V PARTE
A guidare il furgoncino dove si trovavano Eddie, Stan e Bob
c’era il contatto di quest’ultimo. Chris Carlson era un uomo di mezz’età dalla
pelle bianchissima. I suoi capelli color biondo chiaro presentavano alcune
striature grigie ed erano pettinati all’indietro. Gli occhi azzurri fissavano
calmi la strada davanti a loro. Carlson aveva una corporatura robusta, anche se
per lo più si trattava di un’impressione data dalle spalle larghe e dalle
braccia possenti anche quando erano rinchiuse dentro la manica della sua giacca
di un nero perfetto, mentre per il resto era un uomo esile e sottile. Le mani,
abbastanza spesse per uno come lui, tenevano saldamente il volante. Al posto di
guida, Carlson aveva atteggiamenti molto simili a quelli di Bob.
Di fianco a lui, stava padre Joseph. Gli altri tre stavano
in piedi nel vano posteriore.
Fermarono a poche centinaia di metri dal molo, nascosti
dentro una macchia d’alberi. Dietro di loro, l’altro furgoncino degli uomini di
Carlson.
Dovevano aspettare l’ora in cui il loro contatto avrebbe
fatto partire il video a circolo chiuso sugli schermi di sorveglianza. L’attesa
fu lunghissima. Eddie rischiò più volte di addormentarsi, seduto contro la
parete interna del furgone. Ad un certo punto, Stan si riscosse.
« Ecco! Ora mi sono ricordato! James Stewart, quinto palazzo
sulla diciassettesima! Chissà se abita ancora lì...» esclamò sottovoce,
coprendo con una mano il sorriso che era affiorato sul suo viso.
« James?» ripeté
Bob. « Che c’entra lui, adesso?»
« Oh, niente di che. Anni fa ho lasciato a lui un oggetto
che vorrei riavere, e stamattina io e Eddie abbiamo provato a ritrovare la
strada, ma non mi ricordavo l’indirizzo.» minimizzò Stan, scotendo una mano.
« Di che si tratta?»
« Oh, di una soluzione che mi venne in mente tempo fa ai
problemi che vedevo intorno a me. Misi quell’intuizione in un disegno, ma non
mi ricordo di cosa si trattasse, quindi speravo di rivederlo, ma mi sono
ricordato solo adesso dove cercarlo. Pazienza, ci tornerò domani, se avremo
tempo.»
Dopo quella breve interruzione, ricominciò il silenzio e
durò per almeno un’altra ora, quando il telefono di Carlson squillò.
« Le guardie elettroniche sono inoffensive, da adesso.»
annunciò l’avvocato. « Ora dobbiamo aspettare che parta il video a circuito
chiuso.»
Fu questione di minuti. Il cellulare di Carlson squillò di
nuovo. Era il segnale. Carlson mise in moto il furgone, ed entrarono lentamente
nel molo, facendo attenzione alle guardie elettroniche.
Queste ultime erano dei macchinari molto semplici, montati
su quattro rotelle. Da lontano sembravano dei cestini per l’immondizia, con un
lungo collo sul quale era montata una telecamera che compiva perpetuamente un
giro di centottanta gradi.
Una di esse si fermò davanti al furgoncino di Carlson, che
imprecò e frenò. La guardia elettronica rimase lì, senza dare cenno di volersi
spostare. Carlson stava per scendere quando questa riprese a muoversi e li
oltrepassò senza fare niente.
Ad un certo punto, dal nulla comparvero sette giapponesi che
si avvicinarono a loro. Stavolta scesero tutti dai furgoni e andarono incontro
ai loro compratori. Uno di loro si fece avanti e si presentò come il signor
Kogura. Carlson andò a stringergli la mano e si presentò a sua volta.
Kogura fece girare lo sguardo fra i presenti, soffermandosi
su ognuno di loro, poi chiese di poter vedere la merce e Carlson lo portò a
vedere il contenuto dei furgoni.
Eddie guardò i giapponesi. Erano tutti molto giovani, o
almeno lo sembravano. Avevano un’aria apparentemente tranquilla, il che lo mise
a disagio: lui stava già cominciando a sentire gli effetti dell’adrenalina. Si
guardò alle spalle, verso un capanno dove sapeva trovarsi la sorveglianza
umana, poi squadrò gli edifici in lontananza. Potevano essere scoperti in
qualsiasi momento. Se solo qualcuno fosse uscito a fumarsi una sigaretta...
