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giovedì 5 settembre 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - parte 3



Il giorno dopo, finito il suo turno lavorativo, si fece una doccia ed uscì per camminare un po’. Il cielo era sereno quel pomeriggio e l’ aria aveva cominciato a farsi più calda. Di conseguenza, chiunque avesse un po’ di tempo libero era per strada.
Camminando senza meta, si ritrovò a passare vicino alla via dove Simon aveva vissuto fino a poco tempo prima.
« Signor Norton!» lo chiamò il detective Yuleson, apparso chissà come a meno di due metri da lui.
« Salve.» lo salutò Jake. « Si gode anche lei il bel pomeriggio.»
« Mi piacerebbe.» disse Yuleson, scotendo il capo. « In realtà sono venuto qui per lavoro.»
Jake annuì in silenzio.
« Avete scoperto qualcosa?»
« Direi proprio di sì. La pista dell’ omicidio diventa ogni giorno più probabile.»
« Posso chiederle perché?» domandò Jake, che aveva perso il sorriso che lo aveva accompagnato per tutto il pomeriggio.
« Abbiamo controllato la corrispondenza privata del signor Goodwith, ed è saltato fuori che il suo amico sospettava di essere tradito da sua moglie.»
« Mary?» esclamò Jake, incredulo.
« Le viene in mente nessuno con cui la signora Goodwith avrebbe potuto stringere una relazione illecita.»
« Assolutamente no!» rispose Jake, sempre più esterrefatto. « L’ ho vista al funerale di Simon, era distrutta! Non credo che una persona che tradisce il marito possa rimanere così sconvolta.»
« Magari fingeva.» suggerì Yuleson.
« Che cosa?»
« C’ è la possibilità che l’ omicidio sia avvenuto perché il signor Goodwith l’ aveva scoperta con l’ amante.»
Jake si passò una mano sulla fronte.
« Non posso credere che Mary...»
« A volte le persone fanno cose che non ci si aspetterebbe mai da loro.» asserì Yuleson.
Dal palazzo dove si trovava l’ appartamento dei Goodwith uscì secondo uomo che li raggiunse.
« Abbiamo finito di interrogare tutti quanti, Morgan.» annunciò.
« Scoperto qualcosa di importante?»
« La signora Withrow del quinto piano potrebbe aver visto l’ amante della signora Goodwith. Dobbiamo andare a prendere Dexter e Matt per tracciare l’ identikit completo del tipo. È successo la sera prima dell’ omicidio, e il probabile amante indossava una camicia azzurra. Come i frammenti di vestito che abbiamo trovato.» disse il nuovo arrivato.
Morgan Yuleson annuì.
« Ora devo andare. Il lavoro mi chiama.» disse, e strinse la mano a Jake. Un modo gentile per dirgli di andarsene.
« Arrivederci, signor Norton.»
« Arrivederci.» mormorò Jake, ancora scosso.
Yuleson si ricordò improvvisamente di qualcosa e infilò una mano in tasca.
« Se le viene in mente qualcosa, non esiti a chiamarmi.» disse, dandogli un biglietto da visita.
« Non si preoccupi. Quando saprò qualcosa lo saprà anche lei.»

« Domani mattina devo andare alla stazione.» annunciò Susan la sera dopo.
Jake se lo era aspettato. Non si era mai fatto illusioni: lei si sarebbe fermata solo per poco e quel momento, lo sapeva, sarebbe arrivato presto. E aveva deciso di agire di conseguenza.
« E se venissi con te?»
La proposta la lasciò senza parole.
« Susan, questi giorni che ho passato con te sono stati i migliori da non so più quanto tempo. Non può, non deve finire così! Io ti amo, e sono pronto a venire con te.» continuò lui.
Dove lo aveva trovato il coraggio? Se qualcuno gli avesse raccontato che pochi giorni erano stati sufficienti per trovare la donna che gli avrebbe fatto venire voglia di lasciare tutto per seguirla, non gli avrebbe mai creduto.
Evidentemente anche lei non credeva a quello che aveva appena sentito.
« Dici così perché hai visto solo una parte di me. Jake, ci conosciamo da tre giorni... Ancora poco tempo, e ti pentirai della tua scelta.»
Jake scosse il capo.
« Non sarà così!» affermò. « Ricordi la prima sera che siamo usciti, al Keenan’s? Mi dicesti che avevo già la soluzione a tutti i miei problemi: bastava che cercassi di realizzare le mie ambizioni. La verità è che anche se non fosse esistito nessun Codice Etico, nessuna Riforma... io non avrei comunque fatto niente, non in quel momento della mia vita in cui mi sono lasciato andare, scoraggiato dalle troppe difficoltà incontrate, dalle mie insicurezze, e anche da quella punta di pigrizia che mi impediva di fare veramente qualcosa. Il punto è che ora sono sicuro di quello che voglio. Dici che mi stancherò perché non ti conosco bene, ma sei la prima cosa bella che mi capita da non so più quanto tempo e non voglio lasciarmi scappare quest’occasione di essere felice. Tu mi hai fatto sentire di nuovo vivo dopo tanti anni, hai reso questo mondo un posto in cui valesse la pena di vivere! Voglio venire con te. Mi troverò un lavoro e una casa dalle tue parti, cambierò vita.»
« Jake...» mormorò lei.
Si trovavano nell’ appartamento di Jake, ai due lati del piccolo tavolo nella cucina, dopo una cena a lume di candela.
Dopo pochi secondi che Jake passò dandosi dell’idiota e dicendosi che era ovvio che, proponendosi così, e dopo così poco tempo, l’avrebbe senza dubbio spaventata, Susan sorrise.
« È un’ idea perfetta.» disse, e si sporse per baciarlo.

