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venerdì 6 dicembre 2013

Racconto: Sogno (tentativo di prologo)

di Michele Giuli

Era un pomeriggio di novembre, e io mi trovavo fuori dall’ entrata della libreria universitaria dove andavo sempre, accasciato a terra, a piangere tutte le mie lacrime. Seduto contro una parete, scosso dai singulti, un braccio a coprire gli occhi rossi e lucidi, tenevo nella mano libera due pagine di quaderno spiegazzate: la lista dei libri da comprare per quel semestre.
Mi concessi qualche secondo in più per versare le ultime lacrime rimaste, poi mi feci coraggio e mi alzai. Guardai per un attimo l’ entrata della libreria, poi sospirai e mi decisi ad entrare, quando ad un certo punto una strana forza mi bloccò la gamba sinistra. Sentii qualcosa muoversi nella tasca dei pantaloni.
« Non farlo, mi sventreranno!» gridò una vocina acuta e squillante, mentre la cosa nei miei jeans faceva di tutto per spingere la mia gamba nella direzione opposta all’ entrata della libreria.
Io ricominciai a piangere e tentai di bloccare la cosa con entrambe le mani, cercando nel contempo di liberare la gamba da quell’ energia misteriosa.
« Devo farlo!» gridai disperato, mentre diversi passanti si fermavano ad osservare la scena. « Non è colpa mia!».
« Non farlo! Non voglio! Sono stato appena riempito!»
« Mi dispiace!» singhiozzai, mentre la cosa spingeva più forte che mai contro la fessura della mia tasca, tentando con tutte le sue forze di divincolarsi dalla mia presa.
« Basta, io me la squaglio!» esclamò il mio portafogli, e con un’ ultima mossa scivolò sotto le mie mani e si librò in volo, fuggendo lontano da me, verso la libertà.
Mi svegliai di soprassalto, e mi ritrovai in camera mia, nell’ appartamento che condividevo con Marco Larani e Lorenzo Astolfi. Fissai il soffitto per svariati minuti, pensando con la più totale convinzione che, se fossi stato credente, avrei potuto usare il fatto che al mondo ci sono quei posti chiamati “copisterie” come argomentazione a favore dell’ esistenza di un Dio buono e giusto. Mi dispiaceva dover tradire così il mio libraio, anche perché non era colpa sua se certi libri costavano tanto, ma se quel semestre avessi avuto la faccia di spendere cifre così alte come quelle che avevo ottenuto sommando i prezzi dei testi da studiare, in così poco tempo, non me lo sarei mai perdonato. Mi piangeva il cuore al pensiero.

Smisi di pensare a queste cose, e guardai l’ orologio. Erano le sette del mattino. Non mi andava di rimettermi a dormire, così mi vestii, presi il portatile sulla scrivania e lo misi nella sua borsa. Fissai per un attimo il portafogli sul comodino accanto al mio letto, ma non dette segni di vita. Lo presi e me lo infilai in tasca, poi uscii per andare a fare colazione. 

Il racconto di questo giovedì è molto breve. Più che di un racconto, si tratta del prologo ideale di un romanzo ambientato a Macerata che sto progettando. Si tratta di un progetto vecchio di un paio d'anni, che è rimasto a vegetare nella mia mente (inizialmente doveva trattarsi di un horror) fino a qualche mese fa, quando fu partorita questa prima scena, presa a sua volta da un'altra idea che a sua volta era rimasta riposta nel cassetto della memoria per parecchio tempo, per poi venire alla luce in questa forma. Dopo averla scritta, e aver ideato diverse altre scene, ho deciso che la vecchia idea di farne un romanzo horror non andava più bene, e non so ancora dire con certezza di che genere sarà il risultato finale. Che ne pensate?
Come al solito, per commenti, considerazioni e insulti c'è l'apposito box dei commenti qui sotto. 
Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto. Per quelli di voi che bazzicano quel di Macerata, ci sarà anche un evento particolare, la settimana prossima. Ricordo inoltre che chi volesse passare una piacevole e leggera ora e mezza è caldamente invitato a venire al Teatro Velluti di Corridonia (MC) questa domenica alle cinque del pomeriggio, dove la compagnia teatrale di cui faccio parte inscenerà QUESTO SPETTACOLO
Alla prossima! :)

