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giovedì 26 settembre 2013

Racconto: "Leòn" - parte 3


A Leòn rimanevano soltanto tre esami che era intenzionato a passare al primo appello.
Quelle settimane volarono. Usciva molto poco, ora che doveva studiare più intensamente del solito. I suoi ultimi giorni in Italia furono terribili, eppure anche in quel momento il tempo passato con lui mi lasciava solo bei ricordi.
Negli ultimi tre giorni prima della data fatidica, ricominciammo a passare i pomeriggi insieme.
Furono giorni disperati e magnifici. L’ ultimo pomeriggio, dopo che lui ebbe preparato le valigie, andammo alla solita panchina ai Giardini Diaz.
Ora faceva caldo, e il posto era molto affollato. Non molto lontano da noi dei ragazzi suonavano la chitarra, sdraiati sull’erba. Gran parte delle zone erbose erano occupate da studenti che si godevano una pausa dallo studio, coppiette, o bambini che giocavano. Un uomo di colore sedeva da solo su una panchina a pochi metri dalla nostra e fissava le cime degli alberi.
« Mi mancherà questo posto.» disse Leòn. « Mi è piaciuto stare qui.»
Il suo italiano era migliorato ancora di più durante il secondo semestre.
« Pensi di tornare?» domandai.
« Forse l’estate prossima.»
« A che ora parte il tuo aereo?»
« Domani pomeriggio alle quattro. Prenderò il treno delle tredici per arrivare ad Ancona, poi aspetterò lì.»
Non riuscii a trattenermi.
« Mi mancherai.» dissi. Lui rimase zitto. Non ho ancora capito il significato di quel silenzio. Dopo qualche secondo mi rispose: « Anche tu.»
Prese una sigaretta e la accese, pensieroso.
« Non so se sono pronto a tornare a Lione.» mi confidò dopo un po’. « Per quello che mi aspetta lì.»
Non domandai niente: fu lui a raccontarmi tutto.
« Stavo con una ragazza.» raccontò. « Si chiamava Michelle. Non avrei potuto desiderare una ragazza migliore, ma c’era un unico problema: il padre le aveva impedito di vedermi. Ci eravamo messi insieme alle superiori, e avevamo portato avanti per quasi due anni una relazione “clandestina”.»
Inspirò del fumo.
« Ero veramente perso per quella ragazza, non puoi capire quanto! Sembrava che tutto andasse bene, quando lei scomparve all’improvviso per due settimane. Provai a cercarla, ma le sue amiche si rifiutarono di parlarmi.»
La sua voce iniziò a tremare.
« Solo dopo un po’ una di loro mi disse la verità.»
Fece una pausa e finì la sigaretta. La gettò a terra e si sfregò un occhio con la punta delle dita.
« Aveva abortito.» singhiozzò. « Poco tempo prima aveva scoperto di essere incinta, e non aveva trovato il coraggio di dirlo a suo padre.»
Si prese una pausa, le lacrime che scendevano lungo le sue guance, mentre il busto era scosso dai singulti.
« Diversi mesi prima c’era stata una lite con suo padre. Lei non aveva voluto dirmi di cosa avevano parlato, ma lui l’aveva cacciata di casa, per poi andare a chiederle perdono in ginocchio pochi giorni dopo. Posso solo immaginare quanto fosse spaventata al pensiero di dirgli che era incinta.»
Si coprì gli occhi con una mano e deglutì.
« Lo odio.» ringhiò. « I benpensanti si scagliano contro chi abortisce, ma ignorano che spesso la colpa è anche del sistema che propugnano. In un sistema in cui non si colpevolizza nessuno per cose come queste e una ragazza incinta sa che ne può parlare apertamente, che avrà tutto il sostegno di cui ha bisogno sia da parte della sua famiglia che dello stato, quante abortiranno per paura delle conseguenze? Una mia parente fa l’infermiera in un ospedale... mi racconta spesso di un sacco di giovani che vengono e hanno fretta di abortire prima che le loro famiglie le scoprano.
Ora non posso sopportare la vista di Michelle, ma il padre... lo odio quello. Così come ho odiato a lungo me stesso.»
Era la prima volta che lo vedevo così pieno di rancore. 
Stringendo gli occhi a due fessure, quasi volesse evocare l’ immagine del vecchio nella sua mente, continuò.
« Non riuscivo a vivere con quel peso. Dopo una settimana mi ero già stancato delle sbornie. Avevo bisogno di cambiare aria, ci voleva un grande cambiamento. Mi segnai per il progetto Erasmus.
« La sera prima di partire vidi il padre di Michelle camminare per le vie del centro. Lui neanche mi riconobbe. Quanto avrei voluto colpirlo!»
Mi sentii crollare. Avevo ascoltato in silenzio per tutto il tempo, e ora capivo quanto doveva aver sofferto.
Avrei voluto dargli tutto il mio sostegno e confortarlo, ma ancora una volta non riuscii ad aprirmi e tutto ciò che dissi fu: « Mi dispiace.»
Cercammo di cambiare discorso, e alla fine ci ritrovammo (senza sapere come avevamo fatto) a parlare del più e del meno, come al solito.
 “Ora o mai più”, pensai all’ improvviso. Fumai un’ intera sigaretta prima di trovare il coraggio di parlare.
« Leòn?» iniziai.
« Sì?»
Esitai.
« Niente.» dissi alla fine.
Strinsi i denti. Avevo voglia di piangere.
« Va bene se domani ti accompagno alla stazione?» domandai alla fine.
« Ma certo!»
Sorrisi, e guardai davanti a me, tentando di non far cadere il mio sguardo su di lui.