Quando il giorno dopo Jake si svegliò Susan era accanto a lui, nuda.
Jake sorrise e la accarezzò dolcemente, sorridendo.
« Buongiorno.» disse.
Lei emise un verso gutturale nel sonno. Un verso che sembrava esprimere emozioni positive.
Jake la accompagnò a prendere le sue cose nella stanza del piccolo albergo dove aveva pernottato fino a quella mattina, poi andarono insieme alla stazione e fecero colazione in un piccolo bar.
« Il tempo di licenziarmi e di fare i bagagli, e sarò da te.» promise lui quando il treno arrivò.
Lei lo baciò per l’ ultima volta.
« Ci conto.»
Si separò da lui lasciandogli un biglietto in mano. Quando oltrepassò le porte del vagone, si voltò e lo salutò con la mano. Jake fece altrettanto mentre il treno cominciava a muoversi.
Dopo pochi minuti, Susan era scomparsa insieme al treno.
Andò nella zona per fumatori e si accese una sigaretta.
Avrebbe dovuto essere al lavoro entro un quarto d’ ora, ma sapeva che non ce l’ avrebbe mai fatta ad arrivare in tempo.
“Poco male”, si disse. Tanto aveva intenzione di licenziarsi comunque.
Finita la sigaretta uscì dalla stazione, e vide l’ ultima cosa che si sarebbe aspettato di vedere.
Mary Goodwith stava uscendo dallo stesso bar dove poco prima lui e Susan avevano fatto colazione, ad una ventina di metri di distanza dalla stazione. Era ben vestita e rideva. La porta del bar si aprì nuovamente, e Jake si accorse che in realtà quella era stata la penultima cosa che si sarebbe mai aspettato di vedere.
Un uomo raggiunse Mary e la baciò appassionatamente. Era leggermente attempato e i capelli ricci, un tempo castani, cominciavano a presentare delle striature bianche. Nonostante lo vedesse tutti i giorni, Jake faticò a riconoscerlo senza la sigaretta.
Gordon Healin aprì la porta della sua macchina e fece entrare Mary per poi mettersi al volante. Jake rimase come pietrificato per diversi minuti, mentre prendeva atto di quello che aveva appena visto. Nel frattempo i due amanti se ne erano già andati.
Nonostante avesse già fatto colazione, Jake tornò nel bar e ordinò un caffé, ticchettando nervosamente con le dita sulla sua gamba. Una volta servito, bevve lentamente, poi posò la tazzina sul bancone e pagò il conto. Ringraziò ed uscì, infine prese il biglietto da visita di Morgan Yuleson e digitò il numero dal suo cellulare.

La voce che rispose al posto del detective lo informò che il numero selezionato era inesistente. A momenti Jake non scagliò il cellulare contro il muro. Se lo mise in tasca e chiamò un taxi, fumando mentre aspettava.
Avrebbe potuto prendersi una multa per aver acceso una sigaretta lì, ma sarebbe stata una multa bassa e lui era nervoso. Al diavolo i Restauration!
Quando il taxi arrivò, chiese di essere portato alla centrale di polizia.
Ci mise un quarto d’ ora ad arrivare, un quarto d’ ora in cui guardò sempre fuori dal finestrino senza davvero vedere quello che gli passava davanti agli occhi.
Healin.
Tamburellò nervosamente con le dita sullo sportello per tutto il tempo.
Una volta sceso, pagò il tassista e corse verso l’ entrata della stazione di polizia.
L’ ingresso era una sala ampia, alle pareti della quale pendevano stemmi, riconoscimenti e quadri. Jake la attraversò e raggiunse il banco dietro al quale stavano due giovani segretarie che in quel momento fissavano gli schermi dei loro computer.
Si rivolse ad una di loro, che sfoderò un sorriso a trentadue denti e gli chiese come poteva aiutarlo.
Lui chiese di parlare con il detective Morgan Yuleson. Il sorriso della segretaria si restrinse di qualche dente, e la giovane donna si rivolse alla collega per chiederle se sapeva niente di uno che si chiamava così.
L’ altra segretaria scosse il capo e cominciò a battere sulla tastiera. Ci mise un paio di minuti. Finita la ricerca, osservò il risultato per qualche secondo, poi si rivolse a Jake e disse lentamente: « Mi dispiace, signore, ma non c’ è nessun detective che risponda a questo nome né in questo né negli altri due distretti di questa città.»
« Al diavolo Yuleson, mi basta parlare con chiunque possa aiutarmi. So chi è il colpevole dell’ omicidio di Simon Goodwith.»
Healin.
La segretaria n.1 si fece d’ un tratto seria ed afferrò la cornetta del telefono. Digitò un numero ed attese per qualche secondo.
« Janette, sono Kathleen.» disse quando ottenne risposta. « C’è un signore qui che afferma di conoscere dei dettagli riguardo all’ omicidio di...»
« Simon Goodwith...» le ricordò Jake.
« Sì, Simon Goodwith. C’ è qualcuno che possa venire giù ad ascoltare la sua deposizione? Come?»
Kathleen la segretaria fissò Jake mentre sentiva quello che Janette aveva da dire. Il suo sguardo diventava sempre più cupo.
« È già il terzo questa settimana.» commentò acida, prima di aggiungere: « Scusa per il disturbo. Ci vediamo dopo.»
Riattaccò, e tornò a guardarlo negli occhi.
« Molto divertente.» disse. « Ora se ne vada.»
Jake era sempre più spaesato.
« Cosa succede? Sono il terzo di cosa?»
« Non c’è nessun caso aperto di omicidio in cui la vittima si chiami Simon Goodwith.» lo informò Kathleen.
« Cosa?»
« Mi ha sentito.»
« Ma... non è possibile! Ho visto il suo cadavere... sono stato al suo funerale...» mormorò Jake. « La prego, controlli meglio, ci deve essere una svista! Ho pianto sulla sua tomba! Ho consolato sua moglie! »
Purtroppo commise l’ errore di sporgersi velocemente verso di lei, e la segretaria n.2 si allarmò e chiamò una guardia. Quando questi arrivò, Jake non oppose resistenza e lo seguì verso l’ uscita, stordito e confuso.