---MICHELE GIULI---

venerdì 29 novembre 2013

Racconto: "Una sigaretta sotto la pioggia"

di Michele Giuli

Quanto era passato dall’ultima volta che Diego aveva fumato con sua sorella sotto quell’arco vicino alla piazza del paese? Andando indietro con la memoria, si accorse che era passato più di un anno... Non aveva avuto molto tempo per godersi una pausa sigaretta con Giulia, dalla morte del loro nonno. Si era dedicato anima e corpo ai suoi studi e alle altre attività che ultimamente facevano parte della sua vita, sentendosi con la famiglia principalmente al telefono.
Eppure, nonostante tutte le cose successe e i cambiamenti, ricordava ancora benissimo l’ultima volta che era venuto in quel posto con Giulia: si erano rifugiati sotto quell’arco in una piovosa notte d’Ottobre. Giulia gli aveva offerto una sigaretta e ne aveva presa una per sé. Le avevano accese mentre intorno a loro il ticchettio della pioggia si faceva sempre più forte. Da un giardino a due passi da lì proveniva un’odore di erba bagnata. Diego lo aveva sempre associato alle mattine invernali, quelle in cui l’aria è così gelida che ti sembra che anche il freddo abbia un suo proprio odore, pungente e penetrante.
Fumare in una notte fredda ha un che di mistico. Senti il freddo che attanaglia il tuo corpo, accendi quella striscia di carta avvolta intorno a pochi grammi di tabacco, e senti subito una sensazione di calore che, unita al gelo esterno, da all’ambiente intorno a te un’aria tesa e surreale. Le sigarette già pronte, poi, aggiungono al tutto una sensazione che parla di freddo ferro.
Quella notte di ottobre avevano fumato sotto l’arco, chiacchierando del più e del meno, raccontandosi quello che avevano fatto durante la giornata e, poco prima di andarsene, si erano confidati a vicenda di aver avuto, pochi giorni prima, la loro prima esperienza sessuale.
Quella era stata una delle ultime volte che avevano potuto fumare insieme. Dopo tre anni di lavoro in fabbrica, Diego aveva deciso di iscriversi all’Università, tentando nel frattempo di riportare alla luce sogni da musicista seppelliti da un po’ di tempo. Quella sera era il primo weekend dopo l’inizio delle lezioni che aveva passato a casa.

Il flusso di ricordi lo investì all’improvviso, mentre guardava la brace corrodere la cartina della sigaretta.
« Tu ti ricordi l’ultima volta che siamo venuti qui?» chiese a Giulia, che annuì.
« E come scordarsene?»
Anche lei ricordava bene. Diego si appoggiò con la schiena contro una parete dell’arco, con aria trasognata. Intorno a loro, il paese era quasi vuoto, eccezion fatta per qualche passante. Il cielo era grigio e c’era odore di pioggia nell’aria.
« A pensare a tutto quello che è successo, mi sembrano passati secoli.» disse Giulia.

Da quella volta, erano successe tante cose. Pochi giorni dopo, Diego aveva dovuto tornare per dare una mano a prendersi cura del nonno, le cui condizioni erano peggiorate. Dopo anni passato immobile nel suo letto, fra allucinazioni e demenza senile, nonno Franco era ad un passo dalla tomba. Sopravviveva grazie alla flebo. In un momento di lucidità, aveva espresso la volontà di morire a casa sua, e l’aveva avuta vinta.

« All’inizio di quest’anno ti sei improvvisamente... attivato. Erano un po’ d’anni che non ti vedevo così.» disse Giulia, e chiese « Cosa ti è successo?»
« Non te l’ho mai raccontato?» si stupì Diego.

