese la mira e colpì un Anthropus poco prima che svanisse oltre la porta.
Da allora, il video perse ogni importanza, e lo stopparono dopo due minuti.
« Ci sono tracce dell’Anthropus ferito?» domandò Sands.
« No. Sono state trovate tracce di simil-sangue, ma dopo un po’ le abbiamo perse. Siamo riusciti ad arrivare fino ad un vicolo deserto e abbiamo ritrovato dei libri appartenenti alla biblioteca sparsi fra i bidoni dell’ immondizia, ma dell’ Anthropus non c’era traccia.» riassunse Simkins.
« Non riusciva più a portarli con sé.» ipotizzò Jenkins
« Qualcuno deve averla aiutata.» concluse Sands.






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