venerdì 11 ottobre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 2


Quindici giorni dopo, tutti e cinque si presentarono all’ufficio che si occupava della direzione del Servizio Civile. Si trovava in un grande edificio in una via le cui case erano state costruite ispirandosi all’ aspetto dei vecchi palazzi delle città europee. La strada era pulita e ben tenuta, ed era piena di piccole macchie verdi, tutte con un albero o due e una rigorosa panchina. Ci mancava solo il vecchietto che leggeva il giornale con il bastone posato accanto.
L’ edificio in cui dovevano entrare era alto e imponente, dalle facciate bianche all’ interno e rosse ai lati. Le finestre erano molto grandi, così come lo era il portone e, beh, tutto il resto.
I giovani si fecero coraggio ed entrarono.
L’ ingresso era una vasta sala con pareti e soffitto il cui colore spaziava fra vari colori accesi, mischiati in modo da creare un’ atmosfera di armonia artificiale. Probabilmente la musica classica a basso volume emessa dagli altoparlanti doveva avere la stessa funzione. Dal soffitto pendeva un imponente lampadario in vetro.
In fondo all’ ingresso, accanto ad una rampa di scale, c’ era un banco di accettazione dietro il quale sedeva una donna sulla trentina. La prima cosa che si notava di lei erano i vestiti: sia la giacca che i pantaloni erano di un arancione chiaro (lo stesso colore della parete verso di lei) che si intonava bene con i suoi capelli biondi legati a coda di cavallo e alla pelle né troppo chiara né troppo scura.
Vedendoli arrivare, la donna si alzò, abbassò il capo, fece un sorriso gigantesco e disse con la voce più calma che avessero mai sentito.
« Salve, e benvenuti. In cosa posso esservi utile?»
« Stiamo cercando l’ ufficio per il Servizio Civile. Sa dirci dov’ è?» le domandò Eddie.
« Secondo piano, corridoio a destra, la terza stanza.» rispose lei ad una velocità impossibile per un normale essere umano, e i ragazzi se ne andarono tutti mugugnando dei borbottii somiglianti che nelle intenzioni erano dei ringraziamenti, a parte Steve che optò per un più comprensibile «Grazie».
Il colloquio nell’ufficio per il Servizio Civile fu semplice e breve. A Steve fu assegnato il compito di assistere gli anziani in una casa di riposo non molto lontano da lì. Ray e Billy, invece, furono mandati a lavorare alla discarica comunale. Eddie si vide assegnare il classico compito di addetto alla pulizia stradale.
Una volte concluse le necessarie formalità, i giovani se ne andarono in fretta e furia e, una volta usciti dall’edificio, andarono a fare un giro in attesa dell’incontro al centro di disintossicazione che era previsto per quel pomeriggio.
Fu una cosa allucinante. Il suddetto centro consisteva in una piccola stanza in un edificio del centro che ospitava svariate attività commerciali. Le pareti erano colorate dei colori più sgargianti che gli arredatori erano riusciti a trovare, corredate di un paio di disegni che sembravano realizzati da dei bambini di terza elementare (e guardando le intestazioni Eddie si accorse che alcuni lo erano davvero) e grosse scritte in rosso come: « Fatti un vassoio di vita, dì di no ai bomboloni!».
“Ma che cazz...?” pensò Eddie, incapace di finire la frase anche nei suoi pensieri, talmente era schifato dalla vista di cotanta ridicolaggine.
