Art Spiegelman racconta in questa fantastica graphic novel
l’esperienza di suo padre, Vladek, durante gli anni del Reich, in una storia
che comincia a Sosnowiecz, Polonia, e si conclude nei pressi di Auschwitz.
L’inizio delle persecuzioni, la sofferenza, gli orrori... e racconta anche la
storia del Vladek sopravvissuto, e del rapporto con una versione più giovane di
suo figlio, fatto di visite frequenti per farsi raccontare dei campi di
sterminio e di altrettanto frequenti incomprensioni, liti, tentativi di far
riappacificare il padre con la sua seconda moglie, Mala – o perlomeno di
evitare di far peggiorare la situazione.
I tratti semplici e incisivi della matita di Spiegelman
fanno rivivere sia il giovane Vladek che il vecchio nei capitoli di
quest’opera, senza veli, senza nascondere niente, senza nobilitare il
personaggio principale, ma raccontando le cose così come sono andate, mettendo
nel racconto tutte le sue insicurezze, i suoi sentimenti riguardo al padre e
alla madre morta suicida, dando al tutto una dimensione non idealizzata, ma umana
e autentica, che pervade ogni pagina, facendo sì che le storie raccontate
rimangano impresse nei ricordi di ogni lettore, facendolo rabbrividire,
riflettere ma anche addolcire e sorridere.
Alcuni critici hanno detto che la decisione dell'autore di disegnare i vari personaggi sotto forma di animali antropomorfizzati sia "deumanizzante" (alcuni sono stati particolarmente offesi dalla scelta di usare il maiale come animale per rappresentare il popolo Polacco), a favore di stereotipi razzisti, una scelta bigotta... che dire, a me è sembrato l'esatto contrario. Mi è sembrato che in realtà servisse proprio a far trasparire un senso di umanità. Ignoro come, ma è la sensazione che è giunta a me. Mi hanno terrorizzato molto di più le immagini di topi che camminavano verso la ciminiera di Auschwitz in questa graphic novel che tanti film in cui si sentiva chiaramente l'intento di arrivare semplicemente al risultato di strappare qualche lacrimuccia all'intellettuale di turno senza lasciargli niente, solo per sfondare al botteghino. L'autore usa le immagini per raccontare la storia, ma grazie a questa scelta, forse, ha potuto fare in modo che i lettori si concentrassero di più sul senso intrinseco di questa storia che sulla sua estetica. E visto che si dice che "La vita è bella" sia stato ispirato a Benigni proprio dalla lettura di "Maus", forse dei buoni risultati ci sono stati.

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