Colori sfocati. Tutto ondeggia. All’improvviso qualcosa
si muove dentro le sue pupille e dalle forme comincia a distinguersi un
lampadario, poi, lentamente, un soffitto e infine i suoi occhi mettono tutto a
fuoco e lei realizza che si trova in una casa. Si guarda confusa la gamba, che
è stata curata da qualcuno.
La casa sembra vuota. Lei si alza e zoppica lungo il
corridoio, fino ad arrivare ad una stanza piena di scaffali pieni di... libri!
Libri! Prova un moto d’estasi alla vista di tutte quelle opere, ma si contiene
e si concentra sulla figura china sulla scrivania un po’ più sotto degli
scaffali.
Un vecchio umano sta sottolineando qualcosa su dei fogli
di carta con la sua penna nera.
Lei, che finora si è solo affacciata dall’entrata, resta
nascosta dietro la porta. C’è un umano. C’è un umano, lì! Dal poco che ha
potuto vedere, non sembra pericoloso, ma se avesse un’arma dietro la scrivania?
“Paura!” pensa e, distraendosi per questo semplice
riconoscimento, gioisce. La paura, come tutti i vigliacchi, è qualcosa che
colpisce alle spalle, facendoti provare brividi lungo la schiena e arrivando a
paralizzarti fin dentro la tua mente.
Sei in tensione, il cervello può calcolare disperato così come spegnersi
completamente. È meraviglioso che lei, in questo momento, stia provando paura.
Poi ritorna alla realtà, e la paura mostra il suo lato scomodo.
Che fare?, si chiede mentre una parte di lei riflette sul
fatto che è già un miracolo che se lo stia chiedendo e non stia più calcolando
freddamente... anche se forse in una situazione del genere sarebbe una
comodità. Si sporge ancora un po’ dall’entrata, e riconosce quel viso... nella
sua memoria riaffiora l’immagine di un uomo che la raccoglie da dietro dei
bidoni dell’immondizia, la porta a casa e prova a curarla prima che lei perda i
sensi.
Questo le basta a toglierle ogni diffidenza. La parte
calcolatrice di lei urla “male, male” da qualche recesso del suo cervello
artificiale, ma alla fine si decide ed entra nello studio.
Timothy Lawrence alzò lo
sguardo dagli appunti della lezione del giorno dopo. La Anthropus era in piedi
a pochi passi da lui. Un brivido lo attraversò mentre si guardavano negli
occhi, e vide che lei aveva subito lo stesso effetto, perché si irrigidì a sua
volta.
Rimasero tesi e immobili
per diversi secondi, umano e androide, a guardarsi a vicenda, poi Timothy si
schiarì la voce e mise a posto i fogli, dicendo con voce calma: « Vedo che ti
sei svegliata. Come ti senti?»
Continuando a restare
immobile, la Anthropus rispose: « Meglio.», per poi esitare brevemente e
aggiungere: « Sei tu che devo ringraziare per la gamba?»
Timothy si alzò.
« Sì, e no. Un mio amico
ha fatto il grosso del lavoro.»
« Devo conosc...» iniziò a
dire la Anthropus, poi si bloccò e spalancò gli occhi. Qualcosa premeva dentro
di lei, un bisogno di esprimere qualcosa, una sensazione che per quello che voleva
esprimere ci fossero termini più adatti. Non era più una questione di
causa-effetto, in cui siccome sai che ad una data azione corrisponde una
reazione, agisci di conseguenza a quello che fanno gli altri. No... quello era
proprio un desiderio!
« Voglio...» mormorò,
ancora stupita. « Io voglio...»
Timothy la fissò, confuso.
« Continuavi a ripeterlo
anche prima.» le disse, e domandò: « Posso sapere cos’è che vuoi?»
Il viso della Anthropus si
contrasse in un’espressione di gioia.
« Io voglio!» esclamò lei,
ridendo, al settimo cielo. « Non avevo mai avuto un desiderio prima!»
Timothy comprese e annuì.
« Come fai?» le domandò.
