Erano già iniziate le vacanze di Natale quando capii che il
tempo che finora avevo dedicato allo studio non bastava. Cominciai a passare
intere giornate sui libri e smisi solo quando tornai a Montegiorgio.
In quei giorni studiavo di mattina, e durante il pomeriggio
e la sera uscivo con il gruppo di amici che avevo ai tempi delle superiori e
andavamo in macchina nei paesi vicini, o a casa di qualcuno. In casi
eccezionali, ci dedicavamo agli sport preferiti a Montegiorgio dopo il calcio:
le carte e il biliardo, inframmezzando una partita ad una sigaretta o ad un
Montenegro.
Pensavo spesso a Leòn. In qualche modo, appariva sempre
all’improvviso nei miei pensieri.
Di questo le mie amiche se ne erano accorte e passammo
diverso tempo a parlare di lui. Le opinioni che andavano per la maggiore erano
due: sapevamo già che era improbabile che Leòn ricambiasse i miei sentimenti,
ma mentre alcune mi consigliavano di lasciarlo perdere, altre mi dicevano di
provarci ugualmente. Tutte furono comunque d’accordo nel tenere il segreto con
i ragazzi, almeno per un certo tempo.
Spesso mi sorprendevo a fissare con malinconia il vuoto, e
mi accorgevo che fino a quel momento non avevo pensato ad altro che al fatto
che non avrebbe mai potuto esserci una storia fra me e Leòn.
Ero cosciente del fatto che si trattava di conclusioni
affrettate e fin troppo drastiche, ma lo sapevo e basta. Semplicemente, le
possibilità erano molto, molto, molto, molto, molto scarse.
Non passava giorno senza che desiderassi stare con lui. Avevo voglia di sentire la sua voce e di parlare di qualsiasi cosa ci passasse per la testa. Avrei voluto baciarlo, abbracciarlo... Quando lui era con me era come se tutto fosse a posto, mi sentivo come se dei pezzi di un puzzle fossero stati riuniti da qualche parte nell’universo.
Non passava giorno senza che desiderassi stare con lui. Avevo voglia di sentire la sua voce e di parlare di qualsiasi cosa ci passasse per la testa. Avrei voluto baciarlo, abbracciarlo... Quando lui era con me era come se tutto fosse a posto, mi sentivo come se dei pezzi di un puzzle fossero stati riuniti da qualche parte nell’universo.
La mia malinconia non passò inosservata ai ragazzi, ma la
spacciai per una distrazione, una preoccupazione per gli esami imminenti.
Sapevo già che la cosa più semplice da fare sarebbe stata
evitarlo. Col tempo, forse, lo avrei dimenticato. Ma per quanto quello che
provavo per lui mi facesse star male si trattava comunque di emozioni
intrinsecamente positive e non volevo fuggire rifiutando quello che cominciavo
a pensare fosse amore.
Così, quando la settimana prima degli esami tornai a
Macerata, la prima cosa che feci fu chiamarlo per chiedergli se gli andava di
uscire. Gli andava.
Faceva molto freddo quel pomeriggio. Stringendoci nelle
giacche camminammo fino ai Giardini Diaz. Io avevo preso al bar del caffé da
portar via, che in quel momento era la mia unica fonte di calore.
Ne bevvi un sorso, mentre ci sedevamo su una panchina.
In quel periodo i Giardini erano quasi deserti. Qualche
temerario faceva jogging lungo il perimetro del parco.
L’ italiano di Leòn era molto migliorato negli ultimi tempi.
Durante le vacanze eravamo andati ogni tanto a trovarlo, ma per la maggior
parte delle vacanze era rimasto solo, e siccome non aveva voglia di rimanere
sempre in casa era andato per locali, conoscendo un sacco di gente nuova.
Mi disse che era una delle cose che gli piacevano
dell’andare in posti nuovi.
Mi offrì una sigaretta, che accettai con piacere.
Mi accorsi che avevano cominciato a cadere dei fiocchi di
neve.
« Nevica spesso a Lione?»
« No.» rispose. « Ho visto la neve molto di rado, quando
andavo in montagna con la mia famiglia da piccolo.»
Si soffermò a soppesare le parole, socchiudendo gli occhi e
fissando il vuoto.
« Lo so che può essere un problema... per i trasporti, per
chi deve lavorare, per l’ agricoltura... ma a me la neve è sempre piaciuta. È
uno dei miei lati infantili che non riesco a cancellare.»
« Anche a me piace.» convenni.