Anni nella penombra della sua stanza, nonostante si trovasse sotto le cure e le attenzioni dei suoi cari, avevano fatto scivolare il vecchio Franco nella depressione, rendendolo vittima del rimorso e della paura della morte, che diceva di vedere come un’enorme barriera, come la Muraglia Cinese, ma nera, che si avvicinava sempre più a lui. Il nonno era stato credente tutta la sua vita, ma non gli era servito a molto in quegli attimi di puro terrore, nei quali si copriva gli occhi con le mani, come un bambino che abbia paura del buio, gridando: « Perdono!»
Poco dopo quella sigaretta fumata sotto l’arco, un pomeriggio Diego gli aveva tenuto compagnia. Il vecchio a cui da piccolo era stato molto legato delirava, e Diego era sempre più a disagio. Aveva cercato di calmarlo, senza riuscirci.
Ad un certo punto, la mano del nonno era scivolata verso l’ago che iniettava nel suo corpo l’unica ragione per cui era ancora vivo, cercando di sfilarlo. Diego era balzato in piedi e aveva cercato di fermarlo. La mano del vecchio si era serrata intorno al gomito dell’altro braccio e, per paura di fargli male, Diego si limitò a bloccarla lì.
« Lasciamelo fare!» aveva supplicato il nonno, la voce impastata fino ad essere quasi incomprensibile.
« Non puoi sfilare l’ago. Lo so che è fastidioso, ma devi tenerlo.» aveva ribattuto Diego, seriamente preoccupato.
Nonno Franco, allora, aveva cominciato ad agitarsi e a strattonare il braccio, cercando di sfuggire alla presa del nipote.
« Che campo a fare?! Che campo a fare, me lo dici?!» aveva singhiozzato il nonno fra uno strattone e l’altro. Si era divincolato più che poteva, ma pochi secondi dopo la madre di Diego si era fiondata nella stanza e aveva aiutato il figlio a calmarlo. Da allora, comunque, Franco avrebbe provato a suicidarsi fino all’ultimo, anche se sarebbe stata una morte nel sonno a porre finalmente fine ai suoi affanni.
Diego non era stato presente al momento della sua morte, non sapeva se il vecchio avesse trovato la serenità, ma poche ore prima lo aveva visto piangere. Quando nonno Franco era morto, era stata la fine di un’agonia durata più di dieci anni.

« Non so se sia stata anche colpa nostra. Magari, nonostante tutti gli sforzi, non siamo riusciti a farlo sentire amato. O forse era solo impazzito. Comunque, verso l’inizio dell’anno, quando andammo a prendere zio Dario per andare insieme al pranzo di famiglia, mi ritrovai a pensare: “Non voglio finire così!”

“Non voglio finire così”, si era detto. Voleva vivere una vita piena e sorridere al momento del trapasso. Non aveva le idee chiare su cosa avrebbe fatto per ottenere quel risultato, ma ormai aveva deciso.
Una volta, suonando il piano, aveva immaginato la colonna sonora che avrebbe voluto facesse da sottofondo al momento della sua morte. Un po’ morboso, forse, però questo era quello che aveva pensato. La canzone aveva un’andatura e una progressione molto lente, iniziava con un accordo di mi bemolle e si concludeva con un do diesis che lasciava il tutto incompiuto eppure completo. Era un pezzo molto breve, neanche quattro battuto, doveva coprire giusto quel momento in cui la testa gli sarebbe caduta sul cuscino e la vista gli si sarebbe oscurata in una dissolvenza crescente. Era un brano malinconico, ma che al contempo parlava di felicità e commozione, di meritato riposo dopo una vita ben spese, il lieto fine che non ci si aspetta da una scena così.