Tornando a casa nella disperazione più totale, mentre stavo per aprire la porta sentii le urla di Laura provenire da dentro il nostro appartamento.
« Idiota! Ti rendi conto di quanto...»
Entrai, interrompendola. Matteo era lì, e fronteggiava la faccia più furiosa che avessi mai visto addosso a Laura.
Si voltò a vedere chi era entrato, e quando mi vide mi rivolse un sorriso imbarazzato e mi salutò.
« Ciao.»
Lo gelai con lo sguardo e me ne andai in camera senza rivolgergli la parola. Ora che era tornato, era chiaro che per il momento quello che provavo per lui era solo rabbia.
Laura non volle portare avanti la discussione, e Matteo venne a bussare alla porta della mia stanza. Non risposi. Alla fine si arrese, e parve accettare che non gli rivolgessi la parola. Durante la cena non fece che guardarmi, ma io non mi feci impietosire.
Mangiammo in silenzio, poi uscimmo tutti insieme. Mentre raggiungevamo gli altri, Matteo provò a fare qualche battuta per spezzare la tensione. Ridacchiammo un po’, ma lo ignorammo per il resto del tragitto.

Ci ritrovammo con gli altri nello stesso locale dove avevo conosciuto Leòn. Stesse persone, stesso barista, stesso dj assassino, stessi amici. Era curioso che tutto finisse così come era cominciato.
C’era anche lui.
La serata trascorse tranquillamente, quasi come se lui non stesse per andarsene per chissà quanto tempo. Macerata stessa era tranquilla, ignara del fatto che presto sarebbe stata privata di una persona senza la quale mi sarebbe sembrata più piccola. Fu comunque una bella serata, che cercai di godermi appieno in quanto era l’ultima che avevo a disposizione per stare con Leòn.
Valentina si assentò dal tavolo per cinque minuti, e quando tornò ordinò una vodka. Guardandoci tutti quanti, ci annunciò che stavolta il litigio non era finito con una riappacificazione e che era nuovamente single.
Il giorno dopo raggiunsi Leòn a mezzogiorno. Percorremmo a piedi il percorso lungo una ventina di minuti che ci separava dalla stazione, dividendoci i suoi bagagli.
Chiacchierammo finché il suo treno non arrivò ai binari, poi giunse il momento di salutarci.
« Sono stato bene con voi.» disse, guardandomi negli occhi. « Grazie.»
« Grazie a te!» ribattei io.
Era lì, davanti a me, pronto a salire sul treno. Se questo fosse stato un film, lo avrei abbracciato e gli avrei detto tutto, poi lui mi avrebbe stretto nel suo abbraccio e saremmo usciti insieme dalla stazione.
Nella realtà, invece, ci stringemmo la mano. La sua mano era ruvida e dalla presa salda. Vorrei non aver mai lasciato la presa.
« Ciao, Giacomo.» mi salutò lui, e se ne andò dopo aver promesso che la prossima estate sarebbe tornato per una vacanza.
Lo guardai andarsene, poi uscii dalla stazione e mi accasciai a piangere contro una parete in un angolino, fregandomene dei passanti che si fermavano a guardarmi.

