di Michele Giuli
La luna splendeva alta nel cielo mentre il vecchio treno
attraversava la campagna. Era uno di quei treni che sarebbero stati vecchi
anche cento anni prima, ma che per qualche ragione veniva conservato. Di notte
trasportava da un centro all’ altro sporadiche persone locali, di giorno era
usato prevalentemente da quei ricconi di città per poter rivivere le emozioni
di un viaggio stile seconda metà del novecento, completo del fascino di un
mezzo di trasporto antiquato e rumoroso che li avrebbe portati in un posto
sperduto in mezzo alla campagna dove con un po’ di fortuna sarebbero stati
rapinati da tizi che sembravano cowboy (che in realtà erano attori pagati
segretamente dall’ agenzia che organizzava il viaggio), e una volta tornati a
casa avrebbero potuto vantarsene.
« Sai, sono stato su
un treno novecentesco, un vero treno del Novecento! E pensa un po’, mi hanno
pure rapinato come nei vecchi film! Per fortuna poi la polizia ha ritrovato il
portafogli!»
Lo spacciatore sedeva nella sua cabina, guardando la campagna
buia da dietro il finestrino. Ad un certo punto, il fischio del treno lo
avvertì che era arrivato e si alzò, serrando le dita intorno al manico di una
piccola valigia nera come il suo lungo soprabito.
Camminò lungo il corridoio e uscì, ritrovandosi in una
stazione buia e semivuota, illuminata solo da un paio di lampioni. Da un lato
pendeva un orologio che segnava l’ ora.
Lo spacciatore si guardò un po’ intorno, prese una sigaretta
dal pacchetto che aveva in tasca, la accese e poi uscì. La stazione si trovava
in un vecchio paesino composto da neanche un centinaio di case. Le strade erano
illuminate male e l’ asfalto era rovinato, ma tutto questo allo spacciatore
piaceva più dello sfarzo delle città opulente. Il suo mestiere lo portava
spesso a bazzicare posti come quello, e in quel particolare paesino ci era
stato altre due volte, abbastanza lontane nel tempo da evitare di essere
considerate sospette dai locali.
Si incamminò verso quella che sapeva essere la strada più
vicina alla sua meta ed uscì dal centro abitato.
Il primo tratto di strada era un lungo rettilineo, che gli
consentiva una visuale tale da poter avvistare qualsiasi macchina abbastanza in
tempo. Camminò sul margine per qualche minuto: almeno lì c’ era un minimo di
illuminazione!. Alla sua destra c’era un campo che si estendeva fino alla
strada secondaria che doveva raggiungere. L’ erba era abbastanza alta.
Quando ritenne di aver camminato per troppo tempo allo
scoperto uscì dalla strada e attraversò il campo, illuminato solo dalla luce della
luna e dal bagliore delle braci della sigaretta che si accese dopo un po’. Una
volta fare il suo mestiere era più facile: bastava incontrarsi all’ ora
stabilita in un posto affollato, entrare in contatto con il cliente e fare in
modo di effettuare la consegna tanto rapidamente da non essere notati. Una
stretta di mano, qualcosa che veniva fatto scivolare nella tasca del
cappotto... ora invece non era più possibile! Come diavolo facevi a far passare
inosservata merce del genere dentro ad un centro commerciale?
Giunse ai margini della strada secondaria, una via
imbrecciata che portava ad un vecchio casolare in lontananza.
Lo spacciatore si acquattò fra dei cespugli che spuntavano
non molto lontano da lui, tirò fuori dalla tasca un cellulare e compose un
numero.
« Quanto vi manca?» domandò quando gli risposero, annuendo
mentre il giovane dall’ altro capo della linea gli diceva che sarebbero
arrivati fra cinque minuti.
« Suona due volte il clacson quando imbocchi la strada.»
disse, e riattaccò per poi rimettersi acquattato fra i cespugli e accendersi
un’ altra sigaretta. Osservò le stelle e fumò, cercando di stare il più
nascosto possibile, finché non sentì una macchina avvicinarsi e due colpi di
clacson rompere il silenzio.
Si alzò ed uscì allo scoperto, posizionandosi sul margine
della strada. Una macchina di seconda mano piena di graffi sulla vernice
rallentò fino a fermarsi davanti a lui. Dentro c’ erano quattro giovani. Il suo
cliente, seduto sul sedile del passeggero, abbassò il finestrino e si sporse di
fuori.
« Bob.» lo salutò il ragazzo.