« Non sapevo che la morte di nonno Franco ti avesse toccato in questo modo.»
« Più che altro, mi è stata d’esempio.» aveva detto Diego.
La loro sigaretta era quasi finita. Giulia si guardò intorno, e sorrise.
« Allora lavoravo ancora per Franzetti, ti ricordi?»
« Come no. E io ero single, e non avevo ancora ripreso in mano la chitarra. E non mi ero ancora trasferito, poi!» rievocò Diego.
Ne erano successe di cose. Ricordò di come, mentre sua sorella si licenziava e apriva un’attività tutta sua, lui aveva studiato, aveva cambiato molte abitudini, si era innamorato. La vita non gli era mai parsa piena di possibilità come allora. Aveva avuto, poi, quella breve fase di abbattimento, poi però aveva ricominciato a suonare la chitarra, e si era innamorato anche di lei.
« E mamma doveva ancora rimanere incinta di Fabio!» continuò a rievocare Giulia!
Sembravano poche cose, a riassumerle così, ma comportavano una tale mole di cambiamenti... Era incredibile quale piena di ricordi potesse scatenare l’unione di un posto, un clima e un’abitudine come fumare insieme.
Il continuo scorrere della sua vita era qualcosa che rendeva felice Diego. La possibilità di continuare a crescere interiormente, di cambiare quanto gli pareva, e forse anche di più, o di restare lo stesso per altre cose, le possibilità offerte dalla sua nuova storia d’amore e più o meno da ogni giorno... da ogni piccolo cambiamento che potrebbe passare inosservato, o che basterebbe uno schiocco di dita per innescare. Tutto questo lo faceva sentire potente, lo faceva sentire come se raggiungere il suo obiettivo non fosse impossibile. Quando aveva lavorato, prima di iscriversi all’Università, raramente aveva creduto che la sua vita gli riservasse qualche apertura. Si dette dello stupido per aver pensato una cosa del genere ad appena ventuno anni.
« Mi sono mancati questi momenti.» disse Giulia, interrompendo i suoi pensieri.
« Anche a me.» concordò Diego.
Videro un paio di gocce d’acqua bagnare l’asfalto davanti a loro, formando piccoli puntini scuri sulla strada.
« Cosa hai fatto ieri, alla fine?» domandò Giulia.
Diego sorrise. Alcune cose non cambiano, e forse anche questo è un bene. Fratello e sorella si raccontarono le ultime vicissitudini, poi spensero le sigarette e si apprestarono ad andarsene. Diego si immaginò che l’arco stesse già aspettando il loro ritorno per avere nuovamente la prova che il tempo scorre, ma fu un attimo, poi non ci pensò più e lui e Giulia se ne andarono sotto la pioggia, scomparendo oltre una salita.

Questo racconto è ancora fresco, essendo stato partorito la settimana scorsa dopo un esperimento che ha preso luogo alla Locanda Burlabacco di Mogliano (la classica assegnazione di tre parole da inserire in un racconto scritto sul momento, per le quali ringrazio Damiano Gesuelli)
Probabilmente la allungherò un po', e la inserirò in quella fantomatica antologia di cui parlo da un po' di tempo. Per il momento, però, sono occupato con la correzione del romanzo. Dopo mesi passati a rivedere piccole cose ogni volta, finalmente sono riuscito a re-ingranare la marcia e sto procedendo spedito! Lo so che tanto non ce la farò entro la fine dell'anno a raggiungere una forma finale che mi soddisfi, ma non vedo l'ora di vederlo concluso, anche se mi sa che succederà come quando ho scritto l'epilogo della bozza ("Dai, devi scrivere solo l'epilogo, ci vorrà un'oretta"... e giù fino alle cinque del mattino, con tanto di pianto nella penultima scena, poi partenza per Macerata senza dormire per poter andare all'Università in tempo.)... ma sto divagando.
Che ne pensate di questo esperimento?
Considerazioni, commenti, pensieri sulla natura profonda dell'universo e del formaggio, tutto questo può essere scritto nel box dei commenti qui sotto. 
Rinnovo l'avviso fatto sulla pagina facebook: la serie di recensioni domenicali è stata momentaneamente interrotta mentre, fra un impegno e un altro (tra l'altro, se Domenica 8 Dicembre non avete niente da fare alle cinque del pomeriggio, QUI c'è un evento interessante) cerco di leggere nuovi libri da recensire. In sostanza, la stagione 2 è in produzione. 
Detto questo, ci vediamo giovedì per il prossimo racconto!

---MICHELE GIULI---

venerdì 22 novembre 2013

Racconto: "La Donna in cima alla collina", di Michele Giuli

Oggi è il turno di un vecchio racconto breve che scrissi ormai due anni e mezzo fa. A rileggerlo ora non riesco a contare le differenze che intercorrono fra la notte in cui lo scrissi e oggi. In due anni, tutto intorno a me e in me è cambiato (in un modo che mi piace, per fortuna). Nonostante questi cambiamenti, resta un racconto valido, che a suo tempo spedii al concorso Subway e che mi ha anche dato l'ispirazione per una canzone. Al Subway non lo hanno considerato, diamogli una possibilità su questo blog.
Buona Lettura!!!