Lei tornò seria e indicò i
libri sugli scaffali. Timothy si voltò a guardarli e sorrise. Sua figlia gli
aveva parlato di qualcosa del genere, in passato, di un meccanismo che
permetteva di provare emozioni e sensazione una volta che le si era capite e
conosciute.
« Qualcuno che riconosce
l’importanza di un libro!» commentò, sereno, ma la Anthropus sembrò non capire
la battuta e riprese il discorso di prima.
« Vorrei conoscere la
persona che mi ha salvata.» disse.
« Credo che ne sarà
felice. Lo farò venire il prima possibile.» le assicurò il vecchio.
« Comunque, non mi sono
presentato. Io sono Timothy. Posso sapere il tuo nome?» aggiunse, tendendole la
mano.
Lei esitò, poi, pian
piano, si avvicinò e la strinse.
« Ilith.» rispose.
Timothy iniziò ad
apparecchiare.
« Tu puoi mangiare il
nostro cibo?» domandò ad Ilith, che lo aveva seguito e lo guardava immobile. «
Solo frutta.» rispose lei.
Timothy glie ne portò un
cesto intero, non sapendo quanto mangiasse, e cominciò a cucinare per sé. Ilith
intanto osservava una mela che aveva preso con una strana espressione negli
occhi. Timothy la vide inspirare profondamente e leccarsi le labbra, prima di
addentarla.
Mentre aspettava che la
carne che aveva preparato per se si cocesse, Timothy accese la televisione.
L’ologramma di un frontman del telegiornale apparve ad un paio di metri dal
tavolo. Era da un paio di giorni che Timothy non sentiva il notiziario.
Trasmisero un paio di servizi sulle ultime novità dal governo, niente di
importante, ma poi...
« Ancora nessuna novità
sul furto di libri avvenuto all’una del mattino di oggi nella biblioteca
pubblica di New Lancaster. Un’intera sala è stata letteralmente svuotata,
sembra che i malviventi abbiano preso solo i libri, tralasciando oggetti di
maggior valore, ma durante l’azione è stato innescato un incendio che ha
danneggiato gravemente l’intera struttura. La polizia brancola nel buio...».
Un lampo, un’immagine
nella mente. Libri accanto al corpo quasi privo di sensi di Ilith, sparsi fra i
bidoni dell’immondizia. Timothy si gelò sul posto, e lentamente si girò verso
la Anthropus, che era trasalita fin da quando aveva sentito la parola “biblioteca”.
L’umano e l’androide si
guardarono negli occhi. Tutto divenne perfettamente immobile, l’unica traccia
di continuità in quella stanza era il frontman del telegiornale che continuava
a parlare.Fu Ilith a rompere quella situazione. Non dette alcun segnale. Un
istante prima era seduta al tavolo, immobile, il secondo dopo era in piedi e a
pochi passi da Timothy, un coltello stretto in mano, un’espressione vacua negli
occhi. Era la Macchina in tutto il suo splendore, ferrea, calcolatrice,
automatica.
Timothy si parò con le
braccia e chiuse gli occhi, poi sentì un tonfo. Il coltello era ora per terra,
Ilith era indietreggiata e poggiava la schiena contro il tavolo. Aveva il
fiatone. Era di nuovo umana.
Timothy non era tipo da
sapere cosa dire. Fatta eccezione per certi casi e certe persone, non era un
tipo da molte parole in generale, figurarsi quando le parole erano ciò di cui
c’era più bisogno.
Da un’occhio di Ilith
fuoriuscì una goccia nerastra.
« Perdonami!» singhiozzò
la Anthropus, il viso storpiato in una smorfia di dolore.
Timothy non sapeva cosa
fare. Non riusciva a smettere di restare immobile, con le braccia a mezz’aria,
le gambe piegate in avanti e un’espressione terrificata negli occhi. Non avev
voglia di smettere di restare immobile. Quella posizione era la sua sicurezza,
l’ultima agli inizi di una strada che il professore non conosceva. Alla fine,
però, trovò la forza e, con molta esitazione, si chinò per prendere il coltello
e lo mise via.
