venerdì 25 ottobre 2013

Racconto: "Un frullato per farti bella" - parte 3


La settimana dopo, Agnes si presentò munita di una piccola borsetta che impugnava come un arma. Fece disporre tutti in cerchio come la volta precedente e si sedette fra Eddie e Timothy.
« Avete passato tutti una buona settimana?» domandò, ottenendo un paio di risposte borbottate.
« Suvvia, avrete qualcosa da raccontarmi!» esclamò, e si sistemò meglio sulla sedia. « Ragazzi, io vorrei instaurare con voi un rapporto più intimo di quello che c’è di solito fra un educatore e i ragazzi del recupero, ma come faccio se voi chiudete i vostri cuori dinanzi a me?» domandò grave, mettendo su un’espressione da cucciolo ferito.
Nella stanza calò un lungo silenzio imbarazzante. Agnes attese stoicamente che qualcuno parlasse, invano. Quando furono trascorsi davvero troppi secondi, parlò di nuovo, come se niente fosse successo.
« Io l’altro ieri sono andata a comprare delle piantine nuove. Sapete, vivo in un appartamento in cima al 27 di Main Street, e ho riempito tutti i miei terrazzi con vasi su vasi. Ho piante di ogni varietà...»
« Anche piante da frutto?» la interruppe Alice, maliziosa.
Agnes sorrise entusiasticamente e rispose: « Sì! Ho mele, arance e peri. Oh, non sto qui a dirvi quanto è stato difficile ottenere tutti i permessi necessari per tenerle, ma mi sono impuntata. “Le voglio, e le terrò!”, ho detto, e alla fine sono riuscita a risolvere il problema. Ogni settimana un agente dell’antidroga viene a casa mia e conta i frutti, quando è stagione, e ogni volta che uno marcisce e cade devo conservarlo per mostrarlo alla prossima visita. Solo dieci minuti la settimana, e ho il terrazzo più bello di tutta la città!»
Si sistemò meglio un’altra volta, e assunse un’espressione complice.
« Vi dirò: diverse volte in passato sono stata tentata di addentare uno di quei frutti, ma poi ho pensato che sono molto più belli sui rami delle loro piante che dentro il mio stomaco... e anche io sono più bella e in pace con il mio corpo!» disse, poi ridacchiò e si rivolse a Eddie.
« Tu invece, Eddie? Che cosa hai fatto questa settimana.»
Il giovane decise di giocare la carta della falsa cordialità.
« Mah, niente di che.» disse ostentando un finto sorriso. « Ho lavorato ai servizi sociali, sono uscito con gli amici, ho letto un po’.»
« E cosa hai letto?» domandò Agnes, e sembrò quasi sinceramente interessata.
« Un po’ di tutto.» minimizzò Eddie, poi passò allo specifico: « All’inizio ho letto un po’ di Leopardi, poi sono passato a Whitman, Ginsberg, e ieri ho iniziato un nuovo romanzo di Carlson*»
« Beh, da quanto mi hai detto, sembra che tu abbia fatto di più che “leggere un po’”»
« Mi piace leggere, è rilassante.» confessò Eddie, e aggiunse: «... e poi, ora ho molto più tempo libero.»
« Come mai?»
« Quando alla fabbrica dove lavoravo hanno saputo che sono stato arrestato, mi hanno licenziato.»
Agnes lo guardò con compassione e disse gravemente: « Avere a che fare con certe sostanze può veramente rovinarti la vita, a volte... ma non preoccuparti! Se saprai ricominciare da capo, e non infrangerai più la legge, ti costruirai una vita cento volte più bella di quella che avevi prima!»
Detto questo, si rivolse al resto del gruppo e chiese: « Nessun altro vuole condividere con noi le sue esperienze?»
Di nuovo, ottenne un sempre più imbarazzante silenzio, e stavolta se la prese a male.
« Molto bene.» concluse, lievemente irritata.