« Sei in ritardo.» lo apostrofò Healin quando arrivò. In bocca aveva di nuovo una sigaretta, quasi a dire che tutto andava bene e che non c’ erano novità.
« Tu.» ringhiò Jake. « Sei stato tu...»
L’ espressione spavalda di Healin scomparve.
« Che ti prende?» domandò questi, brusco.
« Ti ho visto stamattina con Mary!» sbraitò Jake, puntandogli un dito contro.
Si aspettava che dalla faccia che avrebbe fatto Healin la verità si sarebbe manifestata, ma il suo capo assunse solo un’ espressione confusa.
« Cosa cazzo vai dicendo? Non conosco nessuna donna di nome Mary.»
« Sei stato tu ad uccidere Simon Goodwith!»
Intorno a loro si era radunata una folla di operai incuriositi. Healin li guardò uno per uno, poi strinse gli occhi e domandò, tagliente: « Ti ha dato di volta il cervello?»
« Signori, avete davanti a voi un assassino!» esclamò Jake, assumendo il tono di un presentatore televisivo e movendo qualche passo all’interno del cerchio di persone che si era formato intorno a loro due.
Si fermò all’ improvviso e fissò Healin dritto negli occhi.
« Come hai potuto? Un uomo così buono...»
« Ora mi sono stufato, Norton. Fila al tuo posto o hai chiuso con questo lavoro!» scattò Healin.
Jake scoppiò a ridere.
« Ah, il lavoro! Questa è buona!» esclamò, e spalancò le braccia. « Sono io che mi licenzio! Un lavoro di merda, fatto per una persona di merda!»
« Vattene immediatamente!»
« NO!» gridò Jake, improvvisamente tornato serio. « Io non mi muovo da questo cazzo di posto! Fino a pochi giorni fa l’ unica, dico, l’ unica persona capace di non farmi sentire un fallito era Simon e tu lo hai ucciso! Tu, tu... tu sei la causa di tutto, pezzo di merda. Tu, che sei l’ emblema e l’ immagine del mio fallimento!»
« Stai delirando. Quest’ uomo è pazzo, qualcuno lo porti via.»
Jake non ci vide più.
« Figlio di puttana!» gridò, e si scagliò contro di lui colpendolo con un destro.
La sigaretta di Healin volò via dalla bocca del proprietario per cadere a terra, rimbalzando lievemente. Jake lo stese con una ginocchiata ed un ultimo colpo sul naso, poi gli altri operai accorsero e lo fermarono.