Quando sono nato, l’albero era già in cima alla collina. Era gigantesco, e i suoi rami si innalzavano verso il cielo in uno spasmo di vita.
Era un albero solitario, come un uomo che vive da solo, senza bisogno di nessuno. La collina era diventata una sorta di luogo sacro per tutti noi. Quel posto aveva un che di magico, e da lì era facile cadere in preda all’ estasi mistica davanti alla bellezza del paesaggio.
Al crepuscolo, dovunque ti trovavi, potevi vedere l’ albero stagliarsi contro la luce del sole calante. In quei momenti, sembrava di guardare un dipinto di Friedrich: la luce creava un contrasto naturale fra quella pianta e il cielo, che si colorava di rosso e arancione.
In un certo senso, era un albero malinconico: quando lo guardavi, cadevi immancabilmente in uno stato di meditazione, in cui per un momento potevi sentire chiaramente di essere una parte del Tutto.
Questa era una cosa di cui eravamo tutti consapevoli giù in paese, sebbene non ne facessimo mai parola con nessuno. Era una consapevolezza che sentivi venire dal profondo.
Ogni sera, al tramonto, che fosse estate o inverno, vedevamo quella donna seduta in cima alla collina con la schiena contro il tronco.
Non sapevamo da dove venisse: probabilmente da uno dei paesi vicini, ipotizzavamo. Lei e l’albero erano collegati, in un certo senso.
Pochi minuti dopo che il sole era scomparso del tutto oltre l’orizzonte, lei si alzava e se ne andava via.
Il fatto ci incuriosiva molto, e ogni tanto qualcuno provava a farle compagnia. Lei si sedeva accanto alla persona di turno, e faceva discorsi sulla bellezza di quel posto, o recitava poesie che nessuno aveva mai sentito prima di allora. Se le domandavi chi era, ti rispondeva in modo enigmatico, e si rifiutava di dare informazioni più precise. « Come vuoi che mi chiami?» chiedeva. « Da dove vuoi che io venga?». In molti, a sentirci rispondere così da qualcun altro, ci saremmo irritati, ma con lei non successe mai. Era una stranezza che le perdonavamo con tranquillità.
Mi piaceva molto guardare il tramonto con lei. Era bella come un angelo, e alternava fasi di allegria e gentilezza a momenti di enigmaticità e di quella serietà di coloro che praticano la meditazione. In pratica, era un mistero. Con lei ridevo delle cose più banali, e un momento dopo la vedevo cadere in uno stato di profonda contemplazione.  Sentivo che il suo amore per quel posto era così forte che avrei potuto toccarlo con mano.
« La senti?» mi disse una volta. « La vita di quest’ albero, intendo.»
« Sì.» risposi io, sussurrando. Era una cosa che non potevo sentire appieno... era poco più che una sensazione, ma capivo perfettamente cosa intendeva. Percepivo qualcosa che pervadeva l’ albero, come un Flusso di energia, quando mi trovavo in quel posto. Quella pianta aveva una bellezza tutta sua, sembrava magica come la collina dove si trovava.
Ricordo un episodio strano che avvenne molti anni fa: il sole era appena tramontato, e io mi trovavo davanti all’uscio di casa mia. Prima di entrare mi soffermai davanti alla porta e mi voltai per guardare la collina.
Lei era ancora lì, e si stagliava contro l’orizzonte.
Ad un certo punto, una folata di vento improvviso fece cadere alcune foglie dai rami dell’albero. Una strana emozione selvaggia mi pervase, e provai un brivido di estasi. Sentivo che quello era lo spettacolo più bello al quale avessi mai assistito, una visione che raccoglieva tutta la bellezza del mondo.
Lei si voltò, ed io compresi: anche da quella distanza che stava fissando me.
Quegli occhi... quei capelli castani simili a rami che le cadevano lungo la schiena...e quella primordialità così intensa che incantava chiunque e al contempo ispirava rispetto!
In un misto di paura e ammirazione, capii che lei non era umana.
Passavano gli anni, ma io continuavo ad andare frequentemente sulla collina a tenerle compagnia. A volte rimanevamo entrambi in silenzio, eppure quando me ne andavo sentivo di aver fatto la chiacchierata più interessante della mia vita.
Non mi disse mai niente su di lei, e non gliene feci una colpa, specialmente dopo quello che avevo capito sul suo conto.
Quando salivo in cima alla collina, mi sembrava di poter sentire l’albero respirare. No! Non respirava: c’era qualcosa dentro di Lui che vibrava!