« Ciao.» ricambiò lo spacciatore ed aprì la valigia che si
era portato appresso. Davanti ai quattro ragazzi estasiati, tirò fuori due
pagnotte e le consegnò al suo cliente, facendole seguire da uova e sottilette,
più una piccola bustina di sale.
Il giovane in cambio gli consegnò i soldi che avevano messo
insieme prima di partire. Bob li contò, e quando fu certo che erano tutti
richiuse la valigetta e la posò a terra.
« Cosa c’è in programma per i prossimi giorni?» domandò il
ragazzo.
« Entro una settimana dovrebbe arrivarmi un carico di
pastasciutta dall’ Italia, ma ogni volta che si fanno progetti del genere è una
scommessa: qualsiasi condimento ci vogliate mettere, avrà almeno un ingrediente
difficile da reperire. Il sugo di pomodoro potete scordarvelo per qualche altro
mese. Avete idea di quanto sia difficile coltivare dei pomodori decenti con
tutti i controlli che ci sono? E comunque, ho intenzione di usare quello che mi
arriva per collaborare con un ex-pizzaiolo, quindi niente da fare. Se mi arriva
qualcosa che può interessarti, ti avviserò.»
« Grazie. Lo vuoi un passaggio?»
« Mi farebbe comodo.» disse Bob lo spacciatore, ed entrò
dallo sportello posteriore, sedendosi accanto a due ragazzi che dovevano essere
gemelli. Erano due gocce d’ acqua: entrambi alti e con i capelli corti e
castani, gli stessi lineamenti europei e gli stessi occhi. L’ unica cosa che li
differenziava era l’ abbigliamento: uno era vestito interamente di nero, l’
altro era più casual, con una maglietta rossa e dei pantaloni chiari male
abbinati con il sopra.
Eddie, il suo cliente, era un biondino bassetto e
abbronzato, con lo sguardo da sciupa-femmine e un sorriso smagliante. Il
guidatore, invece, era molto alto e dai capelli scuri. Anche lui con la pelle
scura, portava un paio d’ occhiali inforcati sopra il naso e un orecchino ad
anello sull’ orecchio sinistro. Dopo aver salutato Bob, strinse la sua mano
dalle dita lunghe sul freno a mano e partì.
Bob offrì delle sigarette a tutti e se ne accese una a sua
volta, guardando la campagna sfrecciare intorno a lui in silenzio.
Arrivarono in città dopo una mezz’ oretta. I ragazzi
lasciarono Bob dove lui gli indicò ( parecchio distante da casa sua) e se ne
andarono per la loro strada.
Lo spacciatore lanciò un ultimo sguardo al cielo, nel quale
non si scorgeva più una stella a causa dell’inquinamento luminoso e si
incamminò in silenzio.
La macchina si fermò in un piccolo parcheggio in mezzo ad
una via piena di condomini alti e scuri. Le strade erano deserte, e all’interno
degli edifici solo alcune luci erano accese. Per sicurezza, i giovani
infilarono tutta la roba dentro le tasche larghe delle giacche che i gemelli
avevano portato appositamente, dopodiché scesero. Andarono in fretta verso l’ entrata
del condominio dove abitava Eddie. La macchina rimase profondamente turbata
dagli eventi di quella sera. Era un’automobile onesta, lei, e ora si trovava ad
essere stata involontariamente complice di un’azione illegale. I sensi di colpa
e la depressione la torturarono per mesi, ma alla fine riuscì a perdonare sé
stessa e il suo proprietario.
Il quale, quella notte, entrò insieme agli altri tre
nell’appartamento dove Eddie viveva da solo. Era un locale piccolo, composto da
una camera da letto, un bagno, un ingresso/sala da pranzo e un salotto
abbastanza spazioso. I quattro si diressero verso quest’ultimo, sedendosi sul
piccolo divano duro al suo interno e appoggiando tutto quello che avevano preso
su un tavolino davanti ad esso.
« E adesso che ci facciamo con tutta questa roba?» domandò
Steve, quello dei due gemelli che vestiva casual. Era stato introdotto al mondo
dei cibi del passato da meno di tre mesi, per opera di suo fratello Ray, che
rispose: « Potremmo cucinare le uova all’occhio di bue!»
« O fare delle omelette, visto che abbiamo anche le
sottilette!» propose Billy, il proprietario della macchina.
« O tutte e due.» concluse Eddie alzandosi e andando in
camera da letto.
