Timothy Lawrence attraversò la strada stringendo saldamente
in mano la valigetta con tutti i suoi appunti, ostinatamente in forma cartacea.
Arrivato sul marciapiede, si sistemò i capelli ormai bianchi e proseguì.
Lawrence insegnava in una piccola sezione della facoltà di
Lettere della città, situata a un paio di chilometri dal punto in cui l’asfalto finiva e cominciava la campagna. Si era fermato in ufficio
fino all’ora di chiusura per preparare la lezione del giorno dopo.
Stava
camminando per il solito marciapiede, con i suoi soliti abiti, guardando i
tetti dei soliti edifici, quando all’ improvviso accadde qualcosa di davvero
insolito. A pochi passi da casa sua, passando davanti ad un vicolo
stretto e buio, sentì un gemito. Socchiuse gli occhi e intravide un’ ombra fra
i bidoni dell’ immondizia.
Corse verso quella che capì essere una giovane donna che
doveva avere metà dei suoi anni. Aveva dei corti capelli castani e un viso
perfetto, storpiato da una smorfia di dolore.
« Stai bene?» domandò concitato Lawrence, accovacciandosi di
fianco a lei. La donna stringeva con entrambe le mani la gamba destra, da cui
colava un fluido biancastro. Lawrence sentì il sangue ghiacciarsi dentro le sue
vene.
La Anthropus si voltò verso il punto da cui aveva sentito
provenire la voce. I suoi occhi elettronici erano spenti.
« Chi c’è?» domandò. La sua voce dolce era fioca.
« Riesci a vedermi? Continua a parlare!» esclamò Lawrence
mentre strappava un lembo della sua camicia per legarlo intorno alla ferita.
Lei non oppose resistenza.
Una volta fasciata la gamba della Anthropus alla bell’ e meglio,
Timothy la prese sotto un’ascella e la aiutò ad alzarsi. Lo sforzo gli fece
venire il fiatone: era molto pesante.
« Ce la fai a camminare? Casa mia non è molto lontana.»
La Anthropus scosse leggermente la testa.
« Aiutami...»
« Certo che ti aiuto! Fatti forza: sono pochi passi!» la
incoraggiò Lawrence, e lentamente la guidò fuori dal vicolo.
La Anthropus si aggrappò a lui e procedette zoppicando,
cercando di usare il meno possibile la gamba ferita.
Una volta fuori dal vicolo, Timothy la trascinò di peso
finché le forze glie lo consentirono per muoversi il più veloce possibile. Era
inevitabile che qualcuno li vedesse ma più si sbrigava a nasconderla, meglio
era per tutti e due. C’è sempre una caratteristica della gente di cui ti puoi
fidare, in città: l’ indifferenza. In quell’ occasione, però, il professore
decise che non si fidava abbastanza.
Quando arrivarono davanti al portone, la Anthropus era quasi
svenuta. Timothy inserì le chiavi nella serratura e la trascinò dentro per
stenderla sul divano in salotto.
« Parlami; non perdere la concentrazione!» la incitò, ma la
poveretta riusciva ad emettere solo suoni sconnessi.
Timothy camminò avanti e indietro, cercando di ripescare
dalla sua memoria ricordi che non avrebbe mai pensato gli sarebbero tornati
utili.
« Voglio...» disse ad un certo punto la Anthropus. «
Voglio...»
Timothy le strappò i pantaloni cenciosi all’ altezza del
ginocchio della gamba ferita e cercò la giuntura che gli avrebbe permesso di
aprirla. Quando ci riuscì, un fiotto di simil-sangue inondò il pavimento del
suo salotto.
« Io voglio!» esclamò la Anthropus, e Lawrence si accorse che
piangeva. « Voglio...»
« Dimmi cosa vuoi, e vedrò se posso aiutarti!»
« Voglio... e basta...» mormorò lei, mentre un'espressione estatica le si dipingeva sul viso.
Timothy si tolse un laccio dalle scarpe e lo legò intorno
alla vena danneggiata. Per fortuna si trattava di un materiale morbido, e il
suo laccio bastò a fermare l’ emorragia. Questo gli avrebbe dato qualche tempo
per trovare una soluzione mentre i sintetizzatori all’ interno della Anthropus
cominciavano ad attingere alle sue riserve chimiche per produrre altro
simil-sangue.