Oltre a loro, c’erano già altre due persone, un uomo di mezz’età e uno visibilmente anziano. Quest’ultimo aveva dei capelli lunghi e ondulati di un colore a tratti bianco, a volte grigiastro. Il lungo giaccone, grigio anche esso, i pantaloni di tue taglie più grandi tenuti su da una cintura nera e il maglione rosso e sbracato contribuivano a dare a quell’uomo un’aria malconcia, già perfettamente evocata dalle mani sporche dell’uomo e da quel viso che sembrava un ciocco di legno preso a colpi d’accetta, al quale il colpo di grazia era stato dato dalla barba incolta, le sopracciglia foltissime e i peli che gli spuntavano dal naso e dalle orecchie. Eddie lo trovò bellissimo. Presto si aggiunsero altri due ragazzini e una loro coetanea dall’aria guardinga che si sedettero senza dire una parola.
Nel momento esatto in cui le lancette dell’orologio segnarono le cinque e un quarto, la porta si aprì di nuovo ed entrò una donna di mezza età, bassetta, vestita elegantemente, con i capelli tinti di biondo e sistemati in una buffa acconciatura che ricordava una versione femminile di Neil Gaiman (un autore che Eddie aveva letto più volte, arrestato un decennio prima e condannato a 15 anni con accusa di incitamento all’acquisto di sostanze illegali e nocive per aver tentato di ristampare il suo libro “Fortunately, the Milk”), molto trucco sul viso pieno di rughe e degli occhioni grandi che si soffermarono su uno dei presenti. Inutile dire che, così come era stata puntualissima nell’arrivare, così lo era nel rispettare il suo peso forma.
Con piccoli passetti si diresse verso una delle sedie disposte a cerchio al centro della stanza e si sedette.
« Buon pomeriggio a tutti!» esclamò tentando di sembrare gioviale, ma aveva una voce così aspra che ottenne solo di incutere timore ai presenti.
« Io sono Agnes.» si presentò la donna « Pensavo che, tanto per cominciare, potremmo tutti presentarci a vicenda. Sarebbe un buon modo di iniziare queste sedute, considerando che dovremo stare insieme per tanto tempo e che questa stanza dovrebbe diventare un po’ come la vostra seconda famiglia, non trovate?»
Spalancò la bocca in un sorriso inquietante, che per un attimo sembrò assottigliarsi quando nessuno fra i presenti parlò. Agnes si riprese in fretta e indicò con un cenno del capo il vecchio che Eddie aveva notato quando era entrato.
« Tu, per esempio, come ti chiami? Non ti dispiace se ti do del tu, vero? Qui dentro dovremmo essere tutti amici!»
« Va benissimo! Io mi chiamo Timothy.» rispose il vecchio con aria affabile, anche se ci voleva davvero poco per riconoscere la presa in giro dietro i suoi modi.
« Bene!» disse Agnes, apparentemente senza accorgersene, poi volse il capo verso il suo vicino.
« Oscar.» si presentò semplicemente questi, e dopo di lui l’atmosfera sembrò un po’ sbloccarsi. I tre giovanissimi dissero di chiamarsi Edgar, Ron e Alice, poi toccò alla combriccola di Eddie.
Finito il giro di presentazioni, Agnes andò a prendere un proiettore posato in un angolo e tirò giù dal soffitto una tela.
« Ho pensato che fosse il caso di cominciare con il video che vi mostrerò a breve. Siete tutti d’accordo?»
Tutti annuirono – i  più senza curarsene veramente, il ragazzino che si chiamava Edgar con un po’ di timore, Timothy con un bagliore negli occhi che tradiva la ilarità che tutto ciò gli provocava e che cercava di trattenere – tranne Alice, che invece guardò Agnes dritta negli occhi con aria di sfida.
« Non sono d’accordo con il dover essere qui, si aspetta che sia d’accordo col cominciare con un patetico video che, mi faccia indovinare, non sarà diverso da quegli stupidi cartoni che ci facevano vedere alle elementari per non doverci dire tutto di persona?»
Agnes si bloccò nell’atto di sollevare il telecomando del proiettore e, senza ombra di sorpresa, squadrò Alice da cima in fondo. Alice era una ragazza che doveva avere fra i quindici e i diciassette anni, un po’ bassetta e dai fianchi larghi. Aveva un fisico abbastanza snello, le curve un po’ spigolose e la carnagione bianchissima. Lunghi capelli biondi e ondulati le incorniciavano il volto. Le sopracciglia avevano un taglio ricurvo, il naso era adunco, la bocca piccola e dalle labbra carnose. I suoi occhi verdi restavano fissi su quelli di Agnes.
