venerdì 15 novembre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 5

V PARTE

A guidare il furgoncino dove si trovavano Eddie, Stan e Bob c’era il contatto di quest’ultimo. Chris Carlson era un uomo di mezz’età dalla pelle bianchissima. I suoi capelli color biondo chiaro presentavano alcune striature grigie ed erano pettinati all’indietro. Gli occhi azzurri fissavano calmi la strada davanti a loro. Carlson aveva una corporatura robusta, anche se per lo più si trattava di un’impressione data dalle spalle larghe e dalle braccia possenti anche quando erano rinchiuse dentro la manica della sua giacca di un nero perfetto, mentre per il resto era un uomo esile e sottile. Le mani, abbastanza spesse per uno come lui, tenevano saldamente il volante. Al posto di guida, Carlson aveva atteggiamenti molto simili a quelli di Bob.
Di fianco a lui, stava padre Joseph. Gli altri tre stavano in piedi nel vano posteriore. 
Fermarono a poche centinaia di metri dal molo, nascosti dentro una macchia d’alberi. Dietro di loro, l’altro furgoncino degli uomini di Carlson.
Dovevano aspettare l’ora in cui il loro contatto avrebbe fatto partire il video a circolo chiuso sugli schermi di sorveglianza. L’attesa fu lunghissima. Eddie rischiò più volte di addormentarsi, seduto contro la parete interna del furgone. Ad un certo punto, Stan si riscosse.
« Ecco! Ora mi sono ricordato! James Stewart, quinto palazzo sulla diciassettesima! Chissà se abita ancora lì...» esclamò sottovoce, coprendo con una mano il sorriso che era affiorato sul suo viso.
« James?» ripeté Bob. « Che c’entra lui, adesso?»
« Oh, niente di che. Anni fa ho lasciato a lui un oggetto che vorrei riavere, e stamattina io e Eddie abbiamo provato a ritrovare la strada, ma non mi ricordavo l’indirizzo.» minimizzò Stan, scotendo una mano.
« Di che si tratta?»
« Oh, di una soluzione che mi venne in mente tempo fa ai problemi che vedevo intorno a me. Misi quell’intuizione in un disegno, ma non mi ricordo di cosa si trattasse, quindi speravo di rivederlo, ma mi sono ricordato solo adesso dove cercarlo. Pazienza, ci tornerò domani, se avremo tempo.»
Dopo quella breve interruzione, ricominciò il silenzio e durò per almeno un’altra ora, quando il telefono di Carlson squillò.
« Le guardie elettroniche sono inoffensive, da adesso.» annunciò l’avvocato. « Ora dobbiamo aspettare che parta il video a circuito chiuso.»
Fu questione di minuti. Il cellulare di Carlson squillò di nuovo. Era il segnale. Carlson mise in moto il furgone, ed entrarono lentamente nel molo, facendo attenzione alle guardie elettroniche.
Queste ultime erano dei macchinari molto semplici, montati su quattro rotelle. Da lontano sembravano dei cestini per l’immondizia, con un lungo collo sul quale era montata una telecamera che compiva perpetuamente un giro di centottanta gradi.
Una di esse si fermò davanti al furgoncino di Carlson, che imprecò e frenò. La guardia elettronica rimase lì, senza dare cenno di volersi spostare. Carlson stava per scendere quando questa riprese a muoversi e li oltrepassò senza fare niente.
Ad un certo punto, dal nulla comparvero sette giapponesi che si avvicinarono a loro. Stavolta scesero tutti dai furgoni e andarono incontro ai loro compratori. Uno di loro si fece avanti e si presentò come il signor Kogura. Carlson andò a stringergli la mano e si presentò a sua volta.
Kogura fece girare lo sguardo fra i presenti, soffermandosi su ognuno di loro, poi chiese di poter vedere la merce e Carlson lo portò a vedere il contenuto dei furgoni.
Eddie guardò i giapponesi. Erano tutti molto giovani, o almeno lo sembravano. Avevano un’aria apparentemente tranquilla, il che lo mise a disagio: lui stava già cominciando a sentire gli effetti dell’adrenalina. Si guardò alle spalle, verso un capanno dove sapeva trovarsi la sorveglianza umana, poi squadrò gli edifici in lontananza. Potevano essere scoperti in qualsiasi momento. Se solo qualcuno fosse uscito a fumarsi una sigaretta...
Cercò di respingere quei pensieri. Nel frattempo, Kogura tornò dai suoi e fece loro un cenno, poi si misero tutti a lavorare. Uno ad uno, presero quante più crostate imballate potevano e presero a caricarle sul ponte della nave di Kogura. La nave era molto imponente e dall’aria leggermente inquietante... come tutte le navi da trasporto, in fondo.
Lavorarono più veloci che poterono. Quello era uno dei momenti più delicati della missione. Eddie fece i primi giri dal furgone alla nave quasi correndo, movendosi a piccoli passi sulle punte dei piedi per non perdere l’equilibrio. L’odore delle crostate che portava gli penetrava le narici. Quanto avrebbe voluto mangiarne un pezzetto!
Ogni tanto lanciava delle occhiate alla baia, cercando di scoprire se riusciva a vedere con la luce della luna l’isola dove si trovava Alcatraz in lontananza. Si domandò se, la mattina dell' 11 Giugno 1962 , il suono dell’allarme della prigione di massima sicurezza fosse giunto fino a quella banchina squarciando il fragore delle onde del mare e il rosso del cielo all’alba, e se qualcuno che stava facendo una passeggiata sulla spiaggia si fosse fermato, nell’udire quel suono, capendo che stava accadendo qualcosa di inimmaginabile. 
Si chiese quali sensazioni avrebbe potuto provare se si fosse trovato in quella situazione, come sarebbe sentirlo. A sapere cosa significava, probabilmente sarebbe stato qualcosa di terribile, in tutte le accezioni positive e non di quel termine. Ma quelli che l’avevano vissuto veramente... Qualcuno aveva provato un brivido, sentendo quella sirena, o aveva pensato che in fondo quel suono si sentiva ogni volta che si scopriva un tentativo di evasione, e che probabilmente quel particolare tentativo non era riuscito? C’era stato qualcuno che, leggendo le notizie in seguito, avesse fermato la mano che reggeva la forchetta o la sigaretta, pensando a quando, passando con la macchina vicino alla baia, quella notte, aveva notato le sagome tre uomini uscire dall’acqua, portando con loro una strana barca?
Si domandò anche sotto quale stress dovessero essere stati i tre fuggitivi. Lui si sentiva già abbastanza nervoso in un’operazione come quella, molto ma molto meno complessa e rischiosa.
Le guardie elettroniche, camminavano intorno a loro come se niente fosse, ma questo non impediva a Eddie di aver paura ogni volta che ci passava davanti di sentire scattare una sirena da qualche parte. Se lo sentiva:  sarebbe successo all’improvviso, mentre trasportava guardingo le ultime crostate. Dal nulla si sarebbe sentito il rumore improvviso di un allarme, terrificante come quello di Alcatraz, talmente forte da farlo sobbalzare e rabbrividire, sarebbero stati scoperti e sarebbero finiti tutti in galera! Ma chi glie lo aveva fatto fare, di venire?
Ecco, c’era una guardia elettronica proprio lì davanti a lui, fredda e inquietante nella sua calma. La sua telecamera ancora non riprendeva nulla nella direzione di Eddie, ma si stava girando lentamente. Lui tirò dritto, sperando di fare più strada possibile prima di essere visto. La telecamera continuava a girare... ecco! Era questione di un attimo! L’adrenalina a mille, Eddie accelerò ancora di più il passo.
“Dai, non è successo niente finora, non succederà niente stavolta” si disse mentre la telecamera lo inquadrava (o almeno così credeva, non poteva sapere con certezza quando fosse largo l’angolo dell’obiettivo), preparandosi a tirare un sospiro di sollievo.
