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domenica 22 giugno 2014

Il Drago Consiglia... "The Normal Heart" di Ryan Murphy



Ryan Murphy e la HBO uniscono le forze in questa rappresentazione cinematografica dello spettacolo teatrale di Larry Kramer. 
È il 1981, e lo scrittore Ned Weeks, omosessuale dichiarato, ma inviso alla maggior parte della popolazione gay per le sue posizioni contrarie alla rivoluzione sessuale e alla promiscuità che vede intorno a lui, raggiunge degli amici per una vacanza. Durante una passeggiata in spiaggia, il suo amico Craig si sente male, e comincia ad accusare i sintomi di una strana malattia di cui, finora, sono stati contati solo 41 membri. Si tratta di una strana forma di cancro, e sembra che i soli casi noti siano stati riscontrati in omosessuali. Per paura di averlo contratto a sua volta, Ned si reca dalla dottoressa Emma, una donna costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomielite, che ha in cura la maggior parte dei soggetti infetti. Emma gli spiega che sembra che questa malattia, caratterizzata da perdita di peso, gonorrea e la comparsa di macchie sempre più vistose lungo tutto il corpo, sembra distruggere il sistema immunitario dei portatori, facendoli morire per malattie che non farebbero del male ad un bambino. Suggerisce anche che ci sia la rara possibilità che si trasmetta attraverso rapporti sessuali. È la prima volta che si sente parlare dell’AIDS.
Ned comincia ad informarsi, e cerca di mettere insieme tutti i suoi contatti, poiché nessuno sembra interessarsi a questo problema: si è diffusa, infatti, la convinzione che questa malattia venga contratta dai gay, che in qualche modo però diventano infetti e da evitare ancora di più. Qualcuno comincia a dire che sia la punizione di Dio per l’omosessualità. Il comune di New York, e in seguito il governo, ignoreranno del tutto le richieste di aiuto da parte della comunità gay fino al 1986.
Nel frattempo, il nuovo amore di Ned contrae l’AIDS, rendendo lo scrittore ancora più impaziente (e incline a commettere errori) di riuscire nella sua battaglia: far conoscere la faccenda, ispirare ricerche in proposito, cercare delle cure.

Il film presenta alcuni dei tratti tipici delle produzioni di Ryan Murphy, che qui copre il ruolo di regista, come il ritmo veloce dei dialoghi. L’atmosfera allegra e un po’ sbarazzina delle sue serie, invece, scompare del tutto in favore di lunghe inquadrature delle macchie sui corpi dei portatori di AIDS, scene struggenti e accorate, nostalgia e riflessioni. La sensazione che si prova a vedere questo cambiamento di stile è simile a quella che si prova quando si vede Jim Parsons, che almeno io ho imparato a conoscere come Sheldon Cooper, interpretare un ruolo drammatico in questo film (e farlo più che bene).
Il film ha una partenza che avrei preferito introducesse meglio alcuni personaggi (come quello interpretato da Parsons, appunto) e situazioni, invece che lasciare gli approfondimenti alla seconda parte, dove comunque si rischia di arrivare confusi riguardo agli inizi. Quando Parsons compare per la prima volta lo si vede in due battute lampo nelle quali a malapena è inquadrato, e rimani lì a chiederti “E questo chi è?”. Stesso per un altro personaggio che compare dal nulla, e nel resto del film viene inquadrato una volta ogni tanto anche se non capisci cosa ci stiano veramente dicendo le telecamere. A parte questa partenza che mi ha un po’ deluso, questo film mi ha fatto appassionare e riflettere, e ve lo consiglio. 

domenica 15 giugno 2014

Canzone: "Twilight Thoughts"

NOTIZIONA: oggi su questo blog si pubblica QUALCOSA DI ORIGINALE! OHMMIODDIO, QUANTO TEMPO ERA CHE NON PUBBLICAVO ALTRO CHE RECENSIONI?!?

Nello specifico, oggi voglio condividere con voi una canzone che scrissi tre anni fa, dapprima ispirandomi alla sensazione che tento di evocare nel racconto "La Donna in cima alla Collina" (che è già stata pubblicata su questo blog e su megameron, e che potete leggere QUI), poi alla bellezza dei paesaggi delle campagne maceratesi. Ho realizzato un piccolo video e l'ho messo su youtube. Come per le altre canzoni che ho pubblicato su soundcloud, purtroppo per ora c'è solo la versione realizzata al computer. Non appena trovo 100 euro, sarà probabilmente la prima canzone che registrerò in quanto è la più semplice, fra quelle che ho già pronte, per facilità d'esecuzione e praticabilità (bastano due chitarre e una tastiera). Nel frattempo, oltre a lavorare al romanzo, sto arrangiando le parti di un piccolo omaggio musicale alla città di Manchester (e lì sì che saranno lacrime per registrarla).
Per adesso, spero che "Twilight thoughts" vi piaccia.
Alla prossima settimana!


domenica 25 maggio 2014

Il Drago consiglia... "Viaggio in Occidente" di Wu Cheng'en

Photograph of painting depicting a scene from the Chinese classic Journey to the West. The painting shows the four heros of the story, left to right: Sun Wukong, Xuanzang, Zhu Wuneng, and Sha Wujing. The painting is a decoration on the Long Corridor in the Summer Palace in BeijingChina. The photograph was taken by Rolf Müller on April 172005.

Da una roccia non molto lontano dal Monte dei Fiori e Frutti nacque un giorno Scimmiotto. Essere primitivo e puro, curioso, sagace e sempre pronto a mettersi alla prova, diventò in breve tempo re delle scimmie, ma niente poteva liberarlo dall'angoscia che provava quando pensava che un giorno anche per lui sarebbe giunta la morte. Decise allora di intraprendere un cammino di purificazione spirituale e, trovato un maestro taoista, ne divenne apprendista. Dopo anni e anni di pratica, riuscì a padroneggiare le arti magiche, che univa alla sua forza sovrumana. Armato di un randello che si allungava a piacimento del possessore, quando giunse il momento di essere trascinato davanti a Yama, il re degli inferi, causò un tale putiferio nell'oltretomba che dovettero lasciarlo andare, e nel frattempo riuscì a cancellare dal registro degli inferi la sua data di morte e quella delle scimmie di cui era sovrano, e fu così che le scimmie divennero gli animali più longevi.
La sua forza non passò inosservata al cielo, così come non lo furono le lettere di diffida inviate dai draghi (che lui aveva trattato irrispettosamente nell'occasione in cui aveva guadagnato il suo randello) e da Yama. Il divino Laozi decise quindi di invitarlo fra i suoi santi per rabbonirlo, dandogli l'incarico di equipuzio reale. Dapprima Scimmiotto accettò, ma quando si accorse che la sua carica era molto meno rispettabile di quando pensasse, e che attirava le risate degli altri santi, si arrabbiò e pretese che fosse creata una carica nuova apposta per lui, ovvero quella di Grande Santo Uguale Al Cielo. A malincuore, lo spocchioso Laozi dovette accettare. 
Scimmiotto passò i successivi secoli fra il suo regno e il cielo, facendo amicizia con dei e demoni e combinando bighellonate di ogni sorta, finché un giorno non esagerò, mangiando delle pesche dell'immortalità destinate alla festa annuale indetta da Laozi, il quale, furente, ordinò di arrestarlo. Scimmiotto ovviamente oppose resistenza, e la sua forza era troppo grande per catturarlo. Dopo che i più grandi santi del cielo furono sgominati, Laozi dovette chiedere aiuto a Buddha, che arrivò dalla sua dimora e catturò Scimmiotto con un trucco magico. Laozi ordinò di giustiziare la "scimmia perversa", ma il tempo passato da Scimmiotto a purificare il proprio corpo e il proprio spirito dette i suoi frutti. Il suo corpo resistette ad ogni tortura, finché non Buddha non decise di occuparsene lui: intrappolò Scimmiotto sotto una montagna, dove sarebbe dovuto rimanere per cinquecento anni...