L’ ultimo ricordo che ho di Healin  è quello di lui che ansima, steso a terra, guardandomi con rabbia mentre gli altri mi portano via, il volto macchiato di sangue.
Scrivo dalla clinica psichiatrica di Red Hill, e non so per quanto tempo dovrò rimanerci. Ieri è venuta a trovarmi una persona. Non saprei dire quali emozioni ho provato quando l’ ho visto entrare e venirmi incontro.
Forse avrei dovuto essere sorpreso, forse avrei dovuto mostrare indifferenza perché, da qualche parte dentro di me, l’ avevo sempre saputo...
Lui arriva scortato da un’ infermiera, mi guarda a lungo e io ricambio il suo sguardo, poi si avvicina e mi saluta. La sua pelle è abbronzata dopo i giorni di vacanza trascorsi al mare.
“Ciao, Jake”. La sua voce è profonda e grave, non saprei dire se dal tono mesto o di incoraggiamento.
“ Ciao, Simon” rispondo io, con la voce più piatta che abbia mai sentito.
“ Mi dispiace.”
Ora ricordo perfettamente i saluti la sera prima che Simon e Mary se ne andassero in vacanza, i discorsi sul fatto che un suo conoscente gli aveva parlato di un liceo dove serviva un professore di Letteratura, le risate prima di separarsi. È stato vedendo quei due allontanarsi che due parole mi sono balzate in testa: Restauration Party.
Immaginazione. Pazzia. Il confine è stato varcato da una mente che era stanca della monotonia di tutti i giorni.
Non so più cosa pensare. Quand’ è che il mio cervello ha cominciato a creare una realtà tutta sua?
Niente, niente di quello che ho vissuto negli ultimi giorni era reale... dalla morte di Simon all’ esistenza del Restauration Party.
Solo ora mi rendo conto che questo partito immaginario e le sue imposizioni erano solo il modo di una mente debole e malata per accettare di non aver mai fatto le cose che mi facevano sentire vivo. È molto più facile accettarlo, quando hai una serie di leggi rigide che ti dicono cosa fare. Puoi non approvarle, puoi odiarle, ma comunque quelle leggi ci sono, e giustificano la tua nullafacenza.
Il ragazzo che scioperava in Flower Square, il detective Yuleson, la relazione fra Healin e Mary. Tutto, tutto questo era solo un tentativo di rendere la mia vita vagamente interessante, l’ esplosione di un bisogno interiore di qualcosa di nuovo, qualcosa che interrompa la routine di tutti i giorni.
Ho provato a chiamare Susan. Mi ha risposto una donna che non conoscevo.
« Salve, mi chiamo Jake Norton. Vorrei parlare con Susan, se è possibile.» ho chiesto.
« Mi dispiace, deve aver sbagliato numero.» mi ha risposto la donna.
« No, no. Il numero è questo. Era con lei che dovevo parlare.»
« Mi scusi, non la capisco.»
« Neanche io. Ma le auguro comunque una buona giornata e, perché no?, un’ intera vita felice.» ho detto, sorridendo come un idiota con la cornetta del telefono appoggiata contro l’ orecchio.
Lei è rimasta interdetta, poi l’ ho salutata e ho riattaccato. Ho pianto per giorni. È stato come perdere una persona reale che amavo davvero. Ma dovevo farlo. Avevo scoperto di essere pazzo: ora non mi restava che andare fino in fondo per poi riemergere. È stato come togliersi un dente.
La verità è che io sono un fallito. Ho avuto bisogno del Restauration Party  per far fronte a questa consapevolezza che da dentro non faceva che divorarmi. Ho avuto bisogno di questa esplosione finale per capirlo veramente.
Ho avuto bisogno di Susan per riscoprire i miei desideri.
Mi hanno prescritto pillole su pillole. Spero solo di potermene andare presto da qui. In questi pochi giorni mi sono di nuovo sentito vivo. Non importa se era falso, se era tutta immaginazione: non stavo così da anni. Voglio che il cuore mi batta nuovamente come  batteva quando immaginavo Susan accanto a me, e noi due seduti sulle panchine di Jimson Square. Voglio trovare una persona con cui invecchiare, una persona reale. Voglio meritarmi la felicità.
Da qualche parte, in un mondo che per troppo tempo gli è sembrato grigio e triste, Jake Norton vive.

Michele Giuli

Mi scuso per il ritardo nella pubblicazione di questo post. Credevo di essere riuscito a programmare la sua pubblicazione automatica, avendo già previsto che questo giovedì sarebbe stato difficile riuscire a connettermi di persona per pubblicarlo, ma il mio tentativo è fallito.
Comunque... siamo giunti alla fine di questo racconto!!! :) Lo cominciai più di un anno fa in un bar a Fermo (FM), mentre aspettavo che arrivasse l'ora di incontrarsi con gli altri membri del gruppo in cui suonavo allora per andare a provare. Il gruppo si chiama Infinito -9 e, se volete, QUI c'è la loro pagina facebook, dove è possibile ascoltare le canzoni registrate in due anni di attività.
Ai tempi, non avendo né una macchina, né la patente per guidarla, dovevo prendere la corriera, facendo un giro assurdo e arrivando con diverso anticipo. Una sera, dopo una cena veloce al solito bar all'inizio del centro storico di Fermo, uscii per fumare una sigaretta e, guardando la strada, mi venne l'ispirazione per le prime righe, che buttai subito giù. Il tempo di arrivare all'annuncio della morte di Simon, e decisi che sarebbe stata la prima storia che avrei scritto per il progetto dell'antologia di racconti a quattro mani iniziato con Lorenzo Vargas, di cui ho parlato nel primo post di questo blog. Il tema è, ovviamente, l'Immaginario, la capacità della mente di creare mondi e realtà paralleli e più o meno alternativi, di inventare nuove storie e persone. E' un'arma a doppio taglio, come scoprirà Jake Norton.
Poco tempo fa, mi è stato fatto notare che questo personaggio condivide il cognome del protagonista di "Fight Club", il quale vive una vicenda simile. Giuro che non mi ricordavo di questo particolare!
Cosa ne pensate di questa storia? Come vi è parso il finale? Avete colto qualche aspetto che magari non avevo considerato mentre la scrivevo (il bello di qualsiasi opera è che può venire interpretata in mille modi, nessuno dei quali è per forza giusto o sbagliato)?
Tutto questo potete scriverlo nei commenti, che sono sempre ben accetti, qualsiasi cosa contengano.
Detto questo, vi ringrazio nuovamente per aver seguito questo blog fino alla fine del primo racconto in esso pubblicato, e vi saluto sperando che continuiate a farlo.
Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto. Questa volta, posso dirlo in anticipo senza rovinare nessuna sorpresa, il tema di fondo è: l'Amore.
A presto!!! :)