« Se siete tutti d’accordo, vorrei fare un esperimento. Alice cara, posso farti qualche domanda?»
« Ancora?» sbuffò Alice, ma acconsentì.
« Perfetto. Ora scusami se sono un po’ brusca, ma ce l’hai un ragazzo?»
« No.» rispose la ragazza, impassibile.
« Degli amici?»
« Edgar e Ron.»
« In famiglia tutto bene?»
« Sì.»
« E che mi dici di...»
« Non funziona.» la interruppe nuovamente Alice. « Sta cercando come tutti di trovare dei punti deboli per spiegare la mia voglia di mangiare ad un desiderio di evasione. Sapesse quanto ci hanno provato.»
« Alice, io sono qui per aiutarvi, non per trovare dei punti deboli in voi! Non sono un nemico che tenta di abbattere un avversario!» esclamò Agnes, offesa. « Stavo solo cercando di capirti meglio, e credo di esserci riuscita. Tu... tu tendi ad essere aggressiva con chiunque ti circondi, vero?»
Alice rimase in silenzio.
« E non sei molto felice di come gli altri si sono comportati con te, vero?»
Di nuovo, silenzio.
« E credi che comportandoti così sarai diversa da loro, dico bene?»
Da quel momento, Agnes si lanciò in una requisitoria sull’apparenza. Parlò di come fosse nella natura umana giudicare fin dal primo sguardo, e di come fosse sempre stato importante tenerne conto per vivere felicemente con il resto della comunità. Spiegò inoltre che poiché anche ‘occhio vuole la sua parte, era importante non solo vivere in un corpo in cui riconoscersi (altrimenti chi si fosse riconosciuto in un corpo flaccido non avrebbe avuto problemi), ma anche che gli altri possano apprezzare. Disse che dall’aspetto si potevano intuire dettagli fondamentali su chi si aveva davanti perché, ancora una volta, “Ciò che è manifesto fuori, sta anche dentro”. Ritornando all’argomento di chi non ha interesse nell’avere un corpo esteticamente apprezzabile, insinuò che queste persone avessero qualche disordine mentale. Citò elementi di psicanalisi di bassa lega a favore delle sue teorie, e tentò anche di usarli per dimostrare che, ad esempio, la barba di Timothy era un segnale della sua insicurezza.
« Vuoi una dimostrazione di quello che dico?» domandò alla fine.
Alice esitò, poi rispose, titubante: « Sì.»
Dopo quella risposta, nessuno seppe più cosa aspettarsi. Agnes tirò fuori dalla borsetta che aveva portato con sé un pettine e si avvicinò ad Alice, e dopo averle chiesto il permesso iniziò a pettinarla, poi le truccò un poco il viso. Nel farlo, si dimostrò abilissima: Alice sembrava quasi un’altra persona, alla fine. Aveva un fondotinta che le rendeva la pelle più scura, e il viso era messo in risalto dalla nuova acconciatura dei capelli. A lavoro ultimato, Agnes le porse un piccolo specchio.
« Vedi, cara?» domandò, e Alice cominciò a camminare al centro del cerchio, sinceramente sorpresa.
« Questo è solo un piccolo esempio di come un diverso modo di apparire può cambiare significativamente il modo in cui ci si percepisce e si viene percepiti. Come ti senti ora?»
La mano della ragazza scivolò incerta fra i capelli.
« Io...» fece Alice.
« Avanti, non essere timida.»
Alice esitò. Fissò la sua immagine riflessa senza dire una parola per diversi secondi, con un’espressione sempre più sbalordita, poi... scoppiò in una grossa risata. Le pupille di Agnes si restrinsero di un paio di millimetri mentre la giovane si piegava in due dal ridere.
« Oh mio Dio, sono ridicola!» rise Alice con voce cristallina, e restituì lo specchio ad Agnes, aggiungendo: « La prego, mi tolga questo trucco di dosso!»
Gli altri presenti risero a loro volta. Eddie, tuttavia, notò che qualcuno rimase in silenzio.
