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venerdì 29 novembre 2013

Racconto: "Una sigaretta sotto la pioggia"

di Michele Giuli

Quanto era passato dall’ultima volta che Diego aveva fumato con sua sorella sotto quell’arco vicino alla piazza del paese? Andando indietro con la memoria, si accorse che era passato più di un anno... Non aveva avuto molto tempo per godersi una pausa sigaretta con Giulia, dalla morte del loro nonno. Si era dedicato anima e corpo ai suoi studi e alle altre attività che ultimamente facevano parte della sua vita, sentendosi con la famiglia principalmente al telefono.
Eppure, nonostante tutte le cose successe e i cambiamenti, ricordava ancora benissimo l’ultima volta che era venuto in quel posto con Giulia: si erano rifugiati sotto quell’arco in una piovosa notte d’Ottobre. Giulia gli aveva offerto una sigaretta e ne aveva presa una per sé. Le avevano accese mentre intorno a loro il ticchettio della pioggia si faceva sempre più forte. Da un giardino a due passi da lì proveniva un’odore di erba bagnata. Diego lo aveva sempre associato alle mattine invernali, quelle in cui l’aria è così gelida che ti sembra che anche il freddo abbia un suo proprio odore, pungente e penetrante.
Fumare in una notte fredda ha un che di mistico. Senti il freddo che attanaglia il tuo corpo, accendi quella striscia di carta avvolta intorno a pochi grammi di tabacco, e senti subito una sensazione di calore che, unita al gelo esterno, da all’ambiente intorno a te un’aria tesa e surreale. Le sigarette già pronte, poi, aggiungono al tutto una sensazione che parla di freddo ferro.
Quella notte di ottobre avevano fumato sotto l’arco, chiacchierando del più e del meno, raccontandosi quello che avevano fatto durante la giornata e, poco prima di andarsene, si erano confidati a vicenda di aver avuto, pochi giorni prima, la loro prima esperienza sessuale.
Quella era stata una delle ultime volte che avevano potuto fumare insieme. Dopo tre anni di lavoro in fabbrica, Diego aveva deciso di iscriversi all’Università, tentando nel frattempo di riportare alla luce sogni da musicista seppelliti da un po’ di tempo. Quella sera era il primo weekend dopo l’inizio delle lezioni che aveva passato a casa.

Il flusso di ricordi lo investì all’improvviso, mentre guardava la brace corrodere la cartina della sigaretta.
« Tu ti ricordi l’ultima volta che siamo venuti qui?» chiese a Giulia, che annuì.
« E come scordarsene?»
Anche lei ricordava bene. Diego si appoggiò con la schiena contro una parete dell’arco, con aria trasognata. Intorno a loro, il paese era quasi vuoto, eccezion fatta per qualche passante. Il cielo era grigio e c’era odore di pioggia nell’aria.
« A pensare a tutto quello che è successo, mi sembrano passati secoli.» disse Giulia.

Da quella volta, erano successe tante cose. Pochi giorni dopo, Diego aveva dovuto tornare per dare una mano a prendersi cura del nonno, le cui condizioni erano peggiorate. Dopo anni passato immobile nel suo letto, fra allucinazioni e demenza senile, nonno Franco era ad un passo dalla tomba. Sopravviveva grazie alla flebo. In un momento di lucidità, aveva espresso la volontà di morire a casa sua, e l’aveva avuta vinta.

« All’inizio di quest’anno ti sei improvvisamente... attivato. Erano un po’ d’anni che non ti vedevo così.» disse Giulia, e chiese « Cosa ti è successo?»
« Non te l’ho mai raccontato?» si stupì Diego.