« Tr... tranquilla.»
mormorò, ancora sconvolto e ferito nel profondo. Lei si alzò e prima che
Timothy potesse fare niente lo abbracciò.
« Scusami...» gli sussurrò
nell’orecchio.
« N... non ti
preoccupare.»
« È per questo che devo
leggere.» singhiozzò Ilith, senza staccarsi da lui.
« Perché non ci sediamo e
ne parliamo un po’?» propose Timothy, rassicurante.
Gli uffici della Sezione
Sedici erano quanto di più normale si potesse immaginare. Dall’esterno si
presentavano come un grosso edificio bianco dalla forma ovale, dentro al quale
si trovavano probabilmente degli studi
privati. All’interno, sembrava di trovarsi all’interno di un centro commerciale
nei cui corridoi e vie principale fossero stati sistemati dei tavoli attorno ai
quali lavoravano svariate decine di giovani menti. Oltre a loro, al piano terra
c’erano poche cose da vedere. Al secondo piano c’erano invece uffici più
settoriali, come quello che si occupava della monitorazioni degli inseguimenti,
per prestare soccorso ai soldati in difficoltà.
E al terzo, la créme
de la créme della Sezione Sedici, gli uffici di
Simkins e i suoi uomini.
Sands, per una volta in
abiti normali, uscì dall’ascensore dopo una notte quasi insonne. Era tornato a
casa guardandosi le spalle più del solito, sapendo che c’era un Anthropus
ferito in circolazione. Probabilmente era stato aiutato da i suoi simili, ma in
tal caso non avrebbe avuto senso che le sue tracce si trascinassero per così
tanta strada. Qualcosa in lui gli diceva che quell’Anthropus era rimasto
indietro, anche se non sapeva come avesse fatto a cavarsela dopo aver perso
tanto simil-sangue, né tanto meno a sparire. Anni prima ne aveva visto uno
impazzire per il dolore. Quella era stata la volta in cui si era sentito più in
pericolo che in tutto il resto della sua vita. L’idea che ce ne fosse un altro,
in superficie, non gli piaceva per niente. Era stato più caloroso con sua
moglie, aveva guardato con più tenerezza i suoi figli. Ma poi, mentre si
rigirava nel letto, alla preoccupazione si era aggiunto un altro elemento.
Gli occhi piangenti
dell’Anthropus che avevano ucciso due sere prima continuavano a riaffiorare
all’improvviso nella sua mente, distraendolo da qualsiasi altra cosa lo stesse
tenendo occupato. Quella goccia nera... quella lacrima lo aveva terrorizzato
nel profondo, e non sapeva spiegarsi il motivo di tanta paura istintiva. Aveva
sognato di venire sommerso da una pioggia di quelle lacrime, quando il sonno
era sopraggiunto.
Quella mattina, andò
dritto nel suo ufficio, largo, dalle pareti bianche, con solo una scrivania in
mezzo su cui giacevano vari computer e delle foto di sua moglie e dei suoi
figli. Non fece in tempo ad appendere la giacca che qualcuno bussò la sua
porta.
Era Jenkins. Simkins aveva
chiamato a raccolta tutti quanti nel suo ufficio.
« Abbiamo una traccia.» disse Harvey.E con questa siamo arrivati a metà di "Cuore di metallo". Per chi si fosse perso le parti precedenti, QUI c'è un link all'Archivio dove potete trovare tutti i racconti pubblicati in questo blog. E' bello che stia finendo di curare questo racconto mentre mi appresto a partire per Manchester, città che per me è indissolubilmente legata alla fantascienza, in quanto vi è ambientato l'inizio di "Steamboy" di K. Otomo, il mio primo film steampunk, che ha piantato il seme per far generare un po' di anni dopo un amore per questa branca del genere. Inoltre, l'Inghilterra è anche collegata al mio primo libro di fantascienza, che consiglio a gran voce, ovvero "Macchine Mortali" di Philip Reeve.
Come sempre, che ne pensate finora??? Per ogni considerazione c'è il box dei commenti qui sotto.
Detto questo, vi saluto e vi do appuntamento alla settimana prossima.
Buon finesettimana!!!
---MICHELE GIULI---