Ryan Murphy e la HBO uniscono le forze in questa rappresentazione cinematografica dello spettacolo teatrale di Larry Kramer.
È il 1981, e lo scrittore Ned Weeks, omosessuale dichiarato, ma
inviso alla maggior parte della popolazione gay per le sue posizioni contrarie
alla rivoluzione sessuale e alla promiscuità che vede intorno a lui, raggiunge
degli amici per una vacanza. Durante una passeggiata in spiaggia, il suo amico
Craig si sente male, e comincia ad accusare i sintomi di una strana malattia di
cui, finora, sono stati contati solo 41 membri. Si tratta di una strana forma
di cancro, e sembra che i soli casi noti siano stati riscontrati in
omosessuali. Per paura di averlo contratto a sua volta, Ned si reca dalla
dottoressa Emma, una donna costretta sulla sedia a rotelle dalla poliomielite,
che ha in cura la maggior parte dei soggetti infetti. Emma gli spiega che
sembra che questa malattia, caratterizzata da perdita di peso, gonorrea e la
comparsa di macchie sempre più vistose lungo tutto il corpo, sembra distruggere
il sistema immunitario dei portatori, facendoli morire per malattie che non
farebbero del male ad un bambino. Suggerisce anche che ci sia la rara
possibilità che si trasmetta attraverso rapporti sessuali. È la prima volta che
si sente parlare dell’AIDS.
Ned comincia ad informarsi, e cerca di mettere insieme tutti
i suoi contatti, poiché nessuno sembra interessarsi a questo problema: si è
diffusa, infatti, la convinzione che questa malattia venga contratta dai gay,
che in qualche modo però diventano infetti e da evitare ancora di più. Qualcuno
comincia a dire che sia la punizione di Dio per l’omosessualità. Il comune di New
York, e in seguito il governo, ignoreranno del tutto le richieste di aiuto da
parte della comunità gay fino al 1986.
Nel frattempo, il nuovo amore di Ned contrae l’AIDS,
rendendo lo scrittore ancora più impaziente (e incline a commettere errori) di
riuscire nella sua battaglia: far conoscere la faccenda, ispirare ricerche in
proposito, cercare delle cure.
Il film presenta alcuni dei tratti tipici delle produzioni
di Ryan Murphy, che qui copre il ruolo di regista, come il ritmo veloce dei
dialoghi. L’atmosfera allegra e un po’ sbarazzina delle sue serie, invece,
scompare del tutto in favore di lunghe inquadrature delle macchie sui corpi dei
portatori di AIDS, scene struggenti e accorate, nostalgia e riflessioni. La
sensazione che si prova a vedere questo cambiamento di stile è simile a quella
che si prova quando si vede Jim Parsons, che almeno io ho imparato a conoscere
come Sheldon Cooper, interpretare un ruolo drammatico in questo film (e farlo
più che bene).
Il film ha una partenza che avrei preferito introducesse meglio alcuni
personaggi (come quello interpretato da Parsons, appunto) e situazioni, invece
che lasciare gli approfondimenti alla seconda parte, dove comunque si rischia
di arrivare confusi riguardo agli inizi. Quando Parsons compare per la prima
volta lo si vede in due battute lampo nelle quali a malapena è inquadrato, e
rimani lì a chiederti “E questo chi è?”. Stesso per un altro personaggio che
compare dal nulla, e nel resto del film viene inquadrato una volta ogni tanto
anche se non capisci cosa ci stiano veramente dicendo le telecamere. A parte
questa partenza che mi ha un po’ deluso, questo film mi ha fatto appassionare e
riflettere, e ve lo consiglio.

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