Poi, un giorno, seppi che a breve quell’albero sarebbe stato abbattuto per permettere la costruzione di una nuova strada che doveva passare per quel punto. Mi indignai come mai avevo fatto in vita mia. La sola idea mi faceva ribrezzo! Era una blasfemia!
Quando, qualche sera dopo, tornai sotto le fronde dell’albero, lei era sempre lì.
Parlò molto con me, quella sera, e passammo il tempo ridendo e scherzando. Infine, lei si alzò e mi salutò dicendo: « Fra un po’ dovrò andarmene. Il mio tempo qui è passato.»
« Perché dici questo?» esclamai io, sconcertato.
Sì alzò e guardò l’ orizzonte, dicendo: « Addio. Il mio intento era di farvi vedere come tutto sia vivo e bello, ed ora è tempo che me ne vada.»
Sorrise, e aggiunse: « Mi è piaciuto molto passare questi pomeriggi con te, comunque.»
« Chi sei?» domandai.
Lei mi guardò con benevolenza e disse: « Io sono una manifestazione di quell’esplosione di vita che unisce il Tutto in un unico Uno.»
Spalancò le braccia, e il vento iniziò a soffiare. Sotto i miei occhi, si trasformò in un mucchio di foglie e fili d’erba che volarono via, lasciandomi solo e stupefatto.
Pochi giorni dopo, l’albero fu abbattuto. Provai un forte dolore quando ciò accadde.

Quella notte, non riuscii a dormire. Mi giravo e mi rigiravo nel letto, e alla fine decisi di andare a cercare qualcosa da mettere sotto i denti. Passai davanti ad una finestra dalla quale si poteva vedere la collina.
Mi bloccai, non credendo ai miei occhi. Lei era lì! Camminava da sola nella notte, illuminata dalla luce della luna crescente. Sembrava che stesse cercando qualcosa...
Corsi di fuori, deciso ad arrivare fino alla collina per raggiungerla, ma non feci in tempo ad uscire di casa, che era sparita.
Non ho mai raccontato a nessuno cosa è successo in cima alla collina, né quello che vidi quella notte.
Per un po’ di tempo, Lei continuò a manifestarsi. Di tanto in tanto, qualcuno giurava di averla vista vagare nei dintorni del paese. Ogni volta, stando ai racconti, lei sorrideva al protagonista di turno e lo salutava allegramente.
Anche a me è capitato di rivederla una o due volte, e ogni parola che scambiavo con lei dava gioia al mio cuore.
Ogni tanto torno in quel posto. Ora i miei capelli sono bianchi, e la mia pelle rugosa, ma ogni volta provo le stesse emozioni di anni fa, quando l’albero c’era ancora e ad ogni tramonto lei appariva improvvisamente, risalendo il lato opposto della collina, col suo passo lento e delicato. Ogni volta, sento una preghiera sorgermi spontanea dal cuore, e lentamente sussurro semplicemente:
« Madre Terra...»
Ora, al posto dell’ albero c’è una strada circondata dal verde dove sfrecciano le macchine. Ai suoi bordi hanno piantato qualche cespuglio.
Tuttavia, se vi capita di passare per quel luogo, prestate attenzione a ciò che provate.
Da sotto l’asfalto sbucano dei germogli, frammenti di una forza vitale che non può essere coperta dal catrame.
Dove un tempo c’era l’albero, è ancora percepibile quel richiamo alla vita e alla gioia che caratterizzava quel posto magico. E, se state attenti, potrete sentire una Voce che vi sussurra dolcemente nell’orecchio, in mezzo al fruscio delle foglie ai bordi della strada.




Michele Giuli
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