Cercò di respingere quei pensieri. Nel frattempo, Kogura
tornò dai suoi e fece loro un cenno, poi si misero tutti a lavorare. Uno ad
uno, presero quante più crostate imballate potevano e presero a caricarle sul
ponte della nave di Kogura. La nave era molto imponente e dall’aria leggermente
inquietante... come tutte le navi da trasporto, in fondo.
Lavorarono più veloci che poterono. Quello era uno dei
momenti più delicati della missione. Eddie fece i primi giri dal furgone alla
nave quasi correndo, movendosi a piccoli passi sulle punte dei piedi per non
perdere l’equilibrio. L’odore delle crostate che portava gli penetrava le
narici. Quanto avrebbe voluto mangiarne un pezzetto!
Ogni tanto lanciava delle occhiate alla baia, cercando di
scoprire se riusciva a vedere con la luce della luna l’isola dove si trovava
Alcatraz in lontananza. Si domandò se, la mattina dell' 11 Giugno 1962 , il suono dell’allarme della prigione di massima sicurezza fosse
giunto fino a quella banchina squarciando il fragore delle onde del mare e il
rosso del cielo all’alba, e se qualcuno che stava facendo una passeggiata sulla
spiaggia si fosse fermato, nell’udire quel suono, capendo che stava accadendo
qualcosa di inimmaginabile.
Si chiese quali sensazioni avrebbe potuto provare
se si fosse trovato in quella situazione, come sarebbe sentirlo. A sapere cosa
significava, probabilmente sarebbe stato qualcosa di terribile, in tutte le
accezioni positive e non di quel termine. Ma quelli che l’avevano vissuto
veramente... Qualcuno aveva provato un brivido, sentendo quella sirena, o aveva
pensato che in fondo quel suono si sentiva ogni volta che si scopriva un
tentativo di evasione, e che probabilmente quel particolare tentativo non era
riuscito? C’era stato qualcuno che, leggendo le notizie in seguito, avesse
fermato la mano che reggeva la forchetta o la sigaretta, pensando a quando,
passando con la macchina vicino alla baia, quella notte, aveva notato le sagome
tre uomini uscire dall’acqua, portando con loro una strana barca?
Si domandò anche sotto quale stress dovessero essere stati i tre
fuggitivi. Lui si sentiva già abbastanza nervoso in un’operazione come quella,
molto ma molto meno complessa e rischiosa.
Le guardie elettroniche, camminavano intorno a loro
come se niente fosse, ma questo non impediva a Eddie di aver paura ogni volta
che ci passava davanti di sentire scattare una sirena da qualche parte. Se lo
sentiva: sarebbe successo
all’improvviso, mentre trasportava guardingo le ultime crostate. Dal nulla si
sarebbe sentito il rumore improvviso di un allarme, terrificante come quello di Alcatraz, talmente forte da farlo
sobbalzare e rabbrividire, sarebbero stati scoperti e sarebbero finiti tutti in
galera! Ma chi glie lo aveva fatto fare, di venire?
Ecco, c’era una guardia elettronica proprio lì davanti a
lui, fredda e inquietante nella sua calma. La sua telecamera ancora non
riprendeva nulla nella direzione di Eddie, ma si stava girando lentamente. Lui
tirò dritto, sperando di fare più strada possibile prima di essere visto. La
telecamera continuava a girare... ecco! Era questione di un attimo!
L’adrenalina a mille, Eddie accelerò ancora di più il passo.
“Dai, non è successo niente finora, non succederà niente
stavolta” si disse mentre la telecamera lo inquadrava (o almeno così credeva,
non poteva sapere con certezza quando fosse largo l’angolo dell’obiettivo),
preparandosi a tirare un sospiro di sollievo.
Fu in quel momento che udì un tonfo e un grido dietro di lui. Si voltò
di scatto, reprimendo all’ultimo momento un urlo, ma era solo uno degli uomini
di Carlson che era inciampato e si era fatto male.
« Fate attenzione!» li rimproverò Carlson, inframmezzando
imprecazioni varie, e i lavori ripresero normalmente. Riuscirono a finire di
caricare le crostate senza problemi, e si riunirono tutti in cerchio.
Kogaru consegnò una valigia a Carlson, che la aprì: era
piena di mazzette di banconote. Eddie deglutì al vedere tanto denaro in un solo
posto, e provò un moto di avidità che lo spaventò.