Anni nella penombra della sua stanza, nonostante si trovasse sotto le cure e le attenzioni dei suoi cari, avevano fatto scivolare il vecchio Franco nella depressione, rendendolo vittima del rimorso e della paura della morte, che diceva di vedere come un’enorme barriera, come la Muraglia Cinese, ma nera, che si avvicinava sempre più a lui. Il nonno era stato credente tutta la sua vita, ma non gli era servito a molto in quegli attimi di puro terrore, nei quali si copriva gli occhi con le mani, come un bambino che abbia paura del buio, gridando: « Perdono!»
Poco dopo quella sigaretta fumata sotto l’arco, un pomeriggio Diego gli aveva tenuto compagnia. Il vecchio a cui da piccolo era stato molto legato delirava, e Diego era sempre più a disagio. Aveva cercato di calmarlo, senza riuscirci.
Ad un certo punto, la mano del nonno era scivolata verso l’ago che iniettava nel suo corpo l’unica ragione per cui era ancora vivo, cercando di sfilarlo. Diego era balzato in piedi e aveva cercato di fermarlo. La mano del vecchio si era serrata intorno al gomito dell’altro braccio e, per paura di fargli male, Diego si limitò a bloccarla lì.
« Lasciamelo fare!» aveva supplicato il nonno, la voce impastata fino ad essere quasi incomprensibile.
« Non puoi sfilare l’ago. Lo so che è fastidioso, ma devi tenerlo.» aveva ribattuto Diego, seriamente preoccupato.
Nonno Franco, allora, aveva cominciato ad agitarsi e a strattonare il braccio, cercando di sfuggire alla presa del nipote.
« Che campo a fare?! Che campo a fare, me lo dici?!» aveva singhiozzato il nonno fra uno strattone e l’altro. Si era divincolato più che poteva, ma pochi secondi dopo la madre di Diego si era fiondata nella stanza e aveva aiutato il figlio a calmarlo. Da allora, comunque, Franco avrebbe provato a suicidarsi fino all’ultimo, anche se sarebbe stata una morte nel sonno a porre finalmente fine ai suoi affanni.
Diego non era stato presente al momento della sua morte, non sapeva se il vecchio avesse trovato la serenità, ma poche ore prima lo aveva visto piangere. Quando nonno Franco era morto, era stata la fine di un’agonia durata più di dieci anni.

« Non so se sia stata anche colpa nostra. Magari, nonostante tutti gli sforzi, non siamo riusciti a farlo sentire amato. O forse era solo impazzito. Comunque, verso l’inizio dell’anno, quando andammo a prendere zio Dario per andare insieme al pranzo di famiglia, mi ritrovai a pensare: “Non voglio finire così!”

“Non voglio finire così”, si era detto. Voleva vivere una vita piena e sorridere al momento del trapasso. Non aveva le idee chiare su cosa avrebbe fatto per ottenere quel risultato, ma ormai aveva deciso.
Una volta, suonando il piano, aveva immaginato la colonna sonora che avrebbe voluto facesse da sottofondo al momento della sua morte. Un po’ morboso, forse, però questo era quello che aveva pensato. La canzone aveva un’andatura e una progressione molto lente, iniziava con un accordo di mi bemolle e si concludeva con un do diesis che lasciava il tutto incompiuto eppure completo. Era un pezzo molto breve, neanche quattro battuto, doveva coprire giusto quel momento in cui la testa gli sarebbe caduta sul cuscino e la vista gli si sarebbe oscurata in una dissolvenza crescente. Era un brano malinconico, ma che al contempo parlava di felicità e commozione, di meritato riposo dopo una vita ben spese, il lieto fine che non ci si aspetta da una scena così.