La sua era una stanza piccola e dalle pareti bianche, con
una finestra davanti al letto singolo dalla quale potevi ammirare il panorama
cittadino. In un angolino c’ era un vecchio televisore posto accanto ad un
armadio, e sopra il letto era appeso un quadro raffigurante un paesaggio
notturno con una frase scritta sull’ estremità in basso a destra: « E da
qualche parte, nella brughiera, un pappagallo nitrì. L.H»
Eddie aprì l’armadio e spostò con noncuranza i vestiti
impilati sul ripiano in basso, tastando con le mani la superficie legnosa.
Nascosta sotto gli abiti c’ era un’ apertura che tradiva un doppio fondo. Eddie
ci aveva lavorato per giorni, ottenendo alla fine una specie di botola che
normalmente sporgeva di qualche millimetro sopra il resto del legno.
Senza indugiare, il ragazzo la aprì e vi infilò una mano,
estraendone una piccola padella, un fornellino a gas di quelli che si usavano
in passato per cucinare ai campeggi e una forchetta. Una volta risistemato
tutto il resto nell’ armadio tornò dai suoi amici in salotto. L’eccitazione
nell’ aria era quasi palpabile.
« Avete portato tutti le vostre forchette, vero?» domandò
anche se sapeva già la risposta. Tutti quanti annuirono.
Purtroppo quella sera avevano un solo fornello, quindi
avrebbero dovuto mangiare uno alla volta, ma si sarebbero adeguati.
Con un’espressione di autentico fervore religioso Eddie
ruppe le prime due uova e versò il loro contenuto nella padella. Facendosi
prestare dei fiammiferi da Billy accese il fornello ed iniziò a cucinare.
Ci vollero all’incirca cinque minuti, e alla fine tutti stavano praticamente sbavando davanti alla attraente omelette che li salutava voluttuosa da dentro la padella. Posarono la padella per terra per farla freddare prima, e dopo un minuto Eddie la prese e si portò il primo pezzo alla bocca. Masticò lentamente, mentre nel suo viso si dipingeva un’espressione di supremo godimento.
Ci vollero all’incirca cinque minuti, e alla fine tutti stavano praticamente sbavando davanti alla attraente omelette che li salutava voluttuosa da dentro la padella. Posarono la padella per terra per farla freddare prima, e dopo un minuto Eddie la prese e si portò il primo pezzo alla bocca. Masticò lentamente, mentre nel suo viso si dipingeva un’espressione di supremo godimento.
« Mmmh, sì!» gemette per il piacere, e l’eccitazione degli
altri aumentò a dismisura. Forchetta alla mano, divorarono tutti insieme
l’omelette, assaporando ogni singolo millimetro che riuscivano a raggiungere.
Una volta finito, ricominciarono da capo il procedimento.
Stavano per finire di cucinare la quarta omelette, quando
qualcuno sfondò la porta e fece irruzione in casa, facendoli sobbalzare per lo
spavento.
« Anti-droga! Nessuno si muova!» sbraitò una voce dall’aria
tutt’altro che amichevole, mentre una decina di uomini armati entrava nel
salotto.
« Oh, merda!» imprecò Ray. Tutti gli altri rimasero in
silenzio.
Uno dei poliziotti, un uomo di colore molto ben piazzato, si
fece avanti di qualche passo e fissò con aria disgustata la padella e il suo
contenuto.
« Voi volevate proprio farvi del male!» commentò schifato, e
si chinò per spegnere il fornello, poi prese la padella ed indietreggiò.
« Portateli in caserma!» ordinò ai suoi uomini, e mentre i
ragazzi terrorizzati venivano portati via sussurrò ad Eddie nell’ orecchio: «
Spero che ci restiate a lungo.»
« Agente... c’è un errore! Posso darle una spiegazione
razionale!» tentò di difendersi il ragazzo, in preda al panico, ma il
poliziotto che lo tratteneva lo spinse fuori dalla porta con la forza.
Di tutti quanti, Steve era il più spaventato.
« Io non ho fatto niente! Non volevo! Ero un semplice
spettatore innocente!»
I poliziotti li ignorarono e li trascinarono tutti fuori.
E con questo post inizia un nuovo racconto del Drago. Stavolta il tema è il "nonsense", nell'accezione di "assurdo". Che ve ne pare di questo strano inizio?
Per il seguito, ci vediamo giovedì prossimo!!! :)
--- MICHELE GIULI---
Per il seguito, ci vediamo giovedì prossimo!!! :)
--- MICHELE GIULI---
Promette davvero bene! xD
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