« Agnes, l’ho presa in giro fin dall’inizio. Sono stata scontrosa perché lei faceva di tutto per rendermi diffidente, e, come ho detto l’altra volta, perché odio l’idea di stare qui. Comunque, sono dispostissima a parlare, a partecipare seriamente alle discussioni che faremo sicuramente durante le sedute, ma lei deve promettermi che non sarà mai più così infida. E se si chiede perché oggi ho fatto questa scenata, beh, volevo dimostrarle una cosa. È vero, tanti giudicano dal primo sguardo; l’ha fatto lei, e si è sbagliata.»
Agnes avrebbe potuto disintegrare qualcuno solo guardandolo, ma riuscì a contenersi.
« Oh, e va bene, mi sono sbagliata.» disse, cercando di simulare una risata, e aggiunse: « Scusami. Ma resta il fatto che sbagli a mangiare cibo tradizionale, e che per di più infrangi la legge.»
« Sulla prima cosa ha ragione, non condivido la prima, ma potrei cambiare idea. Le ripeto, lei mi promette che sarà onesta con noi, e che si comporterà da amica come ha detto che avrebbe voluto fare?» disse Alice, sorridendo, e le porse la mano. Agnes la guardò meglio, e rimase colpita. Dopo una lunga esitazione, strinse la mano alla ragazza. Era troppo impegnata a fissarla sbalordita, per notare che lo sguardo di Alice era quello di una che sapeva di aver vinto.
Quella sera, Eddie se ne andò a casa sentendosi sollevato. Appena uscirono però, sentì Timothy e Oscar discutere su quello che era successo quel giorno. Oscar disse che secondo lui Agnes non aveva detto “solo stronzate” quel giorno. Timothy se la prese a ridere e commentò qualcosa a bassa voce con un tono a metà fra il divertito e il malinconico, e con questo il discorso fu chiuso e i due amici se ne andarono insieme a casa. Eddie osservò la scena e pensò che anche se di solito gli piaceva la divergenza di opinioni, questa volta ne fu rattristato. Tutte le teorie di Agnes, e della Lifegrass, per le quali la cosa più importante era l’apparenza (mentre in passato, per loro stessa ammissione, gli integratori LG avevano come scopo principale il raggiungimento di una non meglio specificata salute), gli sembravano in qualche modo degradanti.
Una volta separatosi dagli altri, per onestà intellettuale, si fece un esame di coscienza mentre camminava. Come aveva sempre fatto, si mise in discussione.
Per cosa era nato tutto quello? Per un’omelette. Aveva senso che lui si infervorasse tanto a farne una questione di critica al governo, alla società, alla cultura?
“Non credo”, rifletté.
Lui mangiava perché gli piaceva, punto. Ma era giusto quello che aveva fatto? Infrangeva la legge, ovvio, ma lui non era mai stato il tipo da importarsene molto, almeno per quelle cose. Applicava all’acquisto di cibo tradizionale la stessa logica di quelli che scaricavano musica pirata.
“No, non sto veramente pensando a queste cose...” si disse, ed era vero, perché tutti questi pensieri senza un vero scopo servivano solamente a cercare di seppellire un refuso della cultura in cui era cresciuto, emerso per la prima volta dai meandri della sua mente. Eddie era nato e cresciuto in quella città, e gli era stato insegnato a percepire il mondo intorno a lui secondo pensieri e idee che aveva poi rifiutato da grande. Il problema era che quelle idee avevano influenzato la sua identità da piccolo, era ovvio che un piccolo refuso ci sarebbe stato sempre. Un po’ come quando si cancellano dei file dal proprio computer: nella memoria operativa restano comunque delle piccolissime tracce difficili da eliminare.