Caffé Centrale. Piazza della libertà era sempre la stessa.
Se ne era andato.
Ebbene sì, ho mentito. Ho commesso un sacrilegio, ho mentito al lettore dicendogli che ero una ragazza. Ma ditemi voi: sareste arrivati fino a questo punto sapendo che quello che vi accingevate a leggere era la storia di un frocio?
La barista simpatica mi portò la mia quarta sambuca, dicendomi di stare attento perché non era questo il modo di risolvere i problemi.
Se ne era andato.
Macerata era davvero più vuota. Dopo tutto il tempo che avevamo passato a percorrerla insieme, dovunque andassi tutto mi parlava di lui, e di come avessi sprecato il mio tempo ad aspettare invece di rischiare e confessargli tutto. Non sempre si ha la forza di fare certi salti, magari se avessi avuto più mesi a disposizione, avrei potuto farlo.
Ma ormai era troppo tardi: se ne era andato.
« Ciao.»
Sollevai lo sguardo dal bicchierino di sambuca. Normalmente non avrei reagito in quel modo, ma ero alticcio, triste e con una punta di rabbia repressa. Cosa altro ci si poteva aspettare da me?
« Che cazzo vuoi?» domandai scontroso quando vidi Matteo sedersi di fronte a me.
Si grattò la nuca, imbarazzato.
« Hai idea di come mi sono sentito?» ringhiai, trapassandolo con lo sguardo.
« Volevo dirti che...»
Cominciai a sghignazzare.
« Oh, mi dispiace così tanto!» lo parodiai, con la voce in falsetto, per poi tornare bruscamente al mio normale tono incazzato aggiungendo: « Brutto testa di cazzo, avevo bisogno di tutto meno che di un comportamento così!»
Matteo contò i bicchieri sul tavolo.
« Dovresti tornare a casa.» disse.
« Tu dovresti tornare a casa e lasciarmi qui.» ribattei.
Matteo si passò le mani fra i capelli.
« Mi dispiace. È che... non ho reagito come avrei dovuto perché mi hai colto di sorpresa. Non sono abituato a cose del genere.»
Stavo per piangere di nuovo.
Massaggiandomi le tempie, dissi: « Alla fine non posso biasimarti troppo. Sei un italiano, dopotutto.»
La mentalità degli italiani non è razzista... è chiusa. Da sempre questo popolo è fatto da persone che, per paura non del diverso ma della diversità, si chiudono dentro quattro mura di solida identità che si rifiutano di far abbattere, dicendo che farlo equivarrebbe a distruggere la ricchezza della nostra cultura. Per noi è la stessa cosa, specie nei piccoli centri, in  cui l’omosessualità è un tabù, un argomento taciuto e tenuto segreto, che i miei simili vivono nel silenzio. Capita che perfino i più tolleranti abbiano momenti di sconcerto come Matteo.
Lui si sporse verso di me.
« Dammi un altra possibilità. Mi sono sentito una merda quando ho capito cosa ti avevo fatto. Sono tornato a Macerata solo per questo.»
Trangugiai la sambuca.
« Vattene.» sibilai.
« Perché?»
« Ho bisogno di stare da solo.»
Mi guardò in silenzio per un paio di secondi.
« È partito?»
Annuii, sull’orlo delle lacrime.

Abbiamo discusso, abbiamo litigato, io ho usato parole grosse, abbiamo discusso di nuovo, e infine si può dire che in qualche modo ci siamo riappacificati.
Siamo tornati a casa insieme e durante il tragitto mi sono sfogato. Dopo pochi minuti stavo già un po’ meglio.
Solo ora mi rendo conto di quanto mi è mancato.
Appena tornato a casa, sono entrato su facebook e ho scritto un messaggio a Leòn. Un lungo messaggio che ho concluso con la frase: “Per tutti questi mesi non sono stato capace di dirti una semplice cosa... ti amo.”
Avevo pensato di scrivere queste ultime due parole in Francese, ma anche se “je t’ aime” ha lo stesso significato, per me non ha lo stesso carico di emozioni e ricordi contenuto nella sua versione italiana. Quando devi rivelare cose intime come l’amore, è molto più facile dirlo in una lingua straniera.
Alla fine mi sono deciso, e battendo velocemente sui tasti ho scritto quelle cinque lettere, le più difficili da scrivere. Dopo aver riletto più volte tutto il messaggio, le ho fissate per diversi minuti prima di prendere un bel respiro e premere il tasto “invio”.
Era l’ultima cosa che avrei voluto fare, dirglielo per messaggio. Internet non riesce ancora a collegarci abbastanza da fare in modo che non ci sia differenza fra scrivere una cosa del genere e dirla di persona.
Leòn, avrei voluto guardarti in faccia mentre te lo dicevo, ma non ho mai trovato il coraggio. Non mi sono comportato diversamente da Michelle, non ho avuto il fegato di compiere un passo decisivo fino all’ultimo. Ti prego, perdonami per questo.
È stato come togliersi un dente, anche se è inutile negare che continuerà a far male ancora per un po’. Nessuno mi era mai piaciuto come Leòn, e il fatto che tra noi non possa esistere niente non cambia le cose. Il sollievo di essere stato onesto ed aver detto tutto non cancella l’amore che provo per lui e, onestamente, a me va bene così. Non voglio chiudermi a queste emozioni, voglio viverle fino in fondo con i loro lati positivi e negativi, perché l’amore è la cosa più forte che abbia mai provato, e potrà sembrare stupido, banale e scontato dire una cosa del genere, come all’inizio di questo racconto avrebbe potuto sembrarlo la sintesi della trama, ma il soffrirne è meglio che non provarlo affatto.
Ora sono qui nella mia stanza e fumo, guardando il cielo dalla finestra. Matteo dorme nel letto di fianco al mio.
Chissà se Leòn ha già letto il mio messaggio. Chissà se vorrà rispondermi. Aspetto una sua risposta.
Sono qui, in un punto qualsiasi del vasto universo. In questo vasto silenzio che caratterizza la mia attesa, una strana pace dolce-amara mi pervade. Sono qui. Aspetto...

6 Giugno 2012

Michele Giuli


E questo era il finale di "Leòn". Vi è piaciuto? Il colpo di scena era ovvio oppure c'è qualcuno che non se lo aspettava? Che ne pensate della storia? Per tutto questo c'è il box dei commenti.
Riguardo al colpo di scena, si potrebbe dire che avrei potuto dire fin da subito che il protagonista era un maschio, e non una ragazza come si era detto all'inizio, ma fin dal primo momento in cui ho avuto l'ispirazione per questo racconto, sapevo che doveva essere così. La preferivo come scelta stilistica, inoltre se avessi fatto diversamente ora su questo blog ci sarebbe stata una storia-ghetto, di quelle che vengono lette solo da chi sa di essere interessato all'argomento ed è schierato politicamente a favore dei diritti gay. Non volevo questo per "Leòn". Non volevo neanche che fosse etichettata fin dall'inizio come storia d'amore - omosessuale. Parla di emozioni condivisibili da tutti, indipendentemente dalla sessualità del lettore. Siccome volevo parlare di emozioni vissute in prima persona, è a sfondo omosessuale. Ma stop. Non va etichettata. E' una storia d'amore, e non solo. E' una storia in cui voglio parlare delle mie emozioni, ma anche di Macerata e i suoi luoghi, della nevicata del febbraio 2012, dell'università, dell'aborto, fare disquisizioni sul significato che la lingua madre ha per le persone (ultima parte del racconto), e anche dell'omosessualità e di come è vissuta qui nelle Marche. Che poi l'argomento principale sia l'amore del protagonista, è un altro paio di maniche. Non riduciamo questo racconto ad una "storia omosessuale per omosessuali", perché vuole essere molto di più. E' come paragonare "Brokeback Mountain" o "Milk" ad una di quelle serie che si vedono ultimamente in cui è inserito il tema dell'omosessualità in modo gratuito, solo per attirare una grande fetta di pubblico. E mi si perdoni il paragone con dei capolavori del cinema. Non sto dicendo dall'alto di un podio che "Leòn" sia un capolavoro (anche se, sarò sincero, dentro di me penso che meriti davvero di essere letto). Il paragone era principalmente dovuto agli intenti delle opere nominate, che non vogliono essere soltanto una forma d'intrattenimento rivolta ad un pubblico omosessuale, che parli di omosessualità, ma opere più vaste, che toccano diversi temi, e che a mio avviso sanno rendere con maggiore intensità le emozioni dei personaggi rispetto alle "storie-ghetto".
Insomma, "Leòn" non vuole essere etichettato per poi venire rinchiuso in un anfratto!
Conclusa questa lunga, lunga, riflessione sugli intenti di questo lavoro, mi copro la bocca con una mano per coprire un colpo di tosse (gli scherzi del clima mi hanno distrutto XD ) e levo la mano libera in segno di saluto..Grazie per essere ancora qui!
Per questa settimana (forse *ghigno satanico*) è tutto. Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto!!!

--- MICHELE GIULI ---

giovedì 12 settembre 2013

Racconto: "Leòn" - parte 1


di Michele Giuli

Questa è la storia d’ amore di una studentessa universitaria. Sì, lo so: banale e scontata, e soprattutto basata su un argomento che oggi viene citato praticamente sempre. Ma il mio autore preferito una volta scrisse che alla fin fine tutte le storie sono storie d’ amore, quindi non mi sento troppo in colpa.
Voglio parlare come non ho mai fatto finora di quello che ho vissuto negli ultimi mesi, e di come nei suddetti mesi abbia provato per questo ragazzo cose che non avevo mai provato per nessun altro, o almeno non in modo così forte.
Eppure non era bello.
Conobbi Leòn una sera al bar. Matteo lo aveva invitato a prendere un cocktail con noi. Leòn era uno studente francese venuto in Italia con il progetto Erasmus, e Matteo lo aveva conosciuto in facoltà.
Il locale era uno dei posti che odiavo di più in tutta Macerata, dove per tutta la notte i vecchi miti del rock venivano barbaramente uccisi da dj locali.
Eppure non era bello”, continuo a ripetermi mentre ci penso... era basso, con un viso più o meno normale ma un naso un po’ troppo lungo e delle sopracciglia più folte di quanto i miei gusti permettessero. Forse l’ unica sua caratteristica che avrebbe potuto superare i 5/10 nella scala della bellezza erano i capelli biondi, corti e lisci, pettinati di lato con il gel.
Le mie amiche mi hanno chiesto più volte come avessi potuto innamorarmi di lui.
All’ inizio fu solo una sensazione. Forse fu lo sguardo gentile con cui mi guardò mentre mi stringeva la mano e mi salutava che fece scattare la scintilla. Mi sentii come se qualcosa mi spingesse verso di lui. Provai subito per lui un interesse che non ho mai saputo spiegare.
Era arrivato da poco, e aveva difficoltà a capire l’ italiano, specialmente quando era inframmezzato da cadenze e parole tipicamente maceratesi.
Spesso ripenso a quella serata, quando cominciò la storia di amore a senso unico che caratterizzò i mesi precedenti al ritorno di Leòn in Francia. Il bello è che di quella notte non ricordo quasi nulla, se non lui.

Lo incontrai nuovamente due giorni dopo nella facoltà di Lingue in corso Cavour. Entrai nel cortile interno e lo trovai lì, seduto su una panchina a fumare una sigaretta.
Ci scambiammo qualche frase convenzionale, di quelle che dici quando non hai altre idee per continuare una conversazione: sulle lezioni che avevamo, se ci piacessero o no, e così via. Il suo accento francese era molto, molto forte. Utilizzava quasi sempre i pronomi all’ inizio delle frasi e spesso usava parole francesi, mentre io dovevo spesso ricorrere all’ inglese per farmi capire. Un dialogo poliglotta, proprio come piace a me!
 Poi arrivò la svolta.
« A che ora esci?» mi domandò.
Gli dissi che finivo alle cinque, ovvero un’ ora dopo di lui. Mi disse che non gli andava di tornare al collegio degli studenti, e mi chiese se non avessi niente da fare. Non si rinuncia mai ad una passeggiata all’ inizio dell’ anno accademico!
Nelle due ore che passammo a girare parlammo per lo più di cinema, di cui avevamo scoperto essere entrambi appassionati. Una valida alternativa alle maledette frasi convenzionali sulle lezioni di qualche ora prima.
Me ne andai senza sapere bene cosa provavo. Quello era il tipo di ragazzo con cui avrei potuto benissimo stringere una relazione. Non mi era mai successo di sentirmi così in sintonia con qualcuno. Non così velocemente.
Quando tornai a casa, Laura era intenta a studiare non so quale tomo sul diritto commerciale.
Laura era una studentessa siciliana che frequentava da due anni la facoltà di Giurisprudenza e condivideva l’ appartamento con me, Matteo e Valentina, una ragazza iscritta al corso di Lettere.
Era bassetta e aveva dei lunghi capelli neri che incorniciavano il suo viso dolce e moro. Le mancava qualche grado, ma portava sempre le lenti a contatto e la gente non se ne accorgeva.
« C’è Matteo?» domandai richiudendo la porta.
« È al bar.» rispose con voce atonale, quasi annoiata.
« Fa cena qui?»
« Credo.»
« Quanto ti manca all’appello?» domandai tanto per fare conversazione.
« È a dicembre, ma devo arrivarci preparata al massimo.» disse, e tirò fuori dalla tasca una sigaretta.
« Per oggi ho finito, comunque.» concluse, e mi raggiunse alla finestra.
« Come è andata la lezione, oggi?» domandò, accendendo la sigaretta.
« Non c’è male. Sembra un corso interessante.» risposi, tenendomi sul vago. « E poi... ho fatto un giro con il nuovo amico di Matteo.»
Laura tossì il fumo che aveva appena inspirato.
Come era prevedibile, finimmo per spettegolare come facevamo quasi ogni giorno. Non mi risparmiò neanche una delle domande tipiche del gossip-time.
Alla fine scosse il capo sorridendo e mi guardò negli occhi.
« Fa attenzione.» mi disse, improvvisamente seria.

« Ciao!» mi salutò Leòn
Ero su una panchina del cortile della facoltà, a leggere il libro che avevo acquistato due giorni prima.
Leòn lo indicò e mi domandò cosa fosse.
« “Il prigioniero del Cielo”» risposi.
« Posso vederlo?»
Io glie lo porsi e lui provò a leggere, desistendo dopo pochi secondi.
« Troppo difficile.» disse, restituendomelo.
« È ancora presto. Da quanto tempo studi Italiano?»
« Pochi mesi.»
« Non lo parli male per averlo studiato così poco tempo!»
« Grazie!» disse, sorridendo.
« Aspetti di andare a lezione?» domandai.
« Sì. Finisco fra tre ore.»
« Dopo hai da fare?»
Uno studente universitario straniero può avere impegni di sera all’ inizio dell’ anno accademico?

Ci sedemmo ad un tavolo all’ aperto fuori dal Caffé Centrale, in piazza della Libertà, sotto le logge del Palazzo del Municipio.
Se dovessi fare una descrizione oggettiva di quel posto, direi che è una grande area rettangolare pavimentata da sampietrini, circondata da vecchi edifici. Da una parte c’ è il teatro Lauro Rossi, con a fianco un campanile con una dedica a Vittorio Emanuele II, vicino alle scalette che portano a pochi passi da Corso Garibaldi. Dalla parte opposta al Caffé Centrale c’è la facoltà di Giurisprudenza e la strada che porta al Duomo. Se poi l’ osservatore si volta verso la sua sinistra, può vedere la Loggia dei Mercanti, un grande edificio costruito su due piani, sorretto da due pareti e due file di tre colonne.
Le mattonelle delle logge sotto cui eravamo seduti assumevano volta per volta un colore sempre più scuro, perdendo le tonalità d’ oro e rosso che dovevano aver avuto un tempo. Ma a cosa serve una descrizione così?
Mi è sempre piaciuto andare lì, sia in compagnia che in totale solitudine, e guardare la gente che cammina pensando ai fatti propri.
Da sotto gli archi e le logge del Palazzo del Municipio ho una posizione privilegiata per vedere la quotidianità dei passanti, cercando di immaginare perché sono qui, perché indossano quei vestiti, cosa fanno per vivere, chi conoscono.
Per un secondo, le nostre vite si uniscono. Non importa che io immagini le cose sbagliate, che fraintenda tutto. Per quel singolo istante, e mai più in futuro, siamo una cosa sola come il poeta Zhuang Zi e il pesce del fiume Han. A portarci qui è stata una rete intricata di eventi sconnessi fra loro, che si intrecciano nel momento in cui io guardo l’ uomo con la giacca marrone e gli occhiali passare davanti al mio tavolo, o l’ uomo con la sigaretta che mi fissa mentre la simpatica barista mi porta la mia sambuca.
Piazza della Libertà è un palcoscenico su cui si muovono ogni giorno comparse su comparse, che anche solo con il loro camminare trasmettono ricchezza.
C’ è sempre tranquillità qui. Sia che ci sia il sole, sia che piova a dirotto. I palazzi, la facoltà di Giurisprudenza, il campanile ci sorvegliano mentre ogni giorno passiamo lì sotto per andare in tabaccheria o al bar, mentre gli studenti vanno a lezione o signori in giacca e cravatta raggiungono la loro macchina al centro della Piazza.
Il tempo scorre in modo diverso a Piazza della Libertà. Tutto è dilatato, ed è in questi momenti che puoi vedere la vita quotidiana esprimersi in tutta la sua intensità, passione e bellezza. Ogni volta che vengo qui riesco a vedere il valore intrinseco di ogni cosa, di ogni passo mosso dal più perfetto degli sconosciuti.
Ordinammo due caffé.
« Come ti trovi qui?» domandai.
« Pàs mal. Questa città è bella.»
« E la gente?»
« Non saprei, non conosco molte persone. Tu che ne pensi?»
« Devo ancora farmi un’ opinione precisa.»
In quel periodo dell’ anno, a quell’ora era già buio. I parcheggi al centro della piazza erano quasi vuoti e da lontano si poteva vedere qualche studente uscire dalla facoltà di Giurisprudenza. Era in quei momenti, alla luce dei lampioni, che la dilatazione del tempo raggiungeva il suo apice. Tutto sembrava fermarsi, e un’atmosfera magica che parlava di bellezza e intensità scendeva sulla Piazza.
La barista ci portò i caffé. In quel momento, le due casse sopra l’ entrata del bar trasmettevano i Toto, diversamente dalla maggior parte delle volte, in cui da lì si potevano sentire solo le hit appena uscite.
« Da dove vieni tu?» mi domandò Leòn.
Gli risposi che venivo da Montegiorgio, un piccolo paese in provincia di Fermo.
« Dov’ è?»
Tentai di spiegarglielo, ma ho sempre avuto difficoltà a dare indicazioni stradali che andassero oltre il: “Segua la strada, poi giri a destra, prenda la seconda svolta a sinistra ed è arrivato”, e lui non conosceva nessuno dei posti che gli nominavo.
Mi parlò di Lione, della sua famiglia, e di come dopo il divorzio dei suoi genitori lui e sua sorella fossero andati a vivere dalla madre.
Spesso si interrompeva perché non trovava le parole e io aspettavo pazientemente che riuscisse ad esprimersi in Italiano.
Ci raccontammo a vicenda le nostre vite, amicizie, relazioni. Mi disse che una volta finita l’ università sperava di trovare un lavoro che gli permettesse di viaggiare. Non aveva voglia di rimanere troppo tempo a Lione, e quando gli chiesi perché si mantenne sul vago. Mi accennò che aveva avuto dei problemi ma non volle dirmi altro.
« E toi?» chiese.
« Ho scelto la mia facoltà perché mi interessavano i corsi, ma non ho idea di quello che farò. Mi piacerebbe fare l’ insegnante, ma non mi precludo niente.»
« Precludo?» ripeté lui.
« Come posso spiegartelo con parole semplici? Letteralmente vuol dire: “impedire”. In questo caso.. vediamo... vuol dire... non escludere delle possibilità. Capito?»
« Più o meno.» disse, lui e sorrise.
Fu in quel momento che sentii che provavo veramente qualcosa per lui. Mentre l’ aria si faceva sempre più fredda e Leòn mi ascoltava concentrato capii che... mi piaceva. Fu una piccola vibrazione lungo tutto il mio corpo, come se ogni mia cellula esprimesse la sua approvazione a quella comprensione.
Lo sentivo vicino a me, come se fossimo legati. Forse era la stessa cosa che mi faceva sembrare ogni sua parola importante, ogni momento passato con lui prezioso. Avrei voluto rimanere per sempre con lui e spiegargli il significato di tutte le parole che non capiva.
Potrei fare una descrizione oggettiva della personalità di Leòn. Potrei dire che è un gran chiacchierone, che è solare, gentile, simpatico e curioso, che i suoi occhi e la sua voce si illuminano di entusiasmo quando parla delle cose che lo appassionano. Non è la persona più intelligente che conosco, anche se di certo se la cava, è sempre pieno di energie  e pronto a fare battute. Potrei elencare tutto quello che mi piace di lui. Ma anche questa descrizione sarebbe inutile.
È più importante il fatto che da quel periodo in poi cominciai a pensare sempre a lui. Lo vedevo dappertutto, lo cercavo... nei mesi successivi il centro delle mie giornate si spostò lentamente verso di lui.
È inutile cercare di descrivere queste cose, perché non riuscirei mai neanche con anni di esperienza a parlare bene di come mi sentivo quando ascoltavo la sua voce o sentivo il suo odore che mi attirava verso di lui come una calamita, quelle dolci e forti sensazioni, quella spinta interiore che mi faceva avvicinare sempre di più a lui quel sentire che tutto era a posto finché eravamo insieme e quella tenerezza che sentivo per lui quel Tutto quel fottuto forte Tutto che lo rendeva il centro delle mie giornate quell’ estasi quando mi faceva sorridere con la sua simpatia o mi faceva riflettere con un suo commento o quando con la sua semplicità mi faceva sentire la persona più ricca del mondo solo per il fatto di stargli accanto perché era la persona migliore sulla faccia di questo mondo...
Non era bello, non era attraente... era ciò che aveva dentro che brillava.