« Vedi, Alice,» cominciò quest’ultima « Non importa se non ti va di stare qui. Il tribunale lo ha deciso per il tuo bene, quindi cerchiamo tutti quanti di renderci le cose più facili a vicenda, ti va?»
« Me ne fotto della decisione del tribunale. Vengo qui perché sono obbligata, ma non mi chieda di approvare quello che si farà qui dentro!»
« Alice, un linguaggio del genere mostra un davvero scarso rispetto per te stessa!» esclamò Agnes, mettendo su un’espressione sconvolta.
« Avrei uno scarso rispetto per me stessa se rimanessi impassibile davanti a tutto questo.» ribatté Alice, calmissima.
« Forse questo video sarà il primo passo per mostrarti dove sbagli, Alice.» disse Agnes, fingendosi pacata, e premette un tasto sul telecomando.
Fu un’esperienza che, nei tempi a venire, il cervello di Eddie avrebbe cancellato, etichettandola come “agghiacciante”. Il video cominciava dando un’accezione alla parola “benessere”, intendendola come “equilibrio interiore di una persona”. E fin qui tutto bene. Il problema era la degenerazione del tutto che avveniva pochi secondi dopo questo inizio. Per svariati minuti, gli sfortunati spettatori videro vecchi video risalenti a venticinque anni prima, nei quali varie persone magrissime parlavano all’obbiettivo di una telecamera di come in passato fossero infelici perché il loro corpo non corrispondeva a quello che avrebbero voluto essere. In sostanza, erano grasse e non si accettavano.
“I medici mi prescrivevano un sacco di diete, ma nessuna funzionava. Provavo a fare degli esercizi fisici, ma il mio peso non calava e per quanto potessi sforzarmi non riuscivo a cambiare. Poi, ho scoperto Lifegrass, e la mia vita è cambiata”, disse una donna bionda di mezz’età, lo sguardo che gli si illuminava mentre pronunciava le ultime dieci parole. Seguivano video di esperti che parlavano al pubblico come un’alimentazione scorretta fosse un atteggiamento più dannoso del vizio di fumare o di bere alcolici, per arrivare a dei cenni storici su come, mentre sempre più gente aveva sperimentato lo stile di vita Lifegrass e aveva percepito un miglioramento, c’era stato un enorme cambiamento sociale che aveva portato ad un cambiamento legislativo, finché i cibi del passato non erano stati messi al bando come la cocaina. Il primo era stato il latte, e su questo il filmato si soffermò per un bel po’, parlando di come in passato ci fosse la convinzione errata che tale alimento apportasse calcio alle ossa, mentre in realtà il grasso che conteneva impediva l’assimilazione della prima sostanza.
Tutto questo, per arrivare ad un finale in cui varie facce sorridenti suggerivano allo spettatore di provare Lifegrass, il tutto supportato da una musica dai toni incoraggianti che, a parere di Eddie incoronava l’oscenità di quanto era stato visto fino a quel momento.
« Dunque...» iniziò Agnes spegnendo il proiettore e riaprendo le serrande. « Ora che avete tutti visto questo video, potremmo passare a noi. Perché non stringiamo un po’ questo cerchio?»
Tutti i presenti si strinsero fra loro, e una volta soddisfatta, Agnes si rivolse ad Alice.
« Dunque, cara, potresti dirci qualcosa sul tuo conto?»
Alice sospirò.
« Mi chiamo Alice, ho sedici anni, frequento il liceo, e il resto sono affari miei.» sciorinò, e le ultime tre parole di quella frase furono la sua risposta a buona parte delle altre domande che Agnes le rivolse in seguito. Per qualche strano motivo, l’anziana signora parve prestare molta attenzione a quella giovane, che a Eddie parve la stessa mostrata dai predatori quando avvistano una preda.