giovedì 29 agosto 2013

Racconto: "Il profumo della felicità" - parte 2


La sera dopo Jake uscì a fare quattro passi. Poco prima di andarsene di casa, aveva selezionato istintivamente il numero di Simon dalla rubrica del cellulare per chiamarlo... ancora non riusciva a capacitarsi della sua morte.
Chi lo aveva ucciso?
Questa domanda lo aveva tormentato tutta la notte, e quella mattina al lavoro.
Si ritrovò a camminare lungo Flower Street, dove all’insaputa di quel nome non c’era un singolo fiore. Era una via molto ampia, collegata da un grande ponte a J. Hoffman Square. Agli angoli della via vi erano due piccole fontane. All’entrata del ponte, sopra un mucchio di bancali accatastati alla bell’e meglio, un giovane studente dai folti capelli ricci sosteneva: « Le nuove riforme volute dall’attuale governo non fanno altro che toglierci gli ultimi residui della nostra libertà! Ci stanno togliendo tutto davanti ai nostri occhi, ma abbiamo troppa paura opporci a questo scempio!»
La gente gli passava davanti come se niente fosse, fingendo che lui non esistesse.
Jake lo guardò con occhi pieni di terrore. “Vattene, idiota!” pensò.
Era successo tutto dieci anni prima. Le elezioni erano state vinte dal Restauration Party, ma il risultato era ovvio da molto prima. Non era stato il crollo in borsa. Non era stata la criminalità emergente. Non erano stati gli attacchi terroristici. No: per giungere a tutto quello, c’ era stato bisogno che alle cose precedenti si mischiasse il senso di impotenza e la crisi di identità della gente.
Diciamocelo: quando ogni giorno il telegiornale trasmette la notizia di un omicidio diverso, non vi sentite tristi? Quando siete bombardati dalla consapevolezza della violenza intorno a voi, non vi sentite impotenti? Quando non sapete come arrivare a fine mese, non sentite il bisogno di un cambiamento?
E così era stato. Per mesi i telegiornali avevano portato alla disperazione gli ascoltatori riportando (e gonfiando) i casi di cronaca nera, le tasse erano aumentate e dei gruppi terroristici avevano fatto esplodere bombe nei luoghi pubblici. Erano stati giorni di paura, in cui diverse persone avevano cominciato a desiderare qualcosa che gli desse una sicurezza e proprio allora, come il deus ex machina, il Restauration Party era uscito allo scoperto. Questi eminenti signori davano la colpa di tutto alla decadenza dei tempi,  alle leggi troppo permissive e all’eterodossia che regnava sovrana degradando la società, un tempo perfetta. Offrivano un pacchetto di identità alle persone insicure, e a molti era sembrata una buona idea. Inutile dire che all’inizio ottennero un grande successo. Dopo poco tempo i più cominciarono a capire che si erano fabbricati da sé la loro gabbia, ma ormai i membri del Restauration Party erano al potere e nessuno poteva più fermarli. Resero il loro dominio stabile attraverso l’uso della forza e della repressione, ed ora erano ancora lì anche se il loro periodo al governo era passato da tempo, almeno secondo la vecchia legislazione.
Quel ragazzo stava rischiando la vita. O forse no. Non si aveva mai notizia di scioperanti morti, ma in compenso ogni tanto qualche nome spariva dall’archivio anagrafe. Jake provò un’improvvisa tristezza. Si chiese quanto avrebbe rischiato se fosse stato visto a parlare con quel ragazzo. Quanto avrebbe voluto tentare di convincerlo a scappare prima che arrivasse la polizia!
Con molta amarezza, voltò i tacchi e mosse qualche passo quando...