« Voglio.» mormorò di nuovo la Anthropus, poi non parlò più,
ma i suoi segnali interni non smisero di funzionare. Era salva per il momento.
Lawrence sospirò per il sollievo.
“Kathleen”
Mise a soqquadro tutta la soffitta pur di trovarli. Alla
fine, esultando come un pazzo, riemerse dalla montagna di scatoloni che aveva
formato negli ultimi dieci minuti, stringendo forte nel pugno un mucchio di
fogli.
« Questo è il miglior tipo di copia backup di cui si
possa disporre oggi.» aveva detto Kathleen una volta. « Ormai nessuno
lavora più con carta e penna, e nessuno perde tempo a cercarne.»
Uscì dalla botola e si diresse in salotto per controllare la
Anthropus. Non si muoveva, ma le sue funzioni erano ancora attive.
Timothy andò nella cucina, collegata al salotto da un grande
arco scavato nella parete, privo di porta, e mise su del caffé.
Mentre aspettava che l’ acqua giungesse ad ebollizione,
lesse gli appunti presi da Kathleen anni prima, cercando di capirci qualcosa.
« Ma come hai fatto tu a destreggiarti con questa roba?»
commentò sottovoce.
Sospirò e andò nello studio. Accese il computer sopra la
scrivania. Lo schermo-ologramma comparve e Timothy fece partire il comando
vocale per la chiamata.
Mezz’ ora dopo, qualcuno bussò alla sua porta. Timothy si
sbrigò a nascondere gli appunti e corse a vedere dallo spioncino. Un uomo di
dieci anni più giovane di lui, con i capelli che cominciavano a diventare
bianchi e qualche ruga sulla fronte stava davanti alla soglia di casa sua.
Timothy aprì, e James Hatfields entrò, salutandolo.
« Come stai?» domandò.
« Non c’è male.» rispose Timothy. « Il lavoro come va?»
« Non c’è male.» gli fece eco Hatfields. « Non è come ai
tempi dell’Anthropus, ma me la cavo.»
« È proprio di questo che volevo parlarti, James.»
« Che vuoi dire?»
« Seguimi.» disse Lawrence, e lo condusse nel salotto.
Hatfields si bloccò sulla soglia, e fissò l’essere
meccanico disteso sul divano, privo di sensi. Lawrence lo vide irrigidirsi e trattenere il fiato.
« L’ho trovata poco fa, agonizzante in un vicolo.» raccontò. « Mi serve il tuo aiuto.»
«
Timothy...» mormorò Hatfields, lo sguardo sempre fisso sulla Anthropus mentre cercava le parole. « Hai idea di quanto sia illegale quello
che stai facendo? Per non parlare di quello che mi chiedi di fare.»
« Ti prego.»
Hatfields non si mosse. Continuava a fissare la Anthropus come se si trattasse di una persona cara che credeva di aver perduto da tempo.
« Dobbiamo aiutarla.» disse Timothy.
« Dobbiamo consegnarla!» lo corresse l’altro con foga. « Perché
diavolo...?»
« Lo sai maledettamente perché!» lo interruppe Lawrence,
alzando leggermente la voce, e aggiunse: « Per lo stesso motivo per cui tu stai ancora lì e non te ne
sei già andato. Questa creatura fa parte della nostra storia.»
« Non è una creatura! È un misto di circuiti e cavi che io
stesso ho contribuito a creare!»
Timothy non perse tempo a ribattere.
« Tim...» continuò Hatfields.
« Sappiamo entrambi che muori dalla voglia di lavorare di
nuovo su un Anthropus.» lo stuzzicò Lawrence. « Fammi un prezzo.»
Hatfields scosse il capo.
« Io... io non...»
« James, per favore. Ho bisogno di vederla viva.» lo implorò Tim. James lo guardò negli occhi, e li trovò colmi di disperazione.
« Fammi un prezzo.» ripeté Timothy.
Hatfields guardò la giovane Anthropus, scosse di nuovo la testa e sospirò.
« Zero.» disse.