Questo è, bene o male, il succo del "prologo" lungo sette capitoli di "Viaggio in Occidente, pubblicato in forma anonima alla fine del XVI sec. d.C, e attribuito a Wu Cheng'en.
La vera trama è questa: esortato dalla pusa Guanying, l'Imperatore Taizong della dinastia Tang (che effettivamente si convertì al buddismo nei suoi ultimi anni) incarica il monaco Xuanzang, ribattezzato Tripitaka, di andare verso l'Occidente per ricercare dei sutra perduti alla corte del Buddha. Durante questo viaggio, irto di peripezie, questo monaco bonaccione ma fondamentalmente incapace avrà bisogno di compagni. Per questo, Guanying gli assegna come discepoli Scimmiotto, che per andarsene dalla sua prigione ha accettato di farsi monaco buddista, senza però perdere il suo eterno sorriso e la sua arguzia, e altri tre esseri divini corrotti, in cerca di redenzione: Porcellino, Sabbioso, e l'anonimo figlio del Re Drago del Mare del Sud.
Questi "eroi" viaggeranno insieme per anni, affrontando demoni su demoni, pur di portare a compimento la loro missione.

Personalmente, per quanto le avventure da loro incontrate tendano ad essere un po' ripetitive, dopo un po' (il che si potrebbe aggiungere alla serie di "tratti" di questo romanzo a cui Toriyama si è ispirato per "Dragon Ball", volendoci scherzare su), l'ho trovato un romanzo molto avvincente, con personaggi a cui bene o male si finisce per affezionarsi. Ancora più interessante è la vena satirica del romanzo, lo stile dell'autore e la sua ironia nascosta fra le righe, ma queste sono scoperte che lascio a voi.
Se avete tanto tempo libero, ve lo consiglio!

domenica 18 maggio 2014

ll Drago consiglia... "Maus", di Art Spiegelman

Art Spiegelman racconta in questa fantastica graphic novel l’esperienza di suo padre, Vladek, durante gli anni del Reich, in una storia che comincia a Sosnowiecz, Polonia, e si conclude nei pressi di Auschwitz. L’inizio delle persecuzioni, la sofferenza, gli orrori... e racconta anche la storia del Vladek sopravvissuto, e del rapporto con una versione più giovane di suo figlio, fatto di visite frequenti per farsi raccontare dei campi di sterminio e di altrettanto frequenti incomprensioni, liti, tentativi di far riappacificare il padre con la sua seconda moglie, Mala – o perlomeno di evitare di far peggiorare la situazione. 
I tratti semplici e incisivi della matita di Spiegelman fanno rivivere sia il giovane Vladek che il vecchio nei capitoli di quest’opera, senza veli, senza nascondere niente, senza nobilitare il personaggio principale, ma raccontando le cose così come sono andate, mettendo nel racconto tutte le sue insicurezze, i suoi sentimenti riguardo al padre e alla madre morta suicida, dando al tutto una dimensione non idealizzata, ma umana e autentica, che pervade ogni pagina, facendo sì che le storie raccontate rimangano impresse nei ricordi di ogni lettore, facendolo rabbrividire, riflettere ma anche addolcire e sorridere.

Alcuni critici hanno detto che la decisione dell'autore di disegnare i vari personaggi sotto forma di animali antropomorfizzati sia "deumanizzante" (alcuni sono stati particolarmente offesi dalla scelta di usare il maiale come animale per rappresentare il popolo Polacco), a favore di stereotipi razzisti, una scelta bigotta... che dire, a me è sembrato l'esatto contrario. Mi è sembrato che in realtà servisse proprio a far trasparire un senso di umanità. Ignoro come, ma è la sensazione che è giunta a me. Mi hanno terrorizzato molto di più le immagini di topi che camminavano verso la ciminiera di Auschwitz in questa graphic novel che tanti film in cui si sentiva chiaramente l'intento di arrivare semplicemente al risultato di strappare qualche lacrimuccia all'intellettuale di turno senza lasciargli niente, solo per sfondare al botteghino. L'autore usa le immagini per raccontare la storia, ma grazie a questa scelta, forse, ha potuto fare in modo che i lettori si concentrassero di più sul senso intrinseco di questa storia che sulla sua estetica. E visto che si dice che "La vita è bella" sia stato ispirato a Benigni proprio dalla lettura di "Maus", forse dei buoni risultati ci sono stati. 

Ad ogni modo, qualunque cosa pensiate dello stile di Spiegelman (perché non trarne una bella discussione? ;) ), quest'opera la consiglio a viva voce.  

domenica 11 maggio 2014

Il Drago Consiglia... "Il Paradiso degli Orchi", di Daniel Pennac

Parigi, anni ‘80. Benjamin Malaussene lavora ai Grandi Magazzini, e ha una mansione alquanto singolare: è un capro espiatorio. Ufficialmente è il responsabile del controllo sulla sicurezza, ma il suo vero lavoro è farsi umiliare agli Uffici Reclami ogni volta che un cliente denuncia un oggetto malfunzionante, in modo da farlo impietosire e ritirare il reclamo.
Una volta tornato a casa, ad attenderlo trova i suoi fratelli più piccoli, ai quali fa praticamente da padre, un gruppo di ragazzi strampalati, problematici e adorabili, e il loro cane Julius.
Tutto sembra procedere normalmente, finché nei Grandi Magazzini non cominciano ad esplodere delle bombe. Dapprima la faccenda non tocca Ben, che continua a vivere la sua vita guardando il mondo con occhio ironico, sagace, e a tratti malinconico, ma alla fine la funzione che ha espletato per anni gli si ritorce contro. Gli impiegati del Grande Magazzino hanno dato la colpa a lui per anni e ora, quasi automaticamente, cominciano a guardare a lui nel tentativo di trovare un colpevole a quei crimini inspiegabili. Sta a Ben, accompagnato da una giornalista che ha cominciato a frequentare, che lui chiama “Zia Julia” e da Theo, un suo collega e caro amico, transessuale che raccoglie i vecchietti dalla strada per dar loro un lavoro nel proprio reparto, trovare il colpevole per provare la sua innocenza.

Trama avvincente, stile ironico e pieno di black humour, personaggi maschere in un teatro dell’assurdo (ma sarebbe meglio dire “dell’assurdamente reale”), a tratti grottesco, ambientato nel multietnico e vivace quartiere di Belleville.
Cosa state aspettando?

domenica 4 maggio 2014

Il Drago Consiglia... "Il Seggio Vacante", di J.K. Rowling

Tutto sembra andare liscio come l’olio nel paesino di Pagford, finché il consigliere parrocchiale Barry Fairbrother non muore improvvisamente, lasciando un seggio vacante nel consiglio che proprio ora deve dibattere di questioni importanti come la possibilità di chiudere un centro di intossicazione dalla cui presenza dipende il destino di una famiglia, i Weedon, invisi alla maggior parte della popolazione. La morte di Barry, personaggio che riusciva a unire e a far convivere in un modo o nell’altro tutti gli abitanti di Pagford, scatena un putiferio: per dovere familiare o per sentimento, i vari abitanti del paese cominciano si candidano per occupare il posto rimasto vuoto nel consiglio. Rancori nascosti, ricordi, problemi celati: tutto questo viene alla luce facendo crollare il castello di carte creato dagli abitanti di Pagford per mascherare il loro odio preciso. In questo scenario, emergono le storie dei singoli personaggi, tutti così unici e perfettamente descritti, che a farne un breve elenco ci vorrebbero pagine.
Solo una catastrofe potrà porre fine a questa guerra che, pur avvenendo all’interno di un paesino talmente piccolo da essere governato dal consiglio parrocchiale, viene considerata di grande importanza da ognuno e fatta sembrare un evento molto più mastodontico di quello che è. Forse è proprio per questo che le conseguenze che si vedranno nel finale saranno realmente importanti per i personaggi.