« Ciao!»
La voce giunse da lontano. Jake si voltò e vide Susan Marlow, la cugina di Simon che aveva conosciuto al funerale.
La giovane donna lo raggiunse e sorrise mentre tentava di ricordare il suo nome.
« Jake Norton, dico bene?» domandò, sollevando un’indice.
« Proprio io.» confermò Jake.
« Abiti qui vicino?»
« Più o meno. Non ne potevo più di stare in casa, e sono uscito.»
« Da solo?»
Jake annuì amaro.
« Già.»
Susan comprese e si coprì la bocca.
« Scusami.» disse e distolse lo sguardo.
« Non ti preoccupare.»
Susan mosse qualche passo e guardò il cielo.
« Dopo il funerale avrei dovuto tornare a casa.» iniziò a raccontare. « Ma l’idea di dover aspettare la settimana che mi separa dall’inizio del mio periodo lavorativo in quel paesino di campagna mi spaventava troppo. Posti del genere non sono fatti per quando si è tristi. Sentivo il bisogno di distrarmi, quindi ho prenotato una camera d’ albergo per trenta dollari a notte e sono rimasta.»
Si infilò le mani in tasca e guardò in basso.
« La solitudine, però, è sempre la stessa.» concluse, accennando un sorriso mesto.
«««««
« Vivi da sola?» domandò Jake.
« Sì, da quasi un anno.»
« Prima stavi con i tuoi genitori?»
Susan scosse il capo.
« No. Convivevo con il mio fidanzato.» disse e sospirò. « Non è finita bene. Stare da sola mi ha aiutato molto in quel periodo e ti dirò: in genere mi piace. Solo, sembra che non abbia mai imparato a dosare la solitudine. A volte è solo un peso... come ora.»
« Beh, a questo si può rimediare.» disse Jake. « Vieni con me.»

Dieci minuti dopo stavano varcando la soglia del Keenan’s, un pub che Jake frequentava da ragazzo. Era un locale ben illuminato e affollato, composto da due stanze. Le pareti interne erano rivestite di legno, e da esse pendevano diversi quadri con immagini pubblicitarie riguardanti la birra, aforismi sull’alcool e, all’entrata, una testa d’ alce. Su un angolino era allestito un piccolo palchetto con sopra una batteria e dei microfoni, per quando si organizzavano serate musicali. Le casse appese al soffitto diffondevano un brano di una band che Jake non conosceva. La musica moderna, ovvero gli unici generi musicali tollerati dal Restauration Party, non gli piaceva per niente.
« Hai voglia di qualcosa?» domandò Jake e Susan annuì.
« Prendo volentieri una birra.»
Andarono a sedersi ad un tavolo, e poco dopo un cameriere giunse per prendere le ordinazioni.
« È carino qui.» disse Susan quando se ne fu andato.
« Venivo qui con Simon e i ragazzi del nostro gruppo, diversi anni fa.»
« E ora?»
« Non ci riuniamo da anni. Sono andati via tutti quanti: due si sono sposati con ragazze di un altro stato e hanno cercato casa lì vicino, uno è andato a fare il giornalista a Washington e un altro si è spinto fino in Europa.»
« È un peccato. Che effetto ti fa guardare indietro, ora?»
« Non lo so... è come se quelli fossero tempi felici che non torneranno più. Da un paio d’anni a questa parte la mia vita è davvero monotona.»
« Come mai?»
Jake si grattò la nuca.
« Non saprei... Quando venivo qui avevo un sacco di aspirazioni, e ora mi ritrovo a fare l’ operaio a tempo determinato. Non ho realizzato niente di quello che volevo, e quello che mi piaceva, beh, ho smesso di farlo da un sacco di tempo. Non ho una relazione da anni, e vivo da solo in un appartamento sempre più piccolo e sempre più triste. Tutti i miei amici si sono sistemati e stanno bene da qualche parte lontano nel mondo, e io rimango qui a marcire.»
« Beh, riprenditi!» disse Susan con tranquillità.
« È impossibile.» ribatté Jake.
« Perché?»
« Tutte le cose che desideravo, o la maggior parte, sono state inserite nell’ indice delle Cose Immorali»
L’espressione sulla faccia di Susan cambiò all’improvviso, e la donna annuì tristemente.
« Capisco.» disse semplicemente, poi, guardandolo negli occhi, esclamò: « Jake, mi dispiace!»
Arrivarono le birre, e Jake bevve immediatamente un lungo sorso dalla sua.
« Non ti preoccupare. Ormai ci ho fatto l’ abitudine.» disse, poggiando il bicchiere sul tavolo. « Parliamo di te ora. Non so niente sul tuo conto. Da dove vieni? Cosa fai nella vita?»
Susan si passò una mano fra i capelli e disse di venire da un paesino a trecento miglia da lì chiamato Little Avenue, e di essere una maestra d’ asilo.
« Ma non per molto.» aggiunse
« Come mai?»
« Sono costretta ad educare i bambini secondo il Codice Etico. È la cosa che odio di più!» esclamò Susan, alzando lievemente il tono della sua voce. Si accorse dell’errore commesso e si mise una mano davanti alla bocca.
« Sono costretta a sgridarli se disegnano qualcosa che non è presente sulla lista delle cose disegnabili dai bambini. Ti faccio un esempio: sai che a quell’età raffigurano le cose in modo molto impreciso, no? Ebbene: una volta una delle mie alunne ha disegnato un uomo con un buffo taglio di capelli, e il preside mi ha costretto a ricordarle che una persona così nella realtà si sarebbe presa una multa. Ma questo è il minimo!»
Bene! Anche lei era contraria al Codice Etico. Bueno, muy bueno!
Passarono i successivi venti minuti a dirsi a vicenda le cose che odiavano di più della società di quel periodo. Jake le parlò di tutti i suoi sogni, di quello che avrebbe voluto fare e di quello che non si sarebbe mai immaginato che avrebbe fatto, e lei le raccontò della sua infanzia nel piccolo paesino dove aveva finito per fare la maestra. Ancora un po’, ed erano arrivati a scambiarsi i numeri di telefono.
Forse furono i bicchieri di birra che continuavano ad accumularsi sul tavolo, forse fu il fatto che si trovavano d’ accordo su quasi tutto, forse fu il modo in cui lei sorrideva di solito... fatto sta che dopo un po’ Jake cominciò a sospettare che Susan gli piacesse.
Pagarono e uscirono. Quello che successe dopo fu pura magia. Si trovava davvero bene con Susan, bene come non era stato da anni, e la sua sola vicinanza lo faceva stare meglio.
Poco dopo passarono di nuovo a Flower Street. Susan doveva attraversare il ponte per tornare a casa, e si fermarono per salutarsi.
Il giovane studente era scomparso. Jake sperò con tutto il cuore che fosse andato a casa, e mentre guardava il fiume scorrere sotto il ponte fu percorso da un brivido.
« Sono stata bene stasera.» disse Susan, sorridendo nel modo che lo aveva fatto impazzire per tutto il tempo che aveva trascorso con lei.
« Anche io.» disse lui e cercò di sorridere allo stesso modo, ma ottenne solo di sentirsi un idiota.
Per qualche secondo rimasero in silenzio, ognuno aspettando che l’altro dicesse qualcosa, e alla fine Susan lo salutò e se ne andò.
Jake la fissò allontanarsi per un po’, poi si voltò e proseguì per la sua strada.
Si sentiva leggero come non si sentiva da anni. Si sentiva felice come non era da anni. Si sentiva vivo.
Che si fosse di nuovo innamorato? Proprio nel momento in cui meno se lo aspettava, proprio quando gli serviva di più!
Aveva voglia di andare a casa saltellando. Forse il giorno dopo si sarebbe svegliato e non avrebbe provato niente, ma che glie ne importava, se ora era così felice? Gli sembrava di volare.
Prese le chiavi ed aprì la porta. Aveva già cominciato a calmarsi, e salì le scale con calma finché non giunse al suo appartamento.
Non appena entrò, sentì che quell’aria lo opprimeva. Aveva mentito, prima. Non aveva detto a Susan il vero motivo per cui si era lasciato andare, tanti anni addietro.
”Forse non merito neanche lei”, pensò fra sé e sé, ma poi scosse il capo e sussurrò al vuoto: “’Fanculo!”. Aveva passato troppo tempo lì dentro a deprimersi per la sua vita miserabile. Aprì tutte le finestre, batté su tutto quello che trovava come se volesse togliere la polvere, sventolò la tovaglia e cambiò le coperte del suo letto. Voleva liberarsi di tutti quegli atomi di infelicità che si erano accumulati durante gli anni.
Quando ebbe finito, si sentì leggermente soddisfatto.
Si infilò nel letto e si addormentò quasi subito.