James tornò dopo poche ore, con un borsone pieno di
materiale che disse di aver preso nei quartieri di King’s Avenue, patria dei
trafficanti illegali. Il governo lasciava in pace quelle zone... metà dei
trafficanti erano in buoni rapporti con varie persone importanti.
Il denaro non puzza.
Timothy lo lasciò fare, mentre si metteva all’opera per
aiutare la Anthropus, e fumò silenziosamente in cucina, con la pipa che Kathleen gli aveva regalato un Natale di tanti anni fa.
Kathleen.
Hatfields riemerse dal salotto meno di un’ora dopo,
asciugandosi il sudore dalla fronte.
« È fatta.» disse. « È fuori pericolo.»
« Grazie.»
James ghignò. Le rughe della sua vecchia fronte si piegarono
all’ insù.
« Di niente. Sapevamo tutti e due che morivo dalla voglia di
farlo di nuovo.» ridacchiò lo scienziato.
Andarono insieme dalla Anthropus. Era ancora priva di sensi.
« Come hai fatto a trovare l’apertura?» domandò James.
« Io e Kathleen condividevamo il tavolo in cucina, quando lavoravamo. L'ho vista disegnare non so più quanti modelli, e l'ho ascoltata molte volte mentre mi spiegava quello che stava progettando.»
Lo sguardo di Hatfields si illuminò.
« Hai ancora i suoi appunti?» domandò, con una punta di impazienza nella
voce.
Timothy andò a prenderli e glie li porse.
Gli occhi di Hatfields brillavano di emozione mentre
sfogliava quelle pagine, ricordando i giorni in cui lui e Kathleen avevano
lavorato insieme per poter creare l’ androide più simile all’uomo che si fosse
mai visto.
« A volte mi manca, Kathleen. E ogni tanto mi chiedo...»
Si interruppe e lasciò la frase in sospeso.
« Tua figlia era un’ idealista, Timothy.» concluse.
« Lo so.» disse l’ altro, e accennò un sorriso. « Tutta suo
padre.»
« Già.»
« Ogni volta che al notiziario sento il nome dei Fuggiaschi
penso a lei, e non sono tranquillo finché non so che non l’hanno presa.»
« Hai più avuto sue notizie?»
« No. Ed è meglio così: avrei avuto la Squadra 16 addosso
per tutto il tempo. Invece, dopo aver appurato che non sapevo più niente di
lei, mi hanno lasciato in pace.»
Hatfields sospirò.
« È stata molto coraggiosa.» commentò.
« Lo so, e sono molto fiero di lei.»
Rimasero per un po’ a guardare la Anthropus.
« Le ci vorrà un po’ per svegliarsi.» disse Hatfields. « Il
mio lavoro qui è finito.»
« Ti offro qualcosa? Un caffé, o un po’ di vino?»
« No, oggi no.» declinò James, accompagnando la frase ad un gesto della mano. « Magari un’ altra volta.».
Si incamminò verso la porta. Timothy lo seguì e gli aprì.
« Grazie ancora.»
Hatfields non disse niente e se ne andò. Timothy lo guardò
camminare per un po’, poi chiuse la porta.
Continua così il racconto di fantascienza iniziato la settimana scorsa. Per ora abbiamo: un militare che è si è ritrovato in non si sa quale brutta situazione, un altro militare che verrà approfondito in seguito, un professore che per motivi sconosciuti non si fa scrupoli ad aiutare una fuggiasca, uno scienziato e una androide che ha appena scoperto di voler volere. Quali altre comparse si uniranno a loro in questo intreccio che NON si concluderà del tutto con questa storia ma si unirà agli intrecci di altri racconti per arrivare al vero finale?
Ancora più importante: che ve ne pare finora? Come sempre, per considerazioni, ipotesi, insulti all'autore, dichiarazioni d'amore a Cristino, Edoarda, o comunque si chiami la vostra dolce metà (apriamo una sezione apposita: "C'è Drago per te")... per tutto questo, c'è il box dei commenti qui sotto.
Per questa settimana è tutto, o non proprio. Fra poche ore (quando leggerete questo post sarà già successo, probabilmente) succederà qualcosa di molto bello che cambierà drasticamente la vita all'interno di questa casa.
A giovedì prossimo!!!
--- MICHELE GIULI---