I fiocchi aumentarono sempre di più. Cadevano lenti e
numerosi, sciogliendosi all’ impatto col terreno.
I Giardini erano ormai vuoti, e quei minuscoli granuli
bianchi rendevano tutto più magico... in effetti, comincio a credere che basti
davvero poco per rendere magico quasi ogni posto di Macerata.
Sperando che Leòn non se ne accorgesse mi avvicinai di poco
a lui.
Fumammo in silenzio le nostre sigarette, poi gli parlai dei
film che avevo visto durante le vacanze, e lui me ne consigliò di nuovi. Mi
piaceva il suo sapere praticamente tutto quello che riguardava il cinema.
Adoravo il bagliore nei suoi occhi, il modo in cui li socchiudeva quando mi
raccontava una scena che lo aveva commosso o come li spalancava quando si
lasciava prendere dall’ entusiasmo.
La neve iniziò ad intaccare la terra. Si stava facendo tardi
e cominciavamo ad avere freddo nonostante i cappotti pesanti.
Ci alzammo e ce ne andammo. Oltre a me non era ancora
tornato nessuno dei miei coinquilini. Valentina sarebbe arrivata il giorno
dopo, quindi per quella sera avevo l’ appartamento tutto per me.
Chiesi a Leòn se non gli andasse di cenare da me.
Passammo il resto della sera a casa mia a guardare film.
Megavideo aveva da poco chiuso i battenti, ma oltre ad avere parecchi dvd avevo
anche una cartella sul computer portatile con diversi file scaricati e nelle
ore seguenti non sentimmo molto la mancanza del neo-defunto sito di streaming.
Di quella sera, più che il film ricordo le risate di Leòn,
diventate improvvisamente uno dei suoni più belli del mondo, e la mia voglia di
avvicinarmi sempre di più e baciarlo.
Intanto la neve continuava a cadere.
Quando Leòn se ne fu andato sparecchiai il tavolo ed andai
in camera mia. Guardai fuori dalla finestra e vidi che le strade erano sempre
più bianche.
Mi addormentai con la sensazione di aver vissuto un sogno.
Due giorni dopo Macerata era coperta di bianco. Aveva
nevicato molto, e molto in fretta. Ogni tanto smetteva per qualche ora, ma
ricominciava periodicamente, e di notte il gelo che si era formato sulle strade
era stato coperto da ancora più neve, che gelò a sua volta nelle notti a
venire.
Il comune aveva provato a pulire le strade, ma ogni mattina
era come se non fosse stato fatto niente. Matteo e Laura rimasero bloccati nei
loro paesi, mentre Valentina era riuscita a raggiungermi, ma ora non potevamo
tornare a casa.
Avrei dovuto odiare la neve per questo, ma ogni volta che
guardavo fuori dalla finestra quello che vedevo era uno spettacolo magnifico.
Macerata era completamente diversa. Nelle settimane a venire, sarebbe stata un
posto fuori dallo spazio e dal tempo ordinario, come se fosse stata trasportata
in un’ altra dimensione dove il resto del mondo non esisteva. Non sembrava
neanche più di stare a Macerata, ma in un posto i cui edifici la ricordavano vagamente.
Le strade erano diventate distese innevate. Dai tetti, dai lampioni e dai
tralicci pendevano delle grandi stalattiti di ghiaccio.
Le giacche pesanti che avevo portato non bastarono a
proteggermi dal vento gelido, per cui quando uscivo lo facevo solo per coprire
brevi tragitti... come dal mio appartamento al collegio studentesco dove
risiedeva Leòn.
Il tempo ci lasciava poche possibilità, e la maggior parte
dei pomeriggi la passammo per lo più in camera sua a guardare vecchi film.
Furono le due settimane più belle di quei mesi. Non feci
niente di speciale, dopotutto, ma quando guardavo fuori dalla finestra della
mia camera, quando uscivo con Leòn (soprattutto), quando fumavo una sigaretta
guardando la neve cadere o mi ritrovavo con gli amici per approfittare della
situazione scivolando lungo le discese con i gommoni, ero la persona più felice
del mondo. A volte basta davvero poco per essere sereni.
In alcuni punti della città decine di persone andavano con
slitte, camere d’ aria o addirittura snowboard (giusto un paio) per avere
qualche minuto di divertimento. Un giorno ci andai con Leòn.
Non so bene cosa provai mentre mi stringevo a lui e
scivolavamo insieme. L’ intensità e la passione di quel semplice atto,
tuttavia, resero quei momenti i più belli che avessi mai vissuto in assoluto.