Questo romanzo non è solo una droga, come i libri di Neil Gaiman. E’ una relazione amorosa, passionale come poche cose. Dapprima ti fa avvicinare ai suoi personaggi e alle loro piccole storie, personaggi normali, storie comuni... poi te ne fa innamorare, e ti ritrovi a tifare per alcuni di loro, a gridare dentro di te: “No! Stai facendo una cazzata”, a ghignare ferocemente alle quattro del mattino quando Parminder perde la pazienza davanti ad Howard Mollison e gli rende pan per focaccia, a seguire con la massima attenzione Andrew Price che fa in bicicletta una strada in discesa solo perché lì c'è la casa della ragazza di città di cui è innamorato, sperando che ella lo noti. Questo romanzo ti fa rimanere scioccato quando succedono gli eventi più brutti della narrazione, ti lascia senza parole, ti fa piangere all’epilogo mentre ti trovi in un ostello a Manchester e un ospite indiano ti guarda insospettito.
Scordatevi Harry Potter. Lo stile usato dalla Rowling in questo romanzo è molto più maturo (e lo dico a malincuore, perché adoro Harry Potter). “Il Seggio Vacante” ti sbatte in faccia senza tanti complimenti le brutture che trova nella storia, ti sciocca, a volte è come uno schiaffo. Ma allo stesso tempo, ti intenerisce quando vede qualcosa di bello o commovente, ti tocca quando c’è una scena toccante, ti fa arrabbiare quando bisogna arrabbiarsi e sospirare di sollievo quando qualcosa va per il verso giusto. Ancora più importante, ti fa molto riflettere. Ti fa riflettere tanto, ma tanto, ma tanto.
Alcuni lo hanno criticato, ma la seconda opera di un autore (se vogliamo considerare i libri di Harry Potter come un’unica opera) è sempre quella più sfortunata, perché che sia diversa dalla prima o identica, alla critica non importerà: ci sarà sempre qualcuno che ti accuserà di aver tradito i tuoi lettori per aver fatto l’una o l’altra cosa (grazie, Giuseppe Culicchia, per questa perla di saggezza). Dal mio punto di vista, “Il seggio vacante” è un’opera straordinaria, che merita di essere letta.

domenica 27 aprile 2014

Il Drago Consiglia... "American Gods" di Neil Gaiman

La copertina del romanzo
Durante i millenni, innumerevoli popoli hanno posato piede sul continente americano, portandovi le loro culture e i loro dei. Ora però questi popoli sono scomparsi, e le divinità da loro importate si ritrovano a vagare, esuli, in un mondo dove nessuno li ricorda e nuovi dei, come la Televisione e la Tecnologia, vogliono annientarli. 
Di tutto questo, tuttavia, Ombra non sa niente. All'inizio del romanzo, Ombra sa solo che gli rimangono tre giorni prima di uscire finalmente dalla galera. Questa sua unica certezza cade quando viene a sapere che gli è stata concessa un'uscita anticipata per andare al funerale di sua moglie e del suo migliore amico, morti in un incidente d'auto quella mattina. 
Mentre si reca al funerale, viene avvicinato da un certo mr. Wednesday, il quale mostra di sapere abbastanza cose su di lui da superare il limite del sospetto, e che è intenzionato ad offrirgli un lavoro: Ombra dovrà viaggiare con lui, assisterlo, proteggerlo e, se necessario, morire per lui. Dopo il rito funebre, durante il quale scopre che i due defunti avevano una relazione adulterina alle sue spalle, Ombra decide di accettare l'offerta.
Si ritroverà trascinato in un mondo di magia e mistero, entrambi così impenetrabili che non potrà comprenderli, solo accettarli. Un mondo di creature ambigue e spesso inquietanti, esterne alle varie morali umane. Il tutto sotto la guida di mr. Wednesday, che gli farà muovere i primi i passi in un'America sempre uguale ma al contempo completamente diversa. 

Signori e signore, vi presento: la Droga. Questo romanzo ho cominciato a leggerlo lentamente, poi è diventato di vitale importanza finirlo. Lo stile narrativo di Gaiman riesce ad affascinare e a voler arrivare il prima possibile al finale. I personaggi da lui creati rimangono impressi nella mente del lettore pur restando in un alone di enigmaticità e di incertezza, come dei quadri impressionisti. Alcuni tratti della descrizione qui sopra potranno dare l'idea che il finale sia scontato. Niente di più sbagliato. Shadow arriverà all'imprevedibile conclusione della sua avventura in un crescendo di colpi di scena e "shock" (da parte dei lettori). 
Inoltre, Gaiman ha la capacità di farci vedere luoghi noti in una luce del tutto nuova (come per la metropolitana di Londra in "Neverwhere"... ogni volta che sento la voce che avverte "Mind the Gap" penso a quel libro ormai ;) ), affascinandoci facendo restare anche quelli impressi nel nostro animo.
Vi consiglio caldamente la lettura di questo libro, con l'augurio che sia poi una tappa di partenza verso il resto dei romanzi di Gaiman.

Avete già letto il libro? Che ne pensate? Fa schifo? Lo avete odiato? E' il romanzo della vostra vita?
Perché non cavarne fuori una bella discussione? Commentate qui sotto, scrivendo tutto ciò che vi passa per la testa.
Ci vediamo domenica prossima per un'altra recensione. 

A presto! 
---MICHELE GIULI---

venerdì 7 marzo 2014

Racconto: "Memories and stories" - part 4

A month rapidly passed, articulated by my progressive lack of surprise in not finding my notebooks and papers on the desk in my room when I woke up. After the last try, the night that Francesca had entered Glauco’s pub, I had definitively given up. The first days after, every time I woke up and noticed the missing of my papers I stayed still, looking at the desk, and then remembered my decision. After a bit, I started getting used to it and ended up into not noticing that at all. The empty desk had became part of my new life. I must admit that I was initially relieved by it. It was good not to be stressed about my block anymore. One day, it would have passed. One day.
But let’s talk about Francesca! Francesca – Tognazzi’s wife – during that month had succeeded in improving her condition, and her son’s. Glauco was hosting them at his house and, in return, Francesca would work at the pub a few hours in the night as a waiter and a washerwoman. Glauco had not enough money to reward her with a salary, but gave her a place to stay, and obviously she had nothing to complain about it. Some of the costumers of the pub were stunned by her story, and tried to help them as they could. Nobody could hire her, but if, for example, they knew an old man who needed a caregiver, or somebody who needed a quick work that she could do, they put him in contact with her.
This way, it had been created a sort of link between everybody in the pub, a link made of people knowing other people, and people that everybody knew. This brought a new life in the pub. People started discussing about possibilities, and in the same time, they kind of awakened. I saw some of them going to visit each other bringing gifts like fruit or vegetables from their private gardens or fields (in the case of those who had one). It was a thing that I didn’t see since I was a child. I am not a fan of the old times. I cannot be. I’ll never be. I could not live in the society of the past and be happy. But if there’s a single thing that I would save of that time, it’s this: some people were linked. Some people were happy to help each other. When I thought about it, I reasoned that it was not so different from every time in history. There’s always some people being linked to other and helping them, and some other people who are not. But it had been a long time since I had seen such simplicity there, in Macerata. But, I reasoned again, it had always been there: people had just started expressing it. I’d like to say that everybody solved their economic problems, but it would be an ignoble lie. I’m not Stefano Benni’s Wizard Grandpa, and this is not “Pane e Tempesta”. Our situation didn’t change at all. But many of us were feeling a little better. We felt happier... and this was a bit strange for me, because in the same time I was both happier, and growing melancholic.
It had started one afternoon, during the last week of the month, after I came home from work. I was pulling my keys from my pocket, in front of my door, and suddenly raised my head, feeling like there was something important I was missing. That night I picked my papers and sat again at the desk, but try as I might, nothing would come into my mind and out of my pen. I realized that I missed writing, I missed it too much. Not writing at all was making me sick. But what could I do, if I found myself blocked all the time?
In those days, I managed to tell Strimpella and some other friends about my homosexuality. Strimpella was probably the only one to really accept it. The others shook their head, some of them said that these thing happened and got over it, and we were friends as before, but others started avoiding me. This was a bit bad, but I was old enough not to lose my time caring about it. Then, I had seen worse reactions than simply avoiding. I wish that everyone who cannot accept homosexuality just avoided homosexuals. This proved me that Macerata was a really good city compared with the near places. I had not to watch over my shoulders like in the past. Maybe I needed to see the reactions of those who had not been friend with me in the past, before saying such a thing, but it was better to wait for that.
Meanwhile, I became friend with Francesca. We usually chatted when she was off work, and sometimes, when the pub was not too crowded, she would follow me and my friends out when we went for a cigarette. She didn’t smoke, but stayed with us for a talk. She was funny, and strong, but sometimes you could still see a hidden sadness in her eyes. She still worried about the future. She still was sad about her past. She was just at the beginning of her recovery. Sometimes I could see a shadow falling down her face, when she started having bad thoughts.
One night, I was going home by foot and I passed near the pub. I saw her outside, cleaning the entrance, and stopped to chat for a while.
« Filippo!» she greeted me, waving her hand and smiling.
« Hi!» I answered, returning the smile and walking towards her.
« Goin’ home?»
« Yeah, maybe comin’ here after dinner.»
« What yer doin’ ‘til then?»
I scrolled my shoulders.
« Dunno.»
« What you do in your free time?»
« I used to write, once.» I answered.
« Oh!, you wrote? What?»
Another scroll of my shoulders.
« Kind of everything. I felt inspired, I wrote about it.»
I was smiling, but mine was the voice of a man who had surrendered.
She finished passing the broom at the entrance, and went in to put it back and take a duster to clean the tables outside.
« And now? You quitted?»she asked when she came back.
« Sort of.»
I sat on one of the chairs around the table she had just started cleaning, and lit a cigarette.
« Why d’you quit, if I can ask?»
« I just... can’t find the right inspiration anymore, I s’ppose.»
« I’m sorry.» she said, and sounded sincere.
« Sometimes I try to start again but... dunno...» I said. She stayed silent and looked at me.
« I mean... I have lots of things I want to write about, I have the story perfectly delineated in my mind, and then I sit, take up the pen and: nothing. Everything flew away. Ispiration, gone. Story, gone. Will to write it, weaker.»
I paused.
« It’s like there’s something that distracts me, makes me feel sick and takes part of my mind away, so I cannot really enjoy writing like in the past.»
« And ye know what it can be?»
« I s’ppose.» I answered.
« What?»
« Remorse.» I said. « Memories that distract me. But it’s not only that... there’s something else, something that stops me at the final moment.»
« Maybe I know what it is.» she said, suddenly.
I raised my head, looked into her eyes, and asked.
« What?»
« To feel good with yourself.» she said. « I need it too, and I know how it feels not to do it. You feel blocked, just like you say, you feel that a situation, a grief has lasted too long. But you don’t know what to do.»
I nodded.
« Looks like you got it.» I said. « But what can we do?»
« I’ve started thinking that we don’t have to live big changes, but to grow up. With you, Glauco, and the others, I’m doing it. Maybe, one of this days it will be your turn.
We heard the pub’s telephone ringing. Glauco, who was cleaning the inside, went to answer.
« Have you found some other job?» I asked.
« No, but I can’t hope to find even a job in a month, can I?»
In that moment, we heard some screams coming from inside. We went through the door, and we saw Glauco approaching us. He was pale and looked shocked.
During that month, the story of Francesca had spread around, slipping from an ear to another. Glauco told us that his sister had just phoned. He told us why she had phoned. I felt like if my legs couldn’t bear my weight anymore. Francesca started screaming and crying. Unfortunately, her story had slipped into the only wrong ear in the city.