Per il resto dell’incontro i presenti parlarono di sé stessi, nei limiti concessi dal tempo, poi Agnes dette loro appuntamento alla settimana successiva e li fece uscire. L’immagine di lei che li guardava andarsene, le mani giunte davanti al grembo e la testa inclinata di lato, nella penombra di quella stanza a luci spente che per l’ora non poteva più essere illuminata più di tanto dalla luce del sole che stava tramontando dietro gli edifici, aveva un che di inquietante.
Una volta usciti dall’edificio che ospitava quegli incontri, Eddie, Steve, Ray e Billy si incamminarono insieme per un tratto, scambiandosi opinioni sullo spettacolo a cui avevano assistito. Mentre Steve rimase per lo più in silenzio, limitandosi a concordare con gli altri, Ray si lanciò in commenti poco carini sull’intelligenza di Agnes. Anche Billy e Eddie condividevano le sue opinioni, ma c’era quello sguardo che entrambi avevano visto addosso alla donna mentre continuava a fare domande ad Alice... quello sguardo dava brutti presentimenti ad entrambi, ma alla fine decisero di ignorarli e etichettarono Agnes come “inoffensiva”. Non avevano ancora idea di quello che li aspettava, e non solo con Agnes.
Ray e Steve si separarono per primi dal gruppo e tornarono a casa. Eddie e Billy camminarono insieme ancora per un po’, poi andarono a bersi una luppol-frull (un altro prodotto della LifeGrass che si diceva avesse lo stesso sapore dell’antica birra) e si salutarono.
Eddie camminò da solo verso il suo condominio, le mani in tasca e la testa bassa, sebbene lo sguardo fosse sempre fisso sul punto più alto che riusciva a raggiungere. Non aveva voglia di passare tutta la serata in casa. I vicini non erano rimasti molto contenti della visita dell’antidroga. Per lo più si limitavano a guardarlo male, ma un paio di volte Eddie aveva beccato delle madri nell’atto di cingere le spalle dei loro figli con aria protettiva prima di farli girare e portarli via. La cosa lo irritava moltissimo.
Mentre camminava formulando questi pensieri, vide uno strano spettacolo. Stava passando lungo un viale abbastanza frequentato, sebbene perpendicolari ad esso vi fossero diversi vicoli privi di illuminazione e dall’aspetto per niente rassicurante, elementi, questi, che la gente di quel tempo evitava più che mai. “Ciò che è fuori, sta anche dentro”, aveva sentito quel pomeriggio durante la proiezione del video. All’angolo di un edificio abbastanza alto e grigio, sotto la luce di un lampione a pochi passi di distanza, stava un vecchio dagli abiti logori che suonava un flauto in direzione dei suoi piedi, coperti solo da dei calzini verdi, sui quali aveva montato pezzi di carta accartocciati in modo da evocare la forma di due serpenti dello stesso colore, e che ora faceva muovere in sincronia con i movimenti del suo strumento. Di fianco a lui, un cappello nero e sgualcito con qualche monetina e una banconota al suo interno, e un pezzetto di cartone che fungeva da cartellino e riportava scritto: “Il matto a pari-merito”.

Con un giorno di ritardo, ecco la seconda parte di "Un frullato per farti bella". Dietro questo racconto ci sono delle buffe esperienze, ma penso che le terrò per la didascalia dell'ultima parte (il dessert si serve a fine pasto). Cominciano, nel frattempo, a delinearsi vari aspetti che verranno approfonditi nelle prossime puntate.
Che ne pensate?

Per oggi, questo è tutto. Ci vediamo domenica per la nuova recensione.
A presto :)

---MICHELE GIULI---

Nessun commento:

Posta un commento

Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported License