Quindici giorni dopo, tutti e cinque si presentarono
all’ufficio che si occupava della direzione del Servizio Civile. Si trovava in
un grande edificio in una via le cui case erano state costruite ispirandosi
all’ aspetto dei vecchi palazzi delle città europee. La strada era pulita e ben
tenuta, ed era piena di piccole macchie verdi, tutte con un albero o due e una
rigorosa panchina. Ci mancava solo il vecchietto che leggeva il giornale con il
bastone posato accanto.
L’ edificio in cui dovevano entrare era alto e imponente,
dalle facciate bianche all’ interno e rosse ai lati. Le finestre erano molto
grandi, così come lo era il portone e, beh, tutto il resto.
I giovani si fecero coraggio ed entrarono.
L’ ingresso era una vasta sala con pareti e soffitto il cui
colore spaziava fra vari colori accesi, mischiati in modo da creare un’
atmosfera di armonia artificiale. Probabilmente la musica classica a basso
volume emessa dagli altoparlanti doveva avere la stessa funzione. Dal soffitto
pendeva un imponente lampadario in vetro.
In fondo all’ ingresso, accanto ad una rampa di scale, c’
era un banco di accettazione dietro il quale sedeva una donna sulla trentina.
La prima cosa che si notava di lei erano i vestiti: sia la giacca che i
pantaloni erano di un arancione chiaro (lo stesso colore della parete verso di
lei) che si intonava bene con i suoi capelli biondi legati a coda di cavallo e
alla pelle né troppo chiara né troppo scura.
Vedendoli arrivare, la donna si alzò, abbassò il capo, fece un sorriso gigantesco e disse con la voce più calma che avessero mai sentito.
Vedendoli arrivare, la donna si alzò, abbassò il capo, fece un sorriso gigantesco e disse con la voce più calma che avessero mai sentito.
« Salve, e benvenuti. In cosa posso esservi utile?»
« Stiamo cercando l’ ufficio per il Servizio Civile. Sa
dirci dov’ è?» le domandò Eddie.
« Secondo piano, corridoio a destra, la terza stanza.»
rispose lei ad una velocità impossibile per un normale essere umano, e i
ragazzi se ne andarono tutti mugugnando dei borbottii somiglianti che nelle
intenzioni erano dei ringraziamenti, a parte Steve che optò per un più
comprensibile «Grazie».
Il colloquio nell’ufficio per il Servizio Civile fu semplice
e breve. A Steve fu assegnato il compito di assistere gli anziani in una casa
di riposo non molto lontano da lì. Ray e Billy, invece, furono mandati a
lavorare alla discarica comunale. Eddie si vide assegnare il classico compito
di addetto alla pulizia stradale.
Una volte concluse le necessarie formalità, i giovani se ne
andarono in fretta e furia e, una volta usciti dall’edificio, andarono a fare
un giro in attesa dell’incontro al centro di disintossicazione che era previsto
per quel pomeriggio.
Fu una cosa allucinante. Il suddetto centro consisteva in
una piccola stanza in un edificio del centro che ospitava svariate attività
commerciali. Le pareti erano colorate dei colori più sgargianti che gli
arredatori erano riusciti a trovare, corredate di un paio di disegni che
sembravano realizzati da dei bambini di terza elementare (e guardando le
intestazioni Eddie si accorse che alcuni lo erano davvero) e grosse scritte in
rosso come: « Fatti un vassoio di vita, dì di no ai bomboloni!».
“Ma che cazz...?” pensò Eddie, incapace di finire la frase
anche nei suoi pensieri, talmente era schifato dalla vista di cotanta
ridicolaggine.
Oltre a loro, c’erano già altre due persone, un uomo di
mezz’età e uno visibilmente anziano. Quest’ultimo aveva dei capelli lunghi e
ondulati di un colore a tratti bianco, a volte grigiastro. Il lungo giaccone,
grigio anche esso, i pantaloni di tue taglie più grandi tenuti su da una
cintura nera e il maglione rosso e sbracato contribuivano a dare a quell’uomo
un’aria malconcia, già perfettamente evocata dalle mani sporche dell’uomo e da
quel viso che sembrava un ciocco di legno preso a colpi d’accetta, al quale il
colpo di grazia era stato dato dalla barba incolta, le sopracciglia foltissime
e i peli che gli spuntavano dal naso e dalle orecchie. Eddie lo trovò
bellissimo. Presto si aggiunsero altri due ragazzini e una loro coetanea
dall’aria guardinga che si sedettero senza dire una parola.
Nel momento esatto in cui le lancette dell’orologio
segnarono le cinque e un quarto, la porta si aprì di nuovo ed entrò una donna
di mezza età, bassetta, vestita elegantemente, con i capelli tinti di biondo e
sistemati in una buffa acconciatura che ricordava una versione femminile di
Neil Gaiman (un autore che Eddie aveva letto più volte, arrestato un decennio
prima e condannato a 15 anni con accusa di incitamento all’acquisto di sostanze
illegali e nocive per aver tentato di ristampare il suo libro “Fortunately, the
Milk”), molto trucco sul viso pieno di rughe e degli occhioni grandi che si
soffermarono su uno dei presenti. Inutile dire che, così come era stata
puntualissima nell’arrivare, così lo era nel rispettare il suo peso forma.
Con piccoli passetti si diresse verso una delle sedie
disposte a cerchio al centro della stanza e si sedette.
« Buon pomeriggio a tutti!» esclamò tentando di sembrare
gioviale, ma aveva una voce così aspra che ottenne solo di incutere timore ai
presenti.
« Io sono Agnes.» si presentò la donna « Pensavo che, tanto
per cominciare, potremmo tutti presentarci a vicenda. Sarebbe un buon modo di
iniziare queste sedute, considerando che dovremo stare insieme per tanto tempo
e che questa stanza dovrebbe diventare un po’ come la vostra seconda famiglia,
non trovate?»
Spalancò la bocca in un sorriso inquietante, che per un
attimo sembrò assottigliarsi quando nessuno fra i presenti parlò. Agnes si
riprese in fretta e indicò con un cenno del capo il vecchio che Eddie aveva
notato quando era entrato.
« Tu, per esempio, come ti chiami? Non ti dispiace se ti do
del tu, vero? Qui dentro dovremmo essere tutti amici!»
« Va benissimo! Io mi chiamo Timothy.» rispose il vecchio
con aria affabile, anche se ci voleva davvero poco per riconoscere la presa in
giro dietro i suoi modi.
« Bene!» disse Agnes, apparentemente senza accorgersene, poi
volse il capo verso il suo vicino.
« Oscar.» si presentò semplicemente questi, e dopo di lui
l’atmosfera sembrò un po’ sbloccarsi. I tre giovanissimi dissero di chiamarsi
Edgar, Ron e Alice, poi toccò alla combriccola di Eddie.
Finito il giro di presentazioni, Agnes andò a prendere un
proiettore posato in un angolo e tirò giù dal soffitto una tela.
« Ho pensato che fosse il caso di cominciare con il video che vi mostrerò a breve. Siete tutti d’accordo?»
« Ho pensato che fosse il caso di cominciare con il video che vi mostrerò a breve. Siete tutti d’accordo?»
Tutti annuirono – i
più senza curarsene veramente, il ragazzino che si chiamava Edgar con un
po’ di timore, Timothy con un bagliore negli occhi che tradiva la ilarità che
tutto ciò gli provocava e che cercava di trattenere – tranne Alice, che invece
guardò Agnes dritta negli occhi con aria di sfida.
« Non sono d’accordo con il dover essere qui, si aspetta che
sia d’accordo col cominciare con un patetico video che, mi faccia indovinare,
non sarà diverso da quegli stupidi cartoni che ci facevano vedere alle
elementari per non doverci dire tutto di persona?»
Agnes si bloccò nell’atto di sollevare il telecomando del
proiettore e, senza ombra di sorpresa, squadrò Alice da cima in fondo. Alice
era una ragazza che doveva avere fra i quindici e i diciassette anni, un po’
bassetta e dai fianchi larghi. Aveva un fisico abbastanza snello, le curve un
po’ spigolose e la carnagione bianchissima. Lunghi capelli biondi e ondulati le
incorniciavano il volto. Le sopracciglia avevano un taglio ricurvo, il naso era
adunco, la bocca piccola e dalle labbra carnose. I suoi occhi verdi restavano
fissi su quelli di Agnes.
« Vedi, Alice,» cominciò quest’ultima « Non importa se non
ti va di stare qui. Il tribunale lo ha deciso per il tuo bene, quindi cerchiamo
tutti quanti di renderci le cose più facili a vicenda, ti va?»
« Me ne fotto della decisione del tribunale. Vengo qui
perché sono obbligata, ma non mi chieda di approvare quello che si farà qui
dentro!»
« Alice, un linguaggio del genere mostra un davvero scarso
rispetto per te stessa!» esclamò Agnes, mettendo su un’espressione sconvolta.
« Avrei uno scarso rispetto per me stessa se rimanessi
impassibile davanti a tutto questo.» ribatté Alice, calmissima.
« Forse questo video sarà il primo passo per mostrarti dove
sbagli, Alice.» disse Agnes, fingendosi pacata, e premette un tasto sul
telecomando.
Fu un’esperienza che, nei tempi a venire, il cervello di
Eddie avrebbe cancellato, etichettandola come “agghiacciante”. Il video
cominciava dando un’accezione alla parola “benessere”, intendendola come
“equilibrio interiore di una persona”. E fin qui tutto bene. Il problema era la
degenerazione del tutto che avveniva pochi secondi dopo questo inizio. Per
svariati minuti, gli sfortunati spettatori videro vecchi video risalenti a
venticinque anni prima, nei quali varie persone magrissime parlavano
all’obbiettivo di una telecamera di come in passato fossero infelici perché il
loro corpo non corrispondeva a quello che avrebbero voluto essere. In sostanza,
erano grasse e non si accettavano.
“I medici mi prescrivevano un sacco di diete, ma nessuna
funzionava. Provavo a fare degli esercizi fisici, ma il mio peso non calava e
per quanto potessi sforzarmi non riuscivo a cambiare. Poi, ho scoperto
Lifegrass, e la mia vita è cambiata”, disse una donna bionda di mezz’età, lo
sguardo che gli si illuminava mentre pronunciava le ultime dieci parole.
Seguivano video di esperti che parlavano al pubblico come un’alimentazione
scorretta fosse un atteggiamento più dannoso del vizio di fumare o di bere
alcolici, per arrivare a dei cenni storici su come, mentre sempre più gente
aveva sperimentato lo stile di vita Lifegrass e aveva percepito un
miglioramento, c’era stato un enorme cambiamento sociale che aveva portato ad
un cambiamento legislativo, finché i cibi del passato non erano stati messi al
bando come la cocaina. Il primo era stato il latte, e su questo il filmato si
soffermò per un bel po’, parlando di come in passato ci fosse la convinzione
errata che tale alimento apportasse calcio alle ossa, mentre in realtà il
grasso che conteneva impediva l’assimilazione della prima sostanza.
Tutto questo, per arrivare ad un finale in cui varie facce
sorridenti suggerivano allo spettatore di provare Lifegrass, il tutto
supportato da una musica dai toni incoraggianti che, a parere di Eddie
incoronava l’oscenità di quanto era stato visto fino a quel momento.
« Dunque...» iniziò Agnes spegnendo il proiettore e
riaprendo le serrande. « Ora che avete tutti visto questo video, potremmo
passare a noi. Perché non stringiamo un po’ questo cerchio?»
Tutti i presenti si strinsero fra loro, e una volta
soddisfatta, Agnes si rivolse ad Alice.
« Dunque, cara, potresti dirci qualcosa sul tuo conto?»
Alice sospirò.
« Mi chiamo Alice, ho sedici anni, frequento il liceo, e il
resto sono affari miei.» sciorinò, e le ultime tre parole di quella frase
furono la sua risposta a buona parte delle altre domande che Agnes le rivolse
in seguito. Per qualche strano motivo, l’anziana signora parve prestare molta
attenzione a quella giovane, che a Eddie parve la stessa mostrata dai predatori
quando avvistano una preda.
Per il resto dell’incontro i presenti parlarono di sé
stessi, nei limiti concessi dal tempo, poi Agnes dette loro appuntamento alla
settimana successiva e li fece uscire. L’immagine di lei che li guardava
andarsene, le mani giunte davanti al grembo e la testa inclinata di lato, nella
penombra di quella stanza a luci spente che per l’ora non poteva più essere
illuminata più di tanto dalla luce del sole che stava tramontando dietro gli
edifici, aveva un che di inquietante.
Una volta usciti dall’edificio che ospitava quegli incontri,
Eddie, Steve, Ray e Billy si incamminarono insieme per un tratto, scambiandosi
opinioni sullo spettacolo a cui avevano assistito. Mentre Steve rimase per lo
più in silenzio, limitandosi a concordare con gli altri, Ray si lanciò in
commenti poco carini sull’intelligenza di Agnes. Anche Billy e Eddie
condividevano le sue opinioni, ma c’era quello sguardo che entrambi avevano
visto addosso alla donna mentre continuava a fare domande ad Alice... quello
sguardo dava brutti presentimenti ad entrambi, ma alla fine decisero di
ignorarli e etichettarono Agnes come “inoffensiva”. Non avevano ancora idea di
quello che li aspettava, e non solo con Agnes.
Ray e Steve si separarono per primi dal gruppo e tornarono a
casa. Eddie e Billy camminarono insieme ancora per un po’, poi andarono a bersi
una luppol-frull (un altro prodotto della LifeGrass che si diceva avesse lo
stesso sapore dell’antica birra) e si salutarono.
Eddie camminò da solo verso il suo condominio, le mani in
tasca e la testa bassa, sebbene lo sguardo fosse sempre fisso sul punto più
alto che riusciva a raggiungere. Non aveva voglia di passare tutta la serata in
casa. I vicini non erano rimasti molto contenti della visita dell’antidroga.
Per lo più si limitavano a guardarlo male, ma un paio di volte Eddie aveva
beccato delle madri nell’atto di cingere le spalle dei loro figli con aria
protettiva prima di farli girare e portarli via. La cosa lo irritava
moltissimo.
Mentre camminava formulando questi pensieri, vide uno strano spettacolo.
Stava passando lungo un viale abbastanza frequentato, sebbene perpendicolari ad
esso vi fossero diversi vicoli privi di illuminazione e dall’aspetto per niente
rassicurante, elementi, questi, che la gente di quel tempo evitava più che mai.
“Ciò che è fuori, sta anche dentro”, aveva sentito quel pomeriggio durante la
proiezione del video. All’angolo di un edificio abbastanza alto e grigio, sotto
la luce di un lampione a pochi passi di distanza, stava un vecchio dagli abiti
logori che suonava un flauto in direzione dei suoi piedi, coperti solo da dei
calzini verdi, sui quali aveva montato pezzi di carta accartocciati in modo da
evocare la forma di due serpenti dello stesso colore, e che ora faceva muovere
in sincronia con i movimenti del suo strumento. Di fianco a lui, un cappello
nero e sgualcito con qualche monetina e una banconota al suo interno, e un
pezzetto di cartone che fungeva da cartellino e riportava scritto: “Il matto
a pari-merito”.Con un giorno di ritardo, ecco la seconda parte di "Un frullato per farti bella". Dietro questo racconto ci sono delle buffe esperienze, ma penso che le terrò per la didascalia dell'ultima parte (il dessert si serve a fine pasto). Cominciano, nel frattempo, a delinearsi vari aspetti che verranno approfonditi nelle prossime puntate.
Che ne pensate?
Per oggi, questo è tutto. Ci vediamo domenica per la nuova recensione.
A presto :)
---MICHELE GIULI---
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