Fu in quel momento che udì un tonfo e un grido dietro di lui. Si voltò di scatto, reprimendo all’ultimo momento un urlo, ma era solo uno degli uomini di Carlson che era inciampato e si era fatto male.
« Fate attenzione!» li rimproverò Carlson, inframmezzando imprecazioni varie, e i lavori ripresero normalmente. Riuscirono a finire di caricare le crostate senza problemi, e si riunirono tutti in cerchio.
Kogaru consegnò una valigia a Carlson, che la aprì: era piena di mazzette di banconote. Eddie deglutì al vedere tanto denaro in un solo posto, e provò un moto di avidità che lo spaventò.
Carlson richiuse la valigetta e salutò i colleghi giapponesi con un cenno del capo, e questi ultimi si ritirarono sulla nave. A questo punto della missione, spacciatori esperti come Bob, Stan o Carlson sapevano che bisognava fare particolare attenzione, perché si rischiava di rilassarsi e di commettere idiozie. A quanto pareva, altri nel gruppo non lo sapevano.
Uno degli uomini di Carlson, mentre stavano risalendo sui furgoni, fece un passo indietro e inciampò su una delle guardie elettroniche che silenziosamente gli stava passando alle spalle. Cadde con un tonfo e diversi improperi, e in un eccesso d’ira di scagliò sulla macchina, assestandole un calcio.
« Idiota!» gridò Carlson, non preoccupandosi più di parlare a voce troppo alta, poiché nel momento esatto in cui il piede del suo uomo colpì la superficie metallica della guardia elettronica, questa inviò dei segnali alla sirena all’ingresso del molo, che cominciò a suonare.
« Tutti su!» gridò Bob, e si precipitò dentro uno dei due furgoncini. Gli altri lo seguirono a ruota, e ripartirono in fretta mentre dal capanno dove si trovavano le guardie umane uscivano di corsa due figure indistinte.
Riuscirono ad uscire dal molo e fuggire in pochi secondi, ma guidarono veloce e presero strade secondarie finché non furono certi che nessuno li stava inseguendo, e anche in quel caso preferirono andarci cauti.
Ad un certo punto, abbandonarono i furgoni e proseguirono a piedi nella notte di San Francisco.
Eddie era atterrito. Ad ogni passo si guardava almeno due volte intorno, temendo di vedere le luci delle sirene della polizia, prima ancora di sentirne il suono, riflettersi sulle pareti degli edifici. Seguì il resto del gruppo attraverso vicoli a lui sconosciuti, senza sapere dove stava andando, e temendo che non lo sapessero bene neanche gli altri. Ad un certo punto, tuttavia, riconobbe alcuni edifici che aveva visto distrattamente quella mattina. Erano arrivati.
All’interno della fabbrica, si sedettero tutti quanti ai lati di uno dei tavoli di produzione. Padre Joseph tirò un sospiro di sollievo e si asciugò il sudore dalla fronte.
« E anche questa è fatta.» disse, sollevato, poi Carlson aprì di nuovo la valigetta che gli aveva dato Kogura e divise i soldi fra i presenti.
Eddie prese con incertezza la mazzetta che gli veniva porta, guardandola come se temesse che potesse sparire da un momento all’altro. Erano un mucchio di soldi! Però, ripensando a quante volte aveva avuto paura quella sera, e a quanto avevano rischiato, si disse che aveva soddisfatto la sua curiosità e che se gli si fosse ripresentata l’occasione di fare un lavoro del genere, ci avrebbe riflettuto molto di più. Forse avrebbe potuto fare qualcosa di più tranquillo con Bob, una volta tornati a casa.
Bob e Stan salutarono Carlson con un abbraccio e agitarono la mano in direzione degli altri, poi se ne andarono insieme ad Eddie verso un ostello parecchio lontano da lì in cui Carlson aveva prenotato dei letti.
Una volta arrivati, si fiondarono nei loro letti, anche se Eddie ci mise un po’ ad addormentarsi, elettrizzato com’era.