I principi affermati da Agnes... erano davvero così degradanti, o era il suo sguardo ad essere superficiale? Ricordava quando da piccolo gli si diceva che era importante il giudizio degli altri perché “nessun uomo è un’isola”, e lui provava a rispondere che forse quella frase aveva un significato più profondo. Gli dicevano che era una regola che la società si dava, rispondeva che forse la società avrebbero dovuto basarsi su altri principi fondamentali, e magari più umani. Lo avevano preso per uno scapestrato che sarebbe cambiato crescendo, capendo quello che allora non capiva. Forse che c’era davvero qualcosa che non capiva? Forse che il suo chiedersi perché bisognasse guardare ai vestiti o al fisico piuttosto che agli occhi e all’umanità fosse un lato infantile di lui che era ora di eliminare? Forse che era ora di accettare l’ideologia del branco, capire che conformarsi era l’unico modo giusto di vivere...
...O forse questo era quello che la sua famiglia avrebbe voluto vedergli pensare? Eddie fece come sempre, si fermò e si guardò intorno. Vide una madre sgridare la figlia.
« Piantala di guardare il cielo, che dopo la gente pensa che sei matta!»
Eddie fu fortunato: quella singola visione bastò ad abbattere il refuso. Dopo quella riflessione, i suoi principi acquisirono più forza. Al contempo erano cambiati. Prima, se qualcuno lo criticava per questioni come l’apparenza, se ne fregava. Ora, si sentiva più in vena di fregarsene del fatto che tal persona lo avrebbe criticato, più che. Sistemava così la frase che gli era stata detta una volta: “se non ti importa del giudizio degli altri, non ti importa degli altri.
Si sentì più sollevato, e riprese a camminare sorridendo. Poche decine di metri dopo, sentì il suono di un flauto che gli pareva familiare, e si voltò alla sua destra.
Il matto a parimerito era ancora lì, nello stesso vicolo nel quale Eddie lo aveva lasciato la settimana scorsa, sempre a suonare ai serpenti finti che aveva montato sui suoi piedi.
Eddie prese qualche spicciolo e andò a dargli l’elemosina. Il vecchio lo ringraziò, ma stavolta non riprese a suonare. Si tolse le montature a forma di serpente dai piedi, si infilò degli stivali logori e ripose il flauto in una delle larghe tasche del suo giaccone verdastro.
« Per oggi ho finito. Me ne torno a casa.» annunciò. Aveva una voce calda, calma e rilassata, talmente diversa da quella impostata che usava quando ringraziava la gente, che a Eddie quasi sembrò di avere davanti una persona diversa da quella che aveva incontrato la settimana scorsa.
Si alzò, prese il cappello che usava come cestello e se lo infilò in testa dopo aver messo il ricavato del giorno in tasca.
« Dove vive?» domandò Eddie.
« In qualsiasi parco mi piaccia.» rispose il vecchio. « Lei dove deve andare? Le dispiace se cerco la mia casa insieme a lei?»
« Per niente.»
Cominciarono a camminare fianco a fianco. Eddie fissò il cartello che il vecchio teneva sottobraccio.
« Mi chiedevo... perché “il matto a parimerito”?»
« Oh, è semplice: avrei voluto scrivere “il matto più matto che c’è”, ma mi bastò guardarmi intorno per capire che tutti erano matti tanto quanto me. “Il matto meno matto che c’è” mi suonava un po’ troppo arrogante per i miei gusti e sarebbe stata una cattiva pubblicità, così è stato il “matto a parimerito”.»
Quella spiegazione divertì Eddie, che commentò: « Mi sembra giusto.»