Il giorno dopo si svegliò pensando a Susan. Quel pensiero gli dette forza durante tutte le ore di lavoro. Una volta tornato a casa, si fece una doccia veloce e si vestì con gli abiti più belli che trovò nell’armadio.
Prese il telefono e compose il numero che Susan gli aveva scritto su un biglietto, ma ebbe una brutta sorpresa. Il numero risultava inesistente.
Fissò per diverso tempo il suo cellulare, incredulo.
“Che significa?”
Sconsolato, si preparò la cena cucinando le prime cose che trovò nella dispensa tenendo il cellulare in tasca, sperando di sentirlo squillare da un momento all’ altro, ma l’ apparecchio si ostinava a rimanere muto.
Passò un’ora. Ne passò un’altra.
Alla fine aveva perso ogni speranza. Forse vedersi due volte in due giorni era troppo, forse quella sera lei non aveva voglia di uscire. Probabilmente sperare che lei lo chiamasse per incontrarsi anche quella sera era stato troppo pretenzioso da parte sua.
Dopo un po’ decise di leggere un libro, ma quando vide che ogni due o tre righe si distraeva lo ripose insieme agli altri e fissò il letto. La voglia di uscire gli era totalmente passata.

« Jake!» lo chiamò lei.
Ancora una volta a Flower Street, ancora una volta lei era comparsa dal nulla.
« Ehi, ciao!» esclamò lui, raggiungendola quasi di corsa.
« Ancora una volta da solo?»
« Come sempre.» rispose Jake, indeciso se rivelarle o no che aveva provato a chiamarla. « Cosa ci fai qui?»
« La stessa cosa che facevo ieri. Passeggio... ancora una volta da sola.»
Il momento era perfetto. Jake sentì che se non tentava ora lo avrebbe rimpianto.
« Ti andrebbe di camminare insieme? Posso farti vedere i bei posti che conosco.» propose.
Ancora quel magnifico sorriso!
« Mi piacerebbe molto.» rispose Susan.