La mattina si svegliarono tutti tardi. Eddie sentì come una calma sovrannaturale quando aprì la finestra e, dopo essersi abituato alla luce, vide il panorama urbano davanti a lui. C’era una strana tranquillità nell’aria, nelle macchine, nei passanti sui marcipiedi, nei semafori, negli edifici dalle porte che si aprivano e si chiudevano... o forse era solo lui ad essere più tranquillo del solito, dopo tutte le emozioni della notte precedente.
Si prepararono alla partenza, scesero in strada dopo aver pagato («Ah, il vecchio Cris, non ti da un soldo in più di quello che ti deve!» aveva commentato ridendo Stan, quando si erano allontanati abbastanza dal cassiere da non essere uditi) e fecero colazione in un bar.
Dopo aver mangiato, Stan insistette per fare un salto in un posto. Eddie già sapeva dove voleva andare. A Bob non piaceva l’idea di restare più a lungo del dovuto a San Francisco, ma dette il suo benestare ugualmente.
Quando arrivarono al quinto palazzo sulla diciassettesima, scoprirono che James Stewart era al lavoro, ma decisero di aspettare. Anche Bob voleva rivedere il vecchio amico. Fecero pranzo in un ristorante lì vicino e aspettarono.
Ad Eddie sembrò che il tempo volasse. Forse era il fatto che si sentiva bene per essere uscito indenne dall’avventura della notte precedente, forse perché aveva dormito bene, forse perché era una bella giornata, forse erano tutte e tre queste cose... fatto sta che gli sembrò di essere entrato nel Nirvana e di stare osservando ciò che gli avveniva dall’esterno, immerso in una calma mistica. Di quel giorno avrebbe conservato come ricordi poche immagini. Loro che chiacchieravano seduti ad una panchina, James Stewart che tornava dal lavoro e rimaneva stupefatto alla loro vista, il vino che avevano bevuto al tavolo di casa sua una volta entrati, il loro ospite che consegnava un pacco a Stan, che lo abbracciava con gli occhi pieni di lacrime, poi loro che uscivano dalla porta e si recavano verso la macchina di Bob.
Mentre camminavano, un giovane li avvicinò e chiese se poteva lasciar loro un volantino. Certo che poteva, rispose Stan a nome di tutti. Eddie prese il volantino dalle mani del ragazzo, e lo osservò. Era rosso, e c’era stampato sopra il disegno di un bel piatto di pasta fumante, recante la scritta “Free Lasagna”.
« Devono essere quelli del movimento legalizzazione.» commentò Stan.
« E chi sono?»
« Oh, è partito tutto da un gruppo di ricercatori che da anni sta cercando di sfatare i miti della Lifegrass, e da lì è nato un movimento di volontari che va in giro diffondendo le loro scoperte e proponendo riforme elettorali alla legge sul proibizionismo del cibo.» spiegò Stan, e Eddie tornò veramente in sé, tanto era l’interesse suscitato da quella cosa. Tenne stretto il volantino per tutto il viaggio fino alla macchina, leggendolo di tanto in tanto. C’erano dei numeri, e parlava delle maggiori divisioni negli Stati Uniti.
“Mmmh, forse...” pensò sorridendo. Quella era una cosa che gli sarebbe proprio piaciuto fare.
Quando arrivarono alla macchina, Stan scartò il pacco che gli aveva dato James. Era ormai il tramonto, la giornata era trascorsa velocissima, e la luce rossa del sole illuminava le loro spalle mentre osservavano il disegno di Stan, fissato dentro una cornice di legno. Ritraeva una strada piena di gente che cavalcava un monociclo.
Bob arricciò le labbra e spalancò gli occhi.
« Mi sembra giusto.» disse, poi salirono tutti in macchina e si misero in strada, lasciandosi alle spalle prima quell’avventura, poi quella strada, poi la città.
Eddie, seduto sul sedile posteriore, si appoggiò al finestrino e guardò di nuovo il volantino che gli era stato dato.
Stava pensando seriamente di provare a diventare un volontario. Gli avrebbe causato molti problemi a livello sociale e lavorativo, certo, ma era lo stesso discorso che si poteva fare con i cibi: era meglio sacrificarsi in nome dell’estetica, o scegliere di provare tutti i gusti di quel mondo?
Rise pensando a cosa avrebbe detto Agnes sentendo un discorso simile, e si mise a guardare fuori dal finestrino, ringraziando silenziosamente tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento per avergli fatto capire cosa voleva fare nell’immediato futuro.

La macchina correva sull’asfalto, immersa nella semi-oscurità illuminata solo dalle luci dei lampioni. Il quasi ex-spacciatore, il matto a parimerito, e il quasi-volontario del movimento per la legalizzazione dei cibi guidavano in silenzio, ascoltando un po’ di musica dall’autoradio del primo. Quella strada di campagna era deserta. Si fermarono in un autogrill per fare cena. Il quasi-volontario si guardò intorno, osservando come al solito la gente nelle sue azioni quotidiane.
« Ai miei tempi, questo lavoro era più facile.» commentò lo spacciatore, una volta tornati in macchina. Come si poteva pensare di lavorare, se dovevi trasportare chili su chili di roba prima in macchina, poi a mano, per infine caricarla su una nave che sarebbe andata oltreoceano, prestando attenzione a delle macchine che gironzolavano per il molo con una telecamera al posto della testa?
Entrambi gli altri due si dissero d’accordo con lui.

Davanti a loro, la strada era vuota. Davanti a loro, la strada era infinita.

Michele Giuli 

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