Mentre camminavano, il vecchio raccontò ad Eddie un sacco di aneddoti sul suo passato, tipo quando, a Boston, aveva dovuto prendere la macchina e rincorrere un amico che aveva comprato della birra da uno spacciatore e l’aveva bevuta tutta da solo, per poi passare l’ora seguente a tentare di convincerlo a scendere da un albero... oppure quando, a San Francisco, aveva perso un foglietto su cui aveva annotato un disegno che aveva fatto dopo aver avuto un’ispirazione fantastica, e dopo aver perso le speranze lo aveva ritrovato in un bidone dell’immondizia. A suo dire, in quel disegno c’era l’idea che secondo lui avrebbe fatto vivere tutti quanti meglio. Per paura di perderlo, lo aveva messo nella cassaforte di un amico che aveva un appartamento in centro, prima di partire per un breve viaggio. Purtroppo, però, aveva preso un bus e, se è vero che non si sa mai cosa succederà e dove e se si arriverà, questo concetto vale ancora di più quando si prende un bus. Per uno strano concatenamento di eventi che Eddie non riuscì bene a seguire, era finito a fare l’incantatore dei propri piedi nella città in cui si trovava in quel momento, e la sua trovata era rimasta indietro per tutti quegli anni.
« Sai, dopo un po’ di tempo l’ho scordata.» confessò a Eddie. « Le ispirazioni più importanti a volte sono come un sogno, sempre più difficile da ricordare man mano che scorre il tempo da quando ci si è svegliati.»
Arrivarono nella via di Eddie ridendo come matti.
« Senti, perché non rimani da me, stanotte?» propose Eddie.
Il vecchio lo guardò negli occhi, poi accettò e si prodigò in altri ringraziamenti.
Si incamminarono verso il condominio del giovane, quando questi riconobbe una figura familiare.
Un uomo stava a pochi metri da loro, appoggiato contro una macchina, a fumare una sigaretta.
« Bob?!» esclamò il matto a parimerito, e questo stupì Eddie ancora più che incontrare il suo spacciatore davanti casa.
« Stan!» esclamò Bob, riconoscendolo, e i due si andarono incontro a vicenda e si abbracciarono.
« Vecchia bestia! Cosa ci fai qui?» esclamò Stan.
« Cosa ci fai tu qui?! Sono anni che non ti vedo! E forse è meglio, sei mille volte più brutto.»
« Cosa ne vuoi capire tu, di estetica?»
« Voi vi conoscete?» domandò Eddie, sconcertato.
« E come!» esclamò Bob, ridendo, poi dette un pugno sul bicipite a Stan.
« Questo relitto è uno degli spacciatori di cibo tradizionale più matti che abbia mai visto! Lavoravamo insieme a Chicago.»
« Molto, molto tempo fa.» aggiunse Stan, ridendo a sua volta. « Comunque, cosa ti porta qui?»
« Avevo una proposta da fare al ragazzo, ma visto che ci sei vorrei farla anche a te. Eddie, possiamo andare dentro?»

Queste sono le premesse per la quarta e ultima parte di "Un frullato per farti bella".
E' bello vedere come l'idea partorita da un colloquio di lavoro possa crescere fino a riempire pagine su pagine. Un colloquio di lavoro, questo, presso la versione reale della Lifegrass. Ricordo che fui trattato benissimo, ma l'intera faccenda mi sconcertò talmente tanto che durante il colloquio (sui volantini pubblicitari c'era scritto: "Cercasi persona per lavoro serio", senza specificare altro, quindi io ci andai ignaro di cosa mi aspettava) cercai ogni mezzo possibile per potermene andare. Ma questa è un'altra storia...
Come al solito, il prossimo racconto verrà pubblicato la settimana prossima.
Stavolta, probabilmente, la pubblicazione verrà posticipata a venerdì pomeriggio per cause di forza maggiore, ma non è sicuro. 

Stavo inoltre pensando di cambiare le date di scadenza, spostandole di qualche ora. In sostanza, siccome è sempre stato così anche se le intenzioni non c'erano, i racconti verrebbero spostati alla notte fra giovedì e venerdì, e gli appuntamenti con "Il Drago consiglia..." a quella fra domenica e lunedì. Ma anche questo va ponderato. 
Detto questo, un saluto!
Ci vediamo domenica per la "recensione"  (con molte più virgolette) di "Il Drago consiglia..."
Buon weekend a tutti!!! :)

--- MICHELE GIULI ---

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