« Non sapevo che la morte di nonno Franco ti avesse toccato in questo modo.»
« Più che altro, mi è stata d’esempio.» aveva detto Diego.
La loro sigaretta era quasi finita. Giulia si guardò intorno, e sorrise.
« Allora lavoravo ancora per Franzetti, ti ricordi?»
« Come no. E io ero single, e non avevo ancora ripreso in mano la chitarra. E non mi ero ancora trasferito, poi!» rievocò Diego.
Ne erano successe di cose. Ricordò di come, mentre sua sorella si licenziava e apriva un’attività tutta sua, lui aveva studiato, aveva cambiato molte abitudini, si era innamorato. La vita non gli era mai parsa piena di possibilità come allora. Aveva avuto, poi, quella breve fase di abbattimento, poi però aveva ricominciato a suonare la chitarra, e si era innamorato anche di lei.
« E mamma doveva ancora rimanere incinta di Fabio!» continuò a rievocare Giulia!
Sembravano poche cose, a riassumerle così, ma comportavano una tale mole di cambiamenti... Era incredibile quale piena di ricordi potesse scatenare l’unione di un posto, un clima e un’abitudine come fumare insieme.
Il continuo scorrere della sua vita era qualcosa che rendeva felice Diego. La possibilità di continuare a crescere interiormente, di cambiare quanto gli pareva, e forse anche di più, o di restare lo stesso per altre cose, le possibilità offerte dalla sua nuova storia d’amore e più o meno da ogni giorno... da ogni piccolo cambiamento che potrebbe passare inosservato, o che basterebbe uno schiocco di dita per innescare. Tutto questo lo faceva sentire potente, lo faceva sentire come se raggiungere il suo obiettivo non fosse impossibile. Quando aveva lavorato, prima di iscriversi all’Università, raramente aveva creduto che la sua vita gli riservasse qualche apertura. Si dette dello stupido per aver pensato una cosa del genere ad appena ventuno anni.
« Mi sono mancati questi momenti.» disse Giulia, interrompendo i suoi pensieri.
« Anche a me.» concordò Diego.
Videro un paio di gocce d’acqua bagnare l’asfalto davanti a loro, formando piccoli puntini scuri sulla strada.
« Cosa hai fatto ieri, alla fine?» domandò Giulia.
Diego sorrise. Alcune cose non cambiano, e forse anche questo è un bene. Fratello e sorella si raccontarono le ultime vicissitudini, poi spensero le sigarette e si apprestarono ad andarsene. Diego si immaginò che l’arco stesse già aspettando il loro ritorno per avere nuovamente la prova che il tempo scorre, ma fu un attimo, poi non ci pensò più e lui e Giulia se ne andarono sotto la pioggia, scomparendo oltre una salita.

Questo racconto è ancora fresco, essendo stato partorito la settimana scorsa dopo un esperimento che ha preso luogo alla Locanda Burlabacco di Mogliano (la classica assegnazione di tre parole da inserire in un racconto scritto sul momento, per le quali ringrazio Damiano Gesuelli)
Probabilmente la allungherò un po', e la inserirò in quella fantomatica antologia di cui parlo da un po' di tempo. Per il momento, però, sono occupato con la correzione del romanzo. Dopo mesi passati a rivedere piccole cose ogni volta, finalmente sono riuscito a re-ingranare la marcia e sto procedendo spedito! Lo so che tanto non ce la farò entro la fine dell'anno a raggiungere una forma finale che mi soddisfi, ma non vedo l'ora di vederlo concluso, anche se mi sa che succederà come quando ho scritto l'epilogo della bozza ("Dai, devi scrivere solo l'epilogo, ci vorrà un'oretta"... e giù fino alle cinque del mattino, con tanto di pianto nella penultima scena, poi partenza per Macerata senza dormire per poter andare all'Università in tempo.)... ma sto divagando.
Che ne pensate di questo esperimento?
Considerazioni, commenti, pensieri sulla natura profonda dell'universo e del formaggio, tutto questo può essere scritto nel box dei commenti qui sotto. 
Rinnovo l'avviso fatto sulla pagina facebook: la serie di recensioni domenicali è stata momentaneamente interrotta mentre, fra un impegno e un altro (tra l'altro, se Domenica 8 Dicembre non avete niente da fare alle cinque del pomeriggio, QUI c'è un evento interessante) cerco di leggere nuovi libri da recensire. In sostanza, la stagione 2 è in produzione. 
Detto questo, ci vediamo giovedì per il prossimo racconto!

---MICHELE GIULI---
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