Carlson richiuse la valigetta e salutò i colleghi giapponesi
con un cenno del capo, e questi ultimi si ritirarono sulla nave. A questo punto
della missione, spacciatori esperti come Bob, Stan o Carlson sapevano che
bisognava fare particolare attenzione, perché si rischiava di rilassarsi e di
commettere idiozie. A quanto pareva, altri nel gruppo non lo sapevano.
Uno degli uomini di Carlson, mentre stavano risalendo sui
furgoni, fece un passo indietro e inciampò su una delle guardie elettroniche
che silenziosamente gli stava passando alle spalle. Cadde con un tonfo e
diversi improperi, e in un eccesso d’ira di scagliò sulla macchina,
assestandole un calcio.
« Idiota!» gridò Carlson, non preoccupandosi più di parlare
a voce troppo alta, poiché nel momento esatto in cui il piede del suo uomo
colpì la superficie metallica della guardia elettronica, questa inviò dei
segnali alla sirena all’ingresso del molo, che cominciò a suonare.
« Tutti su!» gridò Bob, e si precipitò dentro uno dei due
furgoncini. Gli altri lo seguirono a ruota, e ripartirono in fretta mentre dal
capanno dove si trovavano le guardie umane uscivano di corsa due figure
indistinte.
Riuscirono ad uscire dal molo e fuggire in pochi secondi, ma
guidarono veloce e presero strade secondarie finché non furono certi che
nessuno li stava inseguendo, e anche in quel caso preferirono andarci cauti.
Ad un certo punto, abbandonarono i furgoni e proseguirono a
piedi nella notte di San Francisco.
Eddie era atterrito. Ad ogni passo si guardava almeno due
volte intorno, temendo di vedere le luci delle sirene della polizia, prima
ancora di sentirne il suono, riflettersi sulle pareti degli edifici. Seguì il
resto del gruppo attraverso vicoli a lui sconosciuti, senza sapere dove stava
andando, e temendo che non lo sapessero bene neanche gli altri. Ad un certo
punto, tuttavia, riconobbe alcuni edifici che aveva visto distrattamente quella
mattina. Erano arrivati.
All’interno della fabbrica, si sedettero tutti quanti ai
lati di uno dei tavoli di produzione. Padre Joseph tirò un sospiro di sollievo
e si asciugò il sudore dalla fronte.
« E anche questa è fatta.» disse, sollevato, poi Carlson
aprì di nuovo la valigetta che gli aveva dato Kogura e divise i soldi fra i
presenti.
Eddie prese con incertezza la mazzetta che gli veniva porta,
guardandola come se temesse che potesse sparire da un momento all’altro. Erano
un mucchio di soldi! Però, ripensando a quante volte aveva avuto paura quella
sera, e a quanto avevano rischiato, si disse che aveva soddisfatto la sua
curiosità e che se gli si fosse ripresentata l’occasione di fare un lavoro del
genere, ci avrebbe riflettuto molto di più. Forse avrebbe potuto fare qualcosa
di più tranquillo con Bob, una volta tornati a casa.
Bob e Stan salutarono Carlson con un abbraccio e agitarono
la mano in direzione degli altri, poi se ne andarono insieme ad Eddie verso un
ostello parecchio lontano da lì in cui Carlson aveva prenotato dei letti.
Una volta arrivati, si fiondarono nei loro letti, anche se
Eddie ci mise un po’ ad addormentarsi, elettrizzato com’era.
La mattina si svegliarono tutti tardi. Eddie sentì come una
calma sovrannaturale quando aprì la finestra e, dopo essersi abituato alla
luce, vide il panorama urbano davanti a lui. C’era una strana tranquillità
nell’aria, nelle macchine, nei passanti sui marcipiedi, nei semafori, negli
edifici dalle porte che si aprivano e si chiudevano... o forse era solo lui ad
essere più tranquillo del solito, dopo tutte le emozioni della notte
precedente.
Si prepararono alla partenza, scesero in strada dopo aver
pagato («Ah, il vecchio Cris, non ti da un soldo in più di quello che ti deve!»
aveva commentato ridendo Stan, quando si erano allontanati abbastanza dal
cassiere da non essere uditi) e fecero colazione in un bar.
Dopo aver mangiato, Stan insistette per fare un salto in un
posto. Eddie già sapeva dove voleva andare. A Bob non piaceva l’idea di restare
più a lungo del dovuto a San Francisco, ma dette il suo benestare ugualmente.
Quando arrivarono al quinto palazzo sulla diciassettesima,
scoprirono che James Stewart era al lavoro, ma decisero di aspettare. Anche Bob
voleva rivedere il vecchio amico. Fecero pranzo in un ristorante lì vicino e
aspettarono.