Camminarono fino a Jimson Square.
Ancora quella magia, ancora quella sensazione di leggerezza! Jake era l’ uomo più felice del mondo.
Jimson Square era piccola. Ai lati c’erano degli alberi e qualche panchina. La statua di un cavallo impennato adornava il centro, altrimenti spoglio. Intorno alle panchine, delle piccole aiuole. Su un lato c’era una chiesetta con una torre alta e stretta. Le campane erano state rimosse e sostituite da degli altoparlanti che ogni ora trasmettevano la stessa musica, facendo tornare per un minuto in quel posto nel bel mezzo di una città ultramoderna i suoni di cento anni prima. Non era esattamente come tornare indietro nel tempo, ma a Jake piaceva sentire la registrazione campionata delle campane che suonavano nei pomeriggi che da piccolo passava a giocare in quel posto.
« È carino qui.» disse Susan, guardandosi intorno.
C’era solo qualche passante occasionale. Jake e Susan si sedettero su una delle panchine.
« Da piccolo venivo qui a giocare.» raccontò Jake.
« Che cosa facevate?»
« Da piccoli giocavamo a rincorrerci, poi venne il periodo dei videogiochi. Ci sedevamo su queste panchine con le nostre consolle e ci collegavamo per fare partite insieme finché non si faceva buio. Per anni abbiamo passato così i nostri pomeriggi. Poi sono arrivati i giorni delle passeggiate insieme e le serate delle uscite nei locali notturni, e abbiamo finito per ritrovarci al pub ogni sera finché tutti non se ne sono andati. Siamo rimasti io, Simon, e un paio di conoscenti che incontravamo occasionalmente.»
« E nessun altro?»
« Ogni tanto Simon portava con se Mary, che a sua volta invitava qualche amica per cercare di farmi attaccare bottone con qualcuno.»
« È strano come cambi la gente crescendo, vero?»
« In che senso?»
« Non riesco ad immaginarti che giochi ai videogames seduto qui.»
Jake ridacchiò.
« Non ti sembra che crescendo si perda la capacità di iniziativa che si aveva un tempo? Voglio dire: quando eravamo più piccoli ogni cosa qui intorno diventava parte di un nuovo modo di giocare... di divertirsi. Da piccoli si gioca sempre, in qualunque modo ti venga in mente mentre da grandi si finisce per passare tutte le sere nel solito locale con un altrettanto solito boccale di birra, o meglio, con tanti soliti boccali di birra.»
« Questa tua propensione all’alcool non ti fa bene.» disse Susan, ma il suo tono era scherzoso.
« Senti chi parla! Quelle due pinte sul tavolo ieri sera non erano mie!» ribatté Jake fingendosi offeso, e la risata argentina di Susan riempì la piazza.
« Comunque è vero. Lo vedo sempre con il mio lavoro, ma credo che sia dovuto solo al fatto che si cercano cose differenti a seconda dell’età. Dovresti imparare a cercare nuovi modi di essere felice con la stessa caparbietà di quando eri bambino.»
Jake la guardò e sentì che Susan era la donna della sua vita.
« Quando tornerai a casa?» domandò.
« Fra due o tre giorni.»
Jake annuì e dondolò leggermente la testa, sconsolato.
« Peccato.» commentò.
« Perché?»
Tre giorni. Tre giorni al massimo per vivere il suo nuovo amore. Al diavolo la cautela, doveva essere rapido!
« Perché con te sto molto bene.» le confessò. « Ieri sono tornato a casa felice come non ero da anni.»
Aspettò di vedere il viso di lei che assumeva un’espressione di imbarazzo mentre si alzava e lo salutava per tornare a casa, ma dopo un po’ vide che lei sorrideva.
Il tempo sembrò fermarsi.
« Vieni qui.» disse dolcemente Susan, e lentamente la sua bocca si avvicinò a quella di Jake.
Nei giorni a venire, Jake non sarebbe stato capace di ricordare con precisione quello che provò mentre le loro labbra si toccarono, ma per quanto confusa potesse essere la sua memoria, non dimenticò mai quanto fu bello. Si abbracciarono, e le narici di Jake furono pervase dal profumo di lei. Quel profumo... doveva essere per forza l’ odore della felicità.

Cosa ci trovava in lui? Jake si lambiccò su questa domanda per diverso tempo, mentre si rigirava nel letto, incapace di dormire per l’ euforia. Che cosa aveva visto Susan in quell’uomo brutto e malinconico?
E poi... come era potuto succedere tutto così in fretta?
Che fosse la volta buona? Che avesse trovato la donna della sua vita?
Il pensiero lo fece sorridere, e quando finalmente si addormentò la sua espressione era serena.

E siamo giunti così al secondo appuntamento con questo blog. Come vi sembra "Il profumo della felicità"? Cosa ne pensate di come la storia si sta sviluppando, di come è scritta, ecc? Quale pensate possa essere il colpo di scena a cui si assisterà nella terza, e ultima, parte di questo racconto? Considerazioni, supposizioni, giudizi (speriamo positivi), insulti all'autore... tutto questo e altro ancora è ciò che da un senso al box dei commenti che potete trovare qui sotto, quindi: sbizzarritevi! I vostri commenti sono caldamente desiderati, quindi non siate timidi!
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Grazie per essere arrivati a leggere anche questa piccola digressione :)
Ci vediamo giovedì prossimo per la terza parte di questo racconto!!!


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