E siamo giunti al plot-twist. Che però, mi spiace per quelli che lo aspettavano come segnale della fine del racconto, questo è solo l'inizio. Da un po' di tempo ho cominciato a dividere i racconti in sezioni più brevi per non renderne troppo pesante la lettura. Però in questo caso si corre il rischio opposto di rendere il tutto pesante perché ci vogliono mesi ad arrivare alla fine. Dunque farò in modo che i prossimi post siano un po' più lunghi o, per come è il racconto, prima di Aprile non potrete leggere il finale...
Cosa è successo a Francesca? Come farà Filippo a ricominciare a scrivere? Questa è una telenovela all'Italiana? La risposta è: per come la sto presentando adesso, potrei anche rispondere di sì. Chi saranno le prossime comparse? Che ruolo avranno nella storia?
Questo, e altro ancora, sarà svelato giovedì prossimo!

Di nuovo: il mio Inglese è tutto fuorché perfetto, quindi se vedete qualsiasi errore, siete più che autorizzati ad agire da grammar-nazi e a farmi notare ogni singola pecca!!! Ho bisogno che siate dei grammar-nazi.
Ci vediamo questo sabato per il secondo video del Mese dell'Ukulele, e... domenica! 

---MICHELE GIULI---

domenica 2 marzo 2014

Ukulele cover: "Can't Keep" di Eddie Vedder


Primo video del Mese dell' Ukulele. O meglio, primo pubblicato fra le tremila prove di registrazione fatte. Ormai i coinquilini avranno imparato la canzone a memoria.
 Il secondo video è parecchio più complesso da realizzare, almeno per quanto riguarda il tipo che vorrei, spero di riuscire a realizzarlo nel modo in cui me lo immagino. Per chi volesse farsi due risate, è una canzone per voce femminile.
Ci vediamo giovedì prossimo per il racconto settimanale. Per ora, buona visione!
---MICHELE GIULI---

venerdì 21 febbraio 2014

Racconto: "Memories and Stories" - parte 2

Glauco, the owner of the pub, had gone out to smoke a cigarette some minutes before. Now, he came in but was not alone. Following him, was a woman with a two year-old boy. Nobody in the pub had ever saw neither of the two new entries. We didn’t investigate and returned to our chatting while Glauco, whit a strange look in his eyes, went to the kitchen. I think I was the only one to notice that look. Part of the writer in me had never died, though I had stopped writing years and years before, about in the same period in which I started using heroin. I think that when I quitted using, which happend one year and a half before this story starts, after a vortex of light, darkness and dazing that I didn’t want to remember... when I quitted using, I was saying, I must have thought that that event would mark the beginning of a new era of writing, writing and writing, but it lasted only for some weeks. It’s not that I didn’t like it anymore... I just didn’t have anymore inspiration, or at least, no more inspiration that I could turn into more than one or two sentences in notebook. I firstly must have thought that it was only lack of practise, then I realized I had a writer’s block, and decided to wait for it to pass. I was still waiting, more than one year later. But it was only a weak hope, that night. Some days before, I had tied up all my papers in a box and put it with other old things, where I couldn’t see them at least that I wanted to. It hurt too much to see them. I couldn’t bear it.
My thoughts were interrupted as I saw Glauco hurrying himself to the table where he had made the woman and the child sit, with two plates of soup in his hands. I noticed that the woman, while she took the plates and thanked him, had tears in her eyes.
The never-really-dead-writer part of me started wondering the reason of these tears. I had noticed the expression in Glauco’s face, before, so maybe something bad had happened to someone else that they both knew, and now the woman was crying for that. Or was she a friend of Glauco, and had found her husband with another woman, and then hurried to meet the only person that could help her face that? This would explain the presence of the child, too. The third hypotesis to come in my mind, taking care of the state of her clothes, was that she was a homeless. But then, why was she here? Trampers don’t usually sleep in these streets, so Glauco did probably see her during the day and told her to come, but this would never be typical from Glauco, so I had to discard this theory.
Then, I experienced it again. The block. It came as a discomforting feeling, after which everything looked a shade darker. It was an almost imperceptible feeling, but it was enough for me to know that, after it came, it was impossible to imagine or write and feel good like before. For some minutes, it was impossible to imagine, write and feel good like before.
Glauco was talking with the woman now. I slipped back into the conversation at my table, and felt better after a few second. That was what I liked of that pub. It gave you warm.
I felt the need to smoke a cigarette. I sat up, and Strimpella and another of the men at the table came with me. We went out and we lit our fags.
It was cold, outside. The air had a kind of subtle, cold, sharpened smell, the one you can smell only when it’s sure that it’s going to snow. Macerata was quite as usual, for an inter-week night. Not a car in the streets. At least, not a moving one. I had always thought, before actually living there, that at least there should be traffic. Yes, sure, you can find traffic at midday, or at seven, but no way for you to find a car driving past the streets by night. It’s mathematical. The only cars around us were those parked in the car park a few yards from us.
Glauco came outside and lit a cigarette again.
« How’s ‘t goin’, tonight?» he asked, and received a choir of muttered “well, well”.
« Listen, I neew your help.» he said.
We asked for what.
« For the woman who entered a few minutes ago.»
He started telling how they met, and we discovered that in everyone of my fantasies there was a piece of truth: 1) a person they both knew was involved in the story beside the woman’s tears, 2) that person had in fact a relationship with another woman, and 3) she was a homeless.
« Who’s she?» Strimpella asked.
Glauco hesitated before answering, and held the anger aside.
« She’s Tognazzi’s wife.» he said.
We assimilated that information, and soon we could see horror appearing in each other’s face.

« Fuckin’ son of a bitch.» swore Strimpella, angrily, and added two or three blasphemies to better show his feelings.

Continua la piccola storia del nostro anonimo protagonista Maceratese e dei suoi amici. Chi è questo Tognazzi che non sembra andare simpatico ai clienti del pub? Da parte, mia rimando ogni commento su questa parte della storia a giovedì prossimo. Voi che ne pensate finora?