Una volta finito, andammo a casa mia e ci asciugammo col
phon. Fumammo qualche sigaretta e
facemmo cena mangiando quel poco che trovammo nel frigorifero.
Quanto avrei voluto dirglielo! Fu in quel periodo che quel
desiderio cominciò a diventare insostenibile. Quelle semplici parole, “ti amo”,
scalpitavano per uscire, ma ogni volta le trattenevo sulla punta della lingua.
Ero sempre sotto pressione quando stavo con lui.
“Come fai a non accorgertene?” gli domandavo col pensiero.
Avevo troppa paura di rivelargli i miei veri sentimenti. E
se dopo avesse deciso di allontanarmi dalla sua vita?
In quel periodo la mia confidente fu Valentina, ovvero una
delle due o tre persone a parte Leòn che avevo visto in quei giorni.
Valentina viveva ad Ancona. Avrebbe preferito studiare in
un’università lontana, ma alla fine aveva deciso di vedere come era vivere in
un paese non troppo lontano dalla sua città, prima di partire per spingersi più
in là.
Aveva un accento leggermente anconetano, ma non si sentiva
molto.
In quei giorni ci raccontammo a vicenda le nostre
preoccupazioni. Lei era spesso impegnata in liti telefoniche con il suo
ragazzo. Sapevamo tutti, lei compresa, che alla fine avrebbero finito per
perdonarsi a vicenda come sempre, ma la situazione era comunque tesa.
La magia della neve passò velocemente come era arrivata.
Dopo due settimane, sottili strisce d’ asfalto ricominciarono a spuntare da
sotto la neve.
La patina bianca che aveva separato la città dal resto del
mondo si sciolse lentamente, e quel posto surreale finì per essere distrutto
dai realissimi spazzaneve che cominciarono a comparire la mattina presto.
Per qualche giorno ci furono ancora problemi con i mezzi di
trasporto e la neve ammassata sui marciapiedi rimase lì a sciogliersi fino al
mese successivo.
Quella dimensione parallela che ricordava vagamente Macerata
scomparve a poco a poco, dissolvendosi nel nulla e lasciando nella mia memoria
solo un dolce ricordo di dei momenti che non torneranno più.
La vita di tutti i giorni fece il suo ritorno, dapprima
bussando dolcemente, poi sfondando con violenza la porta.
Matteo e Laura tornarono a Macerata per avere una sorpresa:
le lezioni furono sospese per un’ altra settimana, che spendemmo ripassando gli
appunti e facendo allegramente un bel niente dopo cena.
Uscivo spesso con Leòn.
Avevamo eletto a sala fumatori la panchina ai Giardini Diaz
dove ci eravamo seduti prima che la neve cominciasse a cadere. Per me quella
sarà sempre la nostra panchina.
Ogni minuto passato lì era importante per me. Tutto ormai
passava in secondo piano rispetto a quei momenti. Mentre ero con Leòn, mi
sentivo come se ogni parte di me tendesse verso di lui.
Volevo dirglielo. Dovevo dirglielo. Non mi era mai capitato
di stare così con qualcuno. Sentivo che avrei potuto impegnarmi anche per tutta
la vita.
Non ho mai capito se Leòn si sia accorto anche una sola
volta di quei momenti in cui rimanevo in silenzio, aspettando di trovare il
coraggio di confessargli tutto, per poi immancabilmente deglutire e tenermi
dentro tutti i miei sentimenti.
Una nuova preoccupazione si affacciò nella mia vita: di lì
ad un paio di mesi i corsi sarebbero finiti. Il suo periodo in Italia stava per
terminare, e forse non lo avrei mai più rivisto.
Non avrei mai immaginato di provare una simile angoscia.
La mia era una situazione disperata a prescindere. Sapevo
che tutto quello che provava per me era amicizia, ma c’era qualcosa che mi
impediva di smettere di sperare che magari avrebbe ricambiato tutto quello che provavo
per lui e che avrei potuto dargli tutto il mio amore. Non riuscivo a non
illudermi. Di notte mi addormentavo sognando di vivere con lui.
Febbraio passò rapidamente, Marzo e Aprile fecero
altrettanto.
Maggio era iniziato da pochi giorni quando la situazione
divenne insostenibile.
Avevamo appena fatto pranzo con i miei coinquilini, e ci
eravamo messi a guardare un film.