Ad Eddie sembrò che il tempo volasse. Forse era il fatto che
si sentiva bene per essere uscito indenne dall’avventura della notte
precedente, forse perché aveva dormito bene, forse perché era una bella giornata,
forse erano tutte e tre queste cose... fatto sta che gli sembrò di essere
entrato nel Nirvana e di stare osservando ciò che gli avveniva dall’esterno,
immerso in una calma mistica. Di quel giorno avrebbe conservato come ricordi
poche immagini. Loro che chiacchieravano seduti ad una panchina, James Stewart
che tornava dal lavoro e rimaneva stupefatto alla loro vista, il vino che
avevano bevuto al tavolo di casa sua una volta entrati, il loro ospite che
consegnava un pacco a Stan, che lo abbracciava con gli occhi pieni di lacrime,
poi loro che uscivano dalla porta e si recavano verso la macchina di Bob.
Mentre camminavano, un giovane li avvicinò e chiese se
poteva lasciar loro un volantino. Certo che poteva, rispose Stan a nome di
tutti. Eddie prese il volantino dalle mani del ragazzo, e lo osservò. Era
rosso, e c’era stampato sopra il disegno di un bel piatto di pasta fumante,
recante la scritta “Free Lasagna”.
« Devono essere quelli del movimento legalizzazione.»
commentò Stan.
« E chi sono?»
« Oh, è partito tutto da un gruppo di ricercatori che da
anni sta cercando di sfatare i miti della Lifegrass, e da lì è nato un
movimento di volontari che va in giro diffondendo le loro scoperte e proponendo
riforme elettorali alla legge sul proibizionismo del cibo.» spiegò Stan, e
Eddie tornò veramente in sé, tanto era l’interesse suscitato da quella cosa.
Tenne stretto il volantino per tutto il viaggio fino alla macchina, leggendolo
di tanto in tanto. C’erano dei numeri, e parlava delle maggiori divisioni negli
Stati Uniti.
“Mmmh, forse...” pensò sorridendo. Quella era una cosa che
gli sarebbe proprio piaciuto fare.
Quando arrivarono alla macchina, Stan scartò il pacco che
gli aveva dato James. Era ormai il tramonto, la giornata era trascorsa
velocissima, e la luce rossa del sole illuminava le loro spalle mentre
osservavano il disegno di Stan, fissato dentro una cornice di legno. Ritraeva
una strada piena di gente che cavalcava un monociclo.
Bob arricciò le labbra e spalancò gli occhi.
« Mi sembra giusto.» disse, poi salirono tutti in macchina e
si misero in strada, lasciandosi alle spalle prima quell’avventura, poi quella
strada, poi la città.
Eddie, seduto sul sedile posteriore, si appoggiò al
finestrino e guardò di nuovo il volantino che gli era stato dato.
Stava pensando seriamente di provare a diventare un
volontario. Gli avrebbe causato molti problemi a livello sociale e lavorativo,
certo, ma era lo stesso discorso che si poteva fare con i cibi: era meglio
sacrificarsi in nome dell’estetica, o scegliere di provare tutti i gusti di
quel mondo?
Rise pensando a cosa avrebbe detto Agnes sentendo un
discorso simile, e si mise a guardare fuori dal finestrino, ringraziando
silenziosamente tutti quelli che aveva incontrato fino a quel momento per
avergli fatto capire cosa voleva fare nell’immediato futuro.
La macchina correva sull’asfalto, immersa nella
semi-oscurità illuminata solo dalle luci dei lampioni. Il quasi ex-spacciatore,
il matto a parimerito, e il quasi-volontario del movimento per la
legalizzazione dei cibi guidavano in silenzio, ascoltando un po’ di musica
dall’autoradio del primo. Quella strada di campagna era deserta. Si fermarono
in un autogrill per fare cena. Il quasi-volontario si guardò intorno,
osservando come al solito la gente nelle sue azioni quotidiane.
« Ai miei tempi, questo lavoro era più facile.» commentò lo
spacciatore, una volta tornati in macchina. Come si poteva pensare di lavorare,
se dovevi trasportare chili su chili di roba prima in macchina, poi a mano, per
infine caricarla su una nave che sarebbe andata oltreoceano, prestando
attenzione a delle macchine che gironzolavano per il molo con una telecamera al
posto della testa?
Entrambi gli altri due si dissero d’accordo con lui.
Davanti a loro, la strada era vuota. Davanti a loro, la
strada era infinita.
Michele Giuli
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