Questo esperimento nasce dall'esigenza improvvisa di scrivere in lingua straniera, ma anche dal desiderio di migliorare l'uso e la conoscenza della stessa, che al momento ancora non sono al livello che vorrei raggiungere. Quindi se avete notato qualche errore di sintassi, qualche passaggio che poteva essere scritto con più fluidità (in questo racconto non ho avuto bisogno di particolari forzature, ma su un paio di frasi di questa puntata ho delle piccole incertezze), o qualsiasi altro tipo di errore, sia esso di battitura, un refuso, qualsiasi cosa... vi prego, fatemelo sapere. :)
Ci vediamo giovedì!
---MICHELE GIULI---

venerdì 10 gennaio 2014

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 4

Colori sfocati. Tutto ondeggia. All’improvviso qualcosa si muove dentro le sue pupille e dalle forme comincia a distinguersi un lampadario, poi, lentamente, un soffitto e infine i suoi occhi mettono tutto a fuoco e lei realizza che si trova in una casa. Si guarda confusa la gamba, che è stata curata da qualcuno.
La casa sembra vuota. Lei si alza e zoppica lungo il corridoio, fino ad arrivare ad una stanza piena di scaffali pieni di... libri! Libri! Prova un moto d’estasi alla vista di tutte quelle opere, ma si contiene e si concentra sulla figura china sulla scrivania un po’ più sotto degli scaffali.
Un vecchio umano sta sottolineando qualcosa su dei fogli di carta con la sua penna nera.
Lei, che finora si è solo affacciata dall’entrata, resta nascosta dietro la porta. C’è un umano. C’è un umano, lì! Dal poco che ha potuto vedere, non sembra pericoloso, ma se avesse un’arma dietro la scrivania?
“Paura!” pensa e, distraendosi per questo semplice riconoscimento, gioisce. La paura, come tutti i vigliacchi, è qualcosa che colpisce alle spalle, facendoti provare brividi lungo la schiena e arrivando a paralizzarti fin dentro la tua mente.  Sei in tensione, il cervello può calcolare disperato così come spegnersi completamente. È meraviglioso che lei, in questo momento, stia provando paura. Poi ritorna alla realtà, e la paura mostra il suo lato scomodo.
Che fare?, si chiede mentre una parte di lei riflette sul fatto che è già un miracolo che se lo stia chiedendo e non stia più calcolando freddamente... anche se forse in una situazione del genere sarebbe una comodità. Si sporge ancora un po’ dall’entrata, e riconosce quel viso... nella sua memoria riaffiora l’immagine di un uomo che la raccoglie da dietro dei bidoni dell’immondizia, la porta a casa e prova a curarla prima che lei perda i sensi.
Questo le basta a toglierle ogni diffidenza. La parte calcolatrice di lei urla “male, male” da qualche recesso del suo cervello artificiale, ma alla fine si decide ed entra nello studio.

Timothy Lawrence alzò lo sguardo dagli appunti della lezione del giorno dopo. La Anthropus era in piedi a pochi passi da lui. Un brivido lo attraversò mentre si guardavano negli occhi, e vide che lei aveva subito lo stesso effetto, perché si irrigidì a sua volta.
Rimasero tesi e immobili per diversi secondi, umano e androide, a guardarsi a vicenda, poi Timothy si schiarì la voce e mise a posto i fogli, dicendo con voce calma: « Vedo che ti sei svegliata. Come ti senti?»
Continuando a restare immobile, la Anthropus rispose: « Meglio.», per poi esitare brevemente e aggiungere: « Sei tu che devo ringraziare per la gamba?»
Timothy si alzò.
« Sì, e no. Un mio amico ha fatto il grosso del lavoro.»
« Devo conosc...» iniziò a dire la Anthropus, poi si bloccò e spalancò gli occhi. Qualcosa premeva dentro di lei, un bisogno di esprimere qualcosa, una sensazione che per quello che voleva esprimere ci fossero termini più adatti. Non era più una questione di causa-effetto, in cui siccome sai che ad una data azione corrisponde una reazione, agisci di conseguenza a quello che fanno gli altri. No... quello era proprio un desiderio!
« Voglio...» mormorò, ancora stupita. « Io voglio...»
Timothy la fissò, confuso.
« Continuavi a ripeterlo anche prima.» le disse, e domandò: « Posso sapere  cos’è che vuoi?»
Il viso della Anthropus si contrasse in un’espressione di gioia.
« Io voglio!» esclamò lei, ridendo, al settimo cielo. « Non avevo mai avuto un desiderio prima!»
Timothy comprese e annuì.
« Come fai?» le domandò.
Lei tornò seria e indicò i libri sugli scaffali. Timothy si voltò a guardarli e sorrise. Sua figlia gli aveva parlato di qualcosa del genere, in passato, di un meccanismo che permetteva di provare emozioni e sensazione una volta che le si era capite e conosciute.
« Qualcuno che riconosce l’importanza di un libro!» commentò, sereno, ma la Anthropus sembrò non capire la battuta e riprese il discorso di prima.
« Vorrei conoscere la persona che mi ha salvata.» disse.
« Credo che ne sarà felice. Lo farò venire il prima possibile.» le assicurò il vecchio.
« Comunque, non mi sono presentato. Io sono Timothy. Posso sapere il tuo nome?» aggiunse, tendendole la mano.
Lei esitò, poi, pian piano, si avvicinò e la strinse.
« Ilith.» rispose.

Timothy iniziò ad apparecchiare.
« Tu puoi mangiare il nostro cibo?» domandò ad Ilith, che lo aveva seguito e lo guardava immobile. « Solo frutta.» rispose lei.
Timothy glie ne portò un cesto intero, non sapendo quanto mangiasse, e cominciò a cucinare per sé. Ilith intanto osservava una mela che aveva preso con una strana espressione negli occhi. Timothy la vide inspirare profondamente e leccarsi le labbra, prima di addentarla.
Mentre aspettava che la carne che aveva preparato per se si cocesse, Timothy accese la televisione. L’ologramma di un frontman del telegiornale apparve ad un paio di metri dal tavolo. Era da un paio di giorni che Timothy non sentiva il notiziario. Trasmisero un paio di servizi sulle ultime novità dal governo, niente di importante, ma poi...
« Ancora nessuna novità sul furto di libri avvenuto all’una del mattino di oggi nella biblioteca pubblica di New Lancaster. Un’intera sala è stata letteralmente svuotata, sembra che i malviventi abbiano preso solo i libri, tralasciando oggetti di maggior valore, ma durante l’azione è stato innescato un incendio che ha danneggiato gravemente l’intera struttura. La polizia brancola nel buio...».
Un lampo, un’immagine nella mente. Libri accanto al corpo quasi privo di sensi di Ilith, sparsi fra i bidoni dell’immondizia. Timothy si gelò sul posto, e lentamente si girò verso la Anthropus, che era trasalita fin da quando aveva sentito la parola “biblioteca”.
L’umano e l’androide si guardarono negli occhi. Tutto divenne perfettamente immobile, l’unica traccia di continuità in quella stanza era il frontman del telegiornale che continuava a parlare.Fu Ilith a rompere quella situazione. Non dette alcun segnale. Un istante prima era seduta al tavolo, immobile, il secondo dopo era in piedi e a pochi passi da Timothy, un coltello stretto in mano, un’espressione vacua negli occhi. Era la Macchina in tutto il suo splendore, ferrea, calcolatrice, automatica.
Timothy si parò con le braccia e chiuse gli occhi, poi sentì un tonfo. Il coltello era ora per terra, Ilith era indietreggiata e poggiava la schiena contro il tavolo. Aveva il fiatone. Era di nuovo umana.
Timothy non era tipo da sapere cosa dire. Fatta eccezione per certi casi e certe persone, non era un tipo da molte parole in generale, figurarsi quando le parole erano ciò di cui c’era più bisogno.
Da un’occhio di Ilith fuoriuscì una goccia nerastra.
« Perdonami!» singhiozzò la Anthropus, il viso storpiato in una smorfia di dolore.
Timothy non sapeva cosa fare. Non riusciva a smettere di restare immobile, con le braccia a mezz’aria, le gambe piegate in avanti e un’espressione terrificata negli occhi. Non avev voglia di smettere di restare immobile. Quella posizione era la sua sicurezza, l’ultima agli inizi di una strada che il professore non conosceva. Alla fine, però, trovò la forza e, con molta esitazione, si chinò per prendere il coltello e lo mise via.
« Tr... tranquilla.» mormorò, ancora sconvolto e ferito nel profondo. Lei si alzò e prima che Timothy potesse fare niente lo abbracciò.
« Scusami...» gli sussurrò nell’orecchio.
« N... non ti preoccupare.»
« È per questo che devo leggere.» singhiozzò Ilith, senza staccarsi da lui.
« Perché non ci sediamo e ne parliamo un po’?» propose Timothy, rassicurante.