Si trattava di un thriller come tanti altri, in cui il
protagonista era una spia che durante una missione si innamorava della moglie
del tizio su cui doveva indagare. La donna, però, era fortemente innamorata del
marito, e quando alla fine quest’ ultimo veniva consegnato alla giustizia
finiva per odiare l’ eroe della situazione, che tornava vincitore ma sconfitto
alla sua vita solitaria. Non ebbi reazioni visibili, ma quel film mi fece
deprimere.
Fui di cattivo umore per tutto il pomeriggio. Valentina e
Laura non mi fecero domande (probabilmente avevano intuito che non stavo male
per gli esami). Matteo invece sì.
Entrò in camera mia e mi trovò a fumare fuori dalla finestra
con gli occhi lucidi.
« Che succede?» mi domandò sedendosi sul letto.
« Non è niente.» dissi.
« Non sembra.»
Feci un tiro di sigaretta.
« Ti è mai capitato di non poter dire ad una persona che la
amavi?»
Mi voltai verso di lui, che mi guardò confuso.
« No... perché?»
« È la mia situazione.»
« Perché non puoi dirglielo?»
Mi si seccò la gola. Passarono almeno un paio di minuti,
mentre cercavo di dire qualcosa, di far uscire un suono di senso compiuto dalla
mia bocca prima che tutto mi si bloccasse sulla punta della lingua.
« È Leòn.» dissi alla fine, e lui mi ascoltò senza dire
niente mentre mi sfogavo per il fatto che sapevo con assoluta certezza che i
miei erano solo sogni che non sarebbero diventati realtà.
« Magari non è come pensi.» suggerì alla fine. « Magari
potrebbe...»
« A te sembra?» domandai, con una punta di aggressività
nella voce.
Non rispose.
Fu la più grande cazzata che feci quell’anno. Queste non
sono cose di cui si parla alla leggera, e quel giorno io le presi tutte, ne
feci una mazza e la abbattei sul cranio di Matteo con violenza. Col senno di
poi, non mi stupisco che ci sia rimasto male.
La settimana dopo telefonò, dicendo di avere la febbre e che
sarebbe rimasto a casa. Il giovedì successivo i corsi finirono. Noi rimanemmo
nel nostro appartamento per studiare con più tranquillità (e poi, diciamocelo,
a chi non piace l’ indipendenza che si ha in un’appartamento di studenti?).
Matteo disse che forse sarebbe tornato il lunedì dopo, ma io sapevo che era
improbabile.
« Stronzo.» commentò con nonchalance Valentina quando lo
seppe.
« Posso capirlo, dopotutto.» lo giustificai, sorseggiando
del caffé che avevo appena fatto. Ed era vero.
Per quanto la faccenda mi rattristasse, sapevo che queste
sono cose che capitano... anche se provarle sulla propria pelle è una faccenda
del tutto diversa.
Non sapevo ancora se provavo del rancore nei suoi confronti
per questo. Era mio amico dai tempi del liceo, e non riuscivo a volergli del
tutto male. Tuttavia, se fosse tornato, non mi sarebbe andato neanche di
stargli troppo vicino, dopo questa sortita. Quella faccenda mi aveva fatto
molto male, e non mi sentivo ancora capace di perdonarlo.
E comunque, avevo altri problemi a cui pensare.Questa era la seconda parte di Leòn. Più ci penso, più mi convinco che finora, fra i miei racconti, questo è quello di cui vado più fiero.
Per la questione della canzone di cui ho parlato sulla pagina Facebook del Drago, che potete trovare QUI, ho deciso di caricare la versione estratta da Guitar Pro in attesa di riuscire a trovare i fondi per registrarla. Non è e non sarà mai come una registrazione vera, ma accompagna molto bene la lettura di alcune scene di "Leòn". Quindi, mentre cerco di registrarla presso uno studio decente, potrete comunque ascoltare questa versione. Vedetela come una bozza. Il tempo di perfezionarla e di raggiungere un buon livello di equalizzazione e missaggio, e la carico.
Che ne pensate di come si è sviluppata la storia? Perché Matteo ha reagito così male alla rivelazione della nostra protagonista? Questo, e ogni altra cosa che vi sia stata ispirata dalla lettura di questo racconto, potete scriverlo nel box dei commenti qui sotto.
Non sapendo con precisione quando e sé riuscirò a caricare sul blog la versione estratta da Guitar Pro 6 della canzone che vi dicevo, vi saluto e vi do appuntamento a giovedì prossimo, quando verrà pubblicata l'ultima parte di "Leòn"
A presto!!! :)
--- MICHELE GIULI ---
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