Gli uffici della Sezione Sedici erano quanto di più normale si potesse immaginare. Dall’esterno si presentavano come un grosso edificio bianco dalla forma ovale, dentro al quale si trovavano probabilmente degli studi privati. All’interno, sembrava di trovarsi all’interno di un centro commerciale nei cui corridoi e vie principale fossero stati sistemati dei tavoli attorno ai quali lavoravano svariate decine di giovani menti. Oltre a loro, al piano terra c’erano poche cose da vedere. Al secondo piano c’erano invece uffici più settoriali, come quello che si occupava della monitorazioni degli inseguimenti, per prestare soccorso ai soldati in difficoltà.
E al terzo, la créme de la créme della Sezione Sedici, gli uffici di Simkins e i suoi uomini.
Sands, per una volta in abiti normali, uscì dall’ascensore dopo una notte quasi insonne. Era tornato a casa guardandosi le spalle più del solito, sapendo che c’era un Anthropus ferito in circolazione. Probabilmente era stato aiutato da i suoi simili, ma in tal caso non avrebbe avuto senso che le sue tracce si trascinassero per così tanta strada. Qualcosa in lui gli diceva che quell’Anthropus era rimasto indietro, anche se non sapeva come avesse fatto a cavarsela dopo aver perso tanto simil-sangue, né tanto meno a sparire. Anni prima ne aveva visto uno impazzire per il dolore. Quella era stata la volta in cui si era sentito più in pericolo che in tutto il resto della sua vita. L’idea che ce ne fosse un altro, in superficie, non gli piaceva per niente. Era stato più caloroso con sua moglie, aveva guardato con più tenerezza i suoi figli. Ma poi, mentre si rigirava nel letto, alla preoccupazione si era aggiunto un altro elemento.
Gli occhi piangenti dell’Anthropus che avevano ucciso due sere prima continuavano a riaffiorare all’improvviso nella sua mente, distraendolo da qualsiasi altra cosa lo stesse tenendo occupato. Quella goccia nera... quella lacrima lo aveva terrorizzato nel profondo, e non sapeva spiegarsi il motivo di tanta paura istintiva. Aveva sognato di venire sommerso da una pioggia di quelle lacrime, quando il sonno era sopraggiunto.
Quella mattina, andò dritto nel suo ufficio, largo, dalle pareti bianche, con solo una scrivania in mezzo su cui giacevano vari computer e delle foto di sua moglie e dei suoi figli. Non fece in tempo ad appendere la giacca che qualcuno bussò la sua porta.
Era Jenkins. Simkins aveva chiamato a raccolta tutti quanti nel suo ufficio.
« Abbiamo una traccia.» disse Harvey.

E con questa siamo arrivati a metà di "Cuore di metallo". Per chi si fosse perso le parti precedenti, QUI c'è un link all'Archivio dove potete trovare tutti i racconti pubblicati in questo blog. E' bello che stia finendo di curare questo racconto mentre mi appresto a partire per Manchester, città che per me è indissolubilmente legata alla fantascienza, in quanto vi è ambientato l'inizio di "Steamboy" di K. Otomo, il mio primo film steampunk, che ha piantato il seme per far generare un po' di anni dopo un amore per questa branca del genere. Inoltre, l'Inghilterra è anche collegata al mio primo libro di fantascienza, che consiglio a gran voce, ovvero "Macchine Mortali" di Philip Reeve. 
Come sempre, che ne pensate finora??? Per ogni considerazione c'è il box dei commenti qui sotto.
Detto questo, vi saluto e vi do appuntamento alla settimana prossima. 

Buon finesettimana!!!

---MICHELE GIULI---

venerdì 20 dicembre 2013

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 2

Timothy Lawrence attraversò la strada stringendo saldamente in mano la valigetta con tutti i suoi appunti, ostinatamente in forma cartacea. Arrivato sul marciapiede, si sistemò i capelli ormai bianchi e proseguì.
Lawrence insegnava in una piccola sezione della facoltà di Lettere della città, situata a un paio di chilometri dal punto in cui l’asfalto finiva e cominciava la campagna. Si era fermato in ufficio fino all’ora di chiusura per preparare la lezione del giorno dopo. 
Stava camminando per il solito marciapiede, con i suoi soliti abiti, guardando i tetti dei soliti edifici, quando all’ improvviso accadde qualcosa di davvero insolito. A pochi passi da casa sua, passando davanti ad un vicolo stretto e buio, sentì un gemito. Socchiuse gli occhi e intravide un’ ombra fra i bidoni dell’ immondizia.
Corse verso quella che capì essere una giovane donna che doveva avere metà dei suoi anni. Aveva dei corti capelli castani e un viso perfetto, storpiato da una smorfia di dolore.
« Stai bene?» domandò concitato Lawrence, accovacciandosi di fianco a lei. La donna stringeva con entrambe le mani la gamba destra, da cui colava un fluido biancastro. Lawrence sentì il sangue ghiacciarsi dentro le sue vene.
La Anthropus si voltò verso il punto da cui aveva sentito provenire la voce. I suoi occhi elettronici erano spenti.
« Chi c’è?» domandò. La sua voce dolce era fioca.
« Riesci a vedermi? Continua a parlare!» esclamò Lawrence mentre strappava un lembo della sua camicia per legarlo intorno alla ferita. Lei non oppose resistenza.
Una volta fasciata la gamba della Anthropus alla bell’ e meglio, Timothy la prese sotto un’ascella e la aiutò ad alzarsi. Lo sforzo gli fece venire il fiatone: era molto pesante.
« Ce la fai a camminare? Casa mia non è molto lontana.»
La Anthropus scosse leggermente la testa.
« Aiutami...»
« Certo che ti aiuto! Fatti forza: sono pochi passi!» la incoraggiò Lawrence, e lentamente la guidò fuori dal vicolo.
La Anthropus si aggrappò a lui e procedette zoppicando, cercando di usare il meno possibile la gamba ferita.
Una volta fuori dal vicolo, Timothy la trascinò di peso finché le forze glie lo consentirono per muoversi il più veloce possibile. Era inevitabile che qualcuno li vedesse ma più si sbrigava a nasconderla, meglio era per tutti e due. C’è sempre una caratteristica della gente di cui ti puoi fidare, in città: l’ indifferenza. In quell’ occasione, però, il professore decise che non si fidava abbastanza.
Quando arrivarono davanti al portone, la Anthropus era quasi svenuta. Timothy inserì le chiavi nella serratura e la trascinò dentro per stenderla sul divano in salotto.
« Parlami; non perdere la concentrazione!» la incitò, ma la poveretta riusciva ad emettere solo suoni sconnessi.
Timothy camminò avanti e indietro, cercando di ripescare dalla sua memoria ricordi che non avrebbe mai pensato gli sarebbero tornati utili.
« Voglio...» disse ad un certo punto la Anthropus. « Voglio...»
Timothy le strappò i pantaloni cenciosi all’ altezza del ginocchio della gamba ferita e cercò la giuntura che gli avrebbe permesso di aprirla. Quando ci riuscì, un fiotto di simil-sangue inondò il pavimento del suo salotto.
« Io voglio!» esclamò la Anthropus, e Lawrence si accorse che piangeva. « Voglio...»
« Dimmi cosa vuoi, e vedrò se posso aiutarti!»
« Voglio... e basta...» mormorò lei, mentre un'espressione estatica le si dipingeva sul viso.
Timothy si tolse un laccio dalle scarpe e lo legò intorno alla vena danneggiata. Per fortuna si trattava di un materiale morbido, e il suo laccio bastò a fermare l’ emorragia. Questo gli avrebbe dato qualche tempo per trovare una soluzione mentre i sintetizzatori all’ interno della Anthropus cominciavano ad attingere alle sue riserve chimiche per produrre altro simil-sangue.
« Voglio.» mormorò di nuovo la Anthropus, poi non parlò più, ma i suoi segnali interni non smisero di funzionare. Era salva per il momento.
Lawrence sospirò per il sollievo.
“Kathleen”
Mise a soqquadro tutta la soffitta pur di trovarli. Alla fine, esultando come un pazzo, riemerse dalla montagna di scatoloni che aveva formato negli ultimi dieci minuti, stringendo forte nel pugno un mucchio di fogli.
« Questo è il miglior tipo di copia backup di cui si possa disporre oggi.» aveva detto Kathleen una volta. « Ormai nessuno lavora più con carta e penna, e nessuno perde tempo a cercarne.»
Uscì dalla botola e si diresse in salotto per controllare la Anthropus. Non si muoveva, ma le sue funzioni erano ancora attive.
Timothy andò nella cucina, collegata al salotto da un grande arco scavato nella parete, privo di porta, e mise su del caffé.
Mentre aspettava che l’ acqua giungesse ad ebollizione, lesse gli appunti presi da Kathleen anni prima, cercando di capirci qualcosa.
« Ma come hai fatto tu a destreggiarti con questa roba?» commentò sottovoce.
Sospirò e andò nello studio. Accese il computer sopra la scrivania. Lo schermo-ologramma comparve e Timothy fece partire il comando vocale per la chiamata.

Mezz’ ora dopo, qualcuno bussò alla sua porta. Timothy si sbrigò a nascondere gli appunti e corse a vedere dallo spioncino. Un uomo di dieci anni più giovane di lui, con i capelli che cominciavano a diventare bianchi e qualche ruga sulla fronte stava davanti alla soglia di casa sua.
Timothy aprì, e James Hatfields entrò, salutandolo.
« Come stai?» domandò.
« Non c’è male.» rispose Timothy. « Il lavoro come va?»
« Non c’è male.» gli fece eco Hatfields. « Non è come ai tempi dell’Anthropus, ma me la cavo.»
« È proprio di questo che volevo parlarti, James.»
« Che vuoi dire?»
« Seguimi.» disse Lawrence, e lo condusse nel salotto.
Hatfields si bloccò sulla soglia, e fissò l’essere meccanico disteso sul divano, privo di sensi. Lawrence lo vide irrigidirsi e trattenere il fiato.
« L’ho trovata poco fa, agonizzante in un vicolo.» raccontò. « Mi serve il tuo aiuto.»
« Timothy...» mormorò Hatfields, lo sguardo sempre fisso sulla Anthropus mentre cercava le parole. « Hai idea di quanto sia illegale quello che stai facendo? Per non parlare di quello che mi chiedi di fare.»
« Ti prego.»
Hatfields non si mosse. Continuava a fissare la Anthropus come se si trattasse di una persona cara che credeva di aver perduto da tempo.
« Dobbiamo aiutarla.» disse Timothy.
« Dobbiamo consegnarla!» lo corresse l’altro con foga. « Perché diavolo...?»
« Lo sai maledettamente perché!» lo interruppe Lawrence, alzando leggermente la voce, e aggiunse: « Per lo stesso motivo per cui tu stai ancora lì e non te ne sei già andato. Questa creatura fa parte della nostra storia.»
« Non è una creatura! È un misto di circuiti e cavi che io stesso ho contribuito a creare!»
Timothy non perse tempo a ribattere.
« Tim...» continuò Hatfields.
« Sappiamo entrambi che muori dalla voglia di lavorare di nuovo su un Anthropus.» lo stuzzicò Lawrence. « Fammi un prezzo.»
Hatfields scosse il capo.
« Io... io non...»
« James, per favore. Ho bisogno di vederla viva.» lo implorò Tim. James lo guardò negli occhi, e li trovò colmi di disperazione. 
« Fammi un prezzo.» ripeté Timothy. 
Hatfields guardò la giovane Anthropus, scosse di nuovo la testa e sospirò. 
« Zero.» disse.

James tornò dopo poche ore, con un borsone pieno di materiale che disse di aver preso nei quartieri di King’s Avenue, patria dei trafficanti illegali. Il governo lasciava in pace quelle zone... metà dei trafficanti erano in buoni rapporti con varie persone importanti. Il denaro non puzza.
Timothy lo lasciò fare, mentre si metteva all’opera per aiutare la Anthropus, e fumò silenziosamente in cucina, con la pipa che Kathleen gli aveva regalato un Natale di tanti anni fa.
Kathleen.
Hatfields riemerse dal salotto meno di un’ora dopo, asciugandosi il sudore dalla fronte.
« È fatta.» disse. « È fuori pericolo.»
« Grazie.»
James ghignò. Le rughe della sua vecchia fronte si piegarono all’ insù.
« Di niente. Sapevamo tutti e due che morivo dalla voglia di farlo di nuovo.» ridacchiò lo scienziato.
Andarono insieme dalla Anthropus. Era ancora priva di sensi.
« Come hai fatto a trovare l’apertura?» domandò James.
« Io e Kathleen condividevamo il tavolo in cucina, quando lavoravamo. L'ho vista disegnare non so più quanti modelli, e l'ho ascoltata molte volte mentre mi spiegava quello che stava progettando.»
Lo sguardo di Hatfields si illuminò.
« Hai ancora i suoi appunti?» domandò, con una punta di impazienza nella voce.
Timothy andò a prenderli e glie li porse.
Gli occhi di Hatfields brillavano di emozione mentre sfogliava quelle pagine, ricordando i giorni in cui lui e Kathleen avevano lavorato insieme per poter creare l’ androide più simile all’uomo che si fosse mai visto.
« A volte mi manca, Kathleen. E ogni tanto mi chiedo...»
Si interruppe e lasciò la frase in sospeso.
« Tua figlia era un’ idealista, Timothy.» concluse.
« Lo so.» disse l’ altro, e accennò un sorriso. « Tutta suo padre.»
« Già.»
« Ogni volta che al notiziario sento il nome dei Fuggiaschi penso a lei, e non sono tranquillo finché non so che non l’hanno presa.»
« Hai più avuto sue notizie?»
« No. Ed è meglio così: avrei avuto la Squadra 16 addosso per tutto il tempo. Invece, dopo aver appurato che non sapevo più niente di lei, mi hanno lasciato in pace.»
Hatfields sospirò.
« È stata molto coraggiosa.» commentò.
« Lo so, e sono molto fiero di lei.»
Rimasero per un po’ a guardare la Anthropus.
« Le ci vorrà un po’ per svegliarsi.» disse Hatfields. « Il mio lavoro qui è finito.»
« Ti offro qualcosa? Un caffé, o un po’ di vino?»
« No, oggi no.» declinò James, accompagnando la frase ad un gesto della mano. « Magari un’ altra volta.».
Si incamminò verso la porta. Timothy lo seguì e gli aprì.
« Grazie ancora.»

Hatfields non disse niente e se ne andò. Timothy lo guardò camminare per un po’, poi chiuse la porta.

Continua così il racconto di fantascienza iniziato la settimana scorsa. Per ora abbiamo: un militare che è si è ritrovato in non si sa quale brutta situazione, un altro militare che verrà approfondito in seguito, un professore che per motivi sconosciuti non si fa scrupoli ad aiutare una fuggiasca, uno scienziato e una androide che ha appena scoperto di voler volere. Quali altre comparse si uniranno a loro in questo intreccio che NON si concluderà del tutto con questa storia ma si unirà agli intrecci di altri racconti per arrivare al vero finale?
Ancora più importante: che ve ne pare finora? Come sempre, per considerazioni, ipotesi, insulti all'autore, dichiarazioni d'amore a Cristino, Edoarda, o comunque si chiami la vostra dolce metà (apriamo una sezione apposita: "C'è Drago per te")... per tutto questo, c'è il box dei commenti qui sotto. 
Per questa settimana è tutto, o non proprio. Fra poche ore (quando leggerete questo post sarà già successo, probabilmente) succederà qualcosa di molto bello che cambierà drasticamente la vita all'interno di questa casa.
A giovedì prossimo!!!
--- MICHELE GIULI---


venerdì 13 dicembre 2013

Racconto: "Cuore di metallo" - parte 1

di Michele Giuli

Quale sfinge di cemento ed alluminio
scoperchiò loro i crani e divorò i loro cervelli
e l'immaginazione?

(Allen Ginsberg, “Howl”)

Strade, veicoli, luci. Un gigantesco agglomerato di cemento e asfalto che d’un tratto, calato il sole, si trasformava in un’elettronica giungla artificiale i cui alberi erano lampioni, cartelloni pubblicitari e palazzi.
Il centro di quella ragnatela urbana brulicava di persone: perditempo, artisti di strada, fidanzati e coppie sposate che volevano passare una serata romantica, preti, prostitute, poliziotti e spacciatori.
La squadra 16, no. In quel momento i suoi membri si trovavano in periferia, in una di quelle zone dove i condomini raggiungevano a malapena i cinquanta metri di altezza.
Alexander Sands attivò i reattori e saltò dal tetto di uno dei suddetti edifici all’inseguimento della figura davanti a lui, che correva a velocità che un normale umano non avrebbe mai raggiunto. Gli altri agenti erano parecchi metri dietro di lui.
Sapendo che era inutile provare a seguire lo sconosciuto a piedi, Sands continuò a volare.
La sua preda si voltò per un brevissimo istante, poi accelerò. Era difficile dirlo con la poca luce che c’era in quella zona, ma al tenente parve di vedere il volto di una donna.
“Merda, è un Anthropus!” pensò. Di recente avevano cominciato a comparire sempre più volte.
La Anthropus saltò da un altro tetto, ma si ritrovò su una terrazza a cielo aperto. Davanti a lei l’edificio su cui era saltata continuava ad innalzarsi verso l’alto, sbarrandole la strada. Si guardò intorno senza trovare vie di fuga e, capendo che non aveva scampo, aprì il libro che si era portata appresso tutto il tempo ed iniziò a leggerlo.
« Fermati!» le intimò Sands, atterrando meno di un secondo dopo a pochi passi da lei, ma era troppo tardi. Tolse la sicura alla pistola e la puntò contro la Anthropus, che sfogliava febbrilmente le pagine del libro, come se fosse la cosa più importante da fare in quel momento.
« Posa quel libro!» ordinò il tenente, mettendo in quelle parole tutta la ferocia che poté trovare dentro di se.
Lentamente, la Anthropus alzò lo sguardo dalle pagine e si voltò verso di lui, che trattenne il fiato. Qualcosa si condensò nell’occhio destro artificiale del robot e le colò lungo la guancia. Sands ci mise un attimo a realizzare che si trattava di una lacrima.
« Il padre sospira, trincerandosi dietro il sorriso dolente che lo segue nella vita.» lesse la Anthropus, piangendo. La sua voce era tremula, spaventata... umana.
Sands rabbrividì. Autosimulazione!
« Poco dopo, figure evanescenti, padre e figlio si confondono tra la folla delle ramblas...» continuò la Antrhopus. « mentre l’ eco dei loro passi si perde per sempre nell’ ombra del ven...»
Il proiettile la centrò sulla testa, che esplose lasciando scoperto un mucchio di tubi che grondava di simil-sangue.
« Cosa cazzo aspettavi?» sbraitò Harvey Jenkins, atterrato poco prima dietro di lui, la pistola ancora fumante in mano. « Sapevi benissimo che ormai il sistema di autosimulazione era entrato in funzione! Gli ordini sono chiari!»
« Stava piangendo...» mormorò Sands, ancora scioccato. « Per un attimo mi era sembrata quasi... come noi.»
Harvey rigirò con un piede la carcassa inerme dell’Anthropus.
« Sanno camuffarsi bene, questi bastardi.» commentò senza prestargli ascolto.
La ricetrasmittente di Sands squillò.
« Qui Sands.» rispose il tenente.
« Sands! Avete catturato il ladro?» domandò dall’altro capo della linea John Simkins, il suo superiore.
« Affermativo.» rispose Sands, analizzando il relitto. Rabbrividì, realizzando che a vedere quell’ammasso di circuiti e chip, la prima parola che gli era venuta in mente era “cadavere”.
« La fuggiasca è una Anthropus di serie AF549. È morta.» aggiunse.
« Come mai?»
« Il sistema di autosimulazione era stato attivato prima che riuscissimo a fermarla. Non avevamo altra scelta.»
« Una seccatura di meno, ora come ora abbiamo cose più importanti a cui pensare.»
« Cosa è successo, capo?» domandò Sands.
Simkins glie lo disse.
Harvey osservò il volto di Sands sbiancare.
« Siamo in un mare di merda, Jenkins.» mormorò il tenente fissando il simil-sangue che continuava a colare dal corpo della Anthropus.

Questa settimana abbiamo un tentativo di racconto fantascientifico. Mi è stato detto che questo prologo fa molto "Blade Runner", spero che il seguito faccia emergere un po' di differenze, visto che questo racconto fa parte di un progetto più grande che, pur avendo delle ambientazioni in comune con il racconto di Dick e con il film, mira a toccare temi un po' diversi, o comunque a trattarli in modo diverso. Che ve ne pare, finora?
Per il seguito, ci vediamo la prossima settimana!!!

venerdì 6 dicembre 2013

Racconto: Sogno (tentativo di prologo)

di Michele Giuli

Era un pomeriggio di novembre, e io mi trovavo fuori dall’ entrata della libreria universitaria dove andavo sempre, accasciato a terra, a piangere tutte le mie lacrime. Seduto contro una parete, scosso dai singulti, un braccio a coprire gli occhi rossi e lucidi, tenevo nella mano libera due pagine di quaderno spiegazzate: la lista dei libri da comprare per quel semestre.
Mi concessi qualche secondo in più per versare le ultime lacrime rimaste, poi mi feci coraggio e mi alzai. Guardai per un attimo l’ entrata della libreria, poi sospirai e mi decisi ad entrare, quando ad un certo punto una strana forza mi bloccò la gamba sinistra. Sentii qualcosa muoversi nella tasca dei pantaloni.
« Non farlo, mi sventreranno!» gridò una vocina acuta e squillante, mentre la cosa nei miei jeans faceva di tutto per spingere la mia gamba nella direzione opposta all’ entrata della libreria.
Io ricominciai a piangere e tentai di bloccare la cosa con entrambe le mani, cercando nel contempo di liberare la gamba da quell’ energia misteriosa.
« Devo farlo!» gridai disperato, mentre diversi passanti si fermavano ad osservare la scena. « Non è colpa mia!».
« Non farlo! Non voglio! Sono stato appena riempito!»
« Mi dispiace!» singhiozzai, mentre la cosa spingeva più forte che mai contro la fessura della mia tasca, tentando con tutte le sue forze di divincolarsi dalla mia presa.
« Basta, io me la squaglio!» esclamò il mio portafogli, e con un’ ultima mossa scivolò sotto le mie mani e si librò in volo, fuggendo lontano da me, verso la libertà.
Mi svegliai di soprassalto, e mi ritrovai in camera mia, nell’ appartamento che condividevo con Marco Larani e Lorenzo Astolfi. Fissai il soffitto per svariati minuti, pensando con la più totale convinzione che, se fossi stato credente, avrei potuto usare il fatto che al mondo ci sono quei posti chiamati “copisterie” come argomentazione a favore dell’ esistenza di un Dio buono e giusto. Mi dispiaceva dover tradire così il mio libraio, anche perché non era colpa sua se certi libri costavano tanto, ma se quel semestre avessi avuto la faccia di spendere cifre così alte come quelle che avevo ottenuto sommando i prezzi dei testi da studiare, in così poco tempo, non me lo sarei mai perdonato. Mi piangeva il cuore al pensiero.

Smisi di pensare a queste cose, e guardai l’ orologio. Erano le sette del mattino. Non mi andava di rimettermi a dormire, così mi vestii, presi il portatile sulla scrivania e lo misi nella sua borsa. Fissai per un attimo il portafogli sul comodino accanto al mio letto, ma non dette segni di vita. Lo presi e me lo infilai in tasca, poi uscii per andare a fare colazione. 

Il racconto di questo giovedì è molto breve. Più che di un racconto, si tratta del prologo ideale di un romanzo ambientato a Macerata che sto progettando. Si tratta di un progetto vecchio di un paio d'anni, che è rimasto a vegetare nella mia mente (inizialmente doveva trattarsi di un horror) fino a qualche mese fa, quando fu partorita questa prima scena, presa a sua volta da un'altra idea che a sua volta era rimasta riposta nel cassetto della memoria per parecchio tempo, per poi venire alla luce in questa forma. Dopo averla scritta, e aver ideato diverse altre scene, ho deciso che la vecchia idea di farne un romanzo horror non andava più bene, e non so ancora dire con certezza di che genere sarà il risultato finale. Che ne pensate?
Come al solito, per commenti, considerazioni e insulti c'è l'apposito box dei commenti qui sotto. 
Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto. Per quelli di voi che bazzicano quel di Macerata, ci sarà anche un evento particolare, la settimana prossima. Ricordo inoltre che chi volesse passare una piacevole e leggera ora e mezza è caldamente invitato a venire al Teatro Velluti di Corridonia (MC) questa domenica alle cinque del pomeriggio, dove la compagnia teatrale di cui faccio parte inscenerà QUESTO SPETTACOLO
Alla prossima! :)

---MICHELE GIULI---
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