 E questo era l'inizio di "Leòn", il secondo racconto pubblicato su questo blog. Scritto anche questo quasi un anno fa, per il 90% all'interno del locale che fino alla sua chiusura è stato insieme il mio "ufficio" creativo, il mio posto preferito e il luogo d'incontro con persone straordinarie, tra le quali spicca la proprietaria, Sabrina, che è diventata rapidamente la mia migliore amica. Sto parlando dell' "Angel's Café" di Mogliano, il locale più pazzo e anarchico che abbia mai avuto il piacere di visitare, dove sono successe cose dell'altro mondo. Dopo la chiusura, la nuova gestione si rivelò a sua volta ottima e il locale, ora chiamato "Il Bar degli Amici", resta il mio bar preferito a Mogliano ed è stato il punto d'inizio dell'AVVENTURA EDITORIALE DI LORENZO VARGAS, grazie all'interessamento di Matteo, il proprietario, nonché mio amico e compagno di dissertazioni filosofiche alle 2 del mattino, che ci ha aiutati in ogni modo con grande generosità. 
Tornando a "Leòn", lo scrissi fra la primavera e l'estate del 2012 seduto ad un tavolino all'esterno dell' "Angel's", interamente su un quadernino che mi portavo appresso, se escludiamo un paio di correzioni aggiunte durante la messa in bella copia e una o due parti scritte al computer (t
ra queste, vi è l'appassionata descrizione di Piazza della Libertà, che scrissi dal bar in cui vanno i protagonisti durante la scena in cui è inserita). Conclusi Leòn una notte di Luglio, restando all'esterno dell' "Angel's" anche dopo la chiusura pur di continuare a scrivere la parte finale. Fu la notte in cui si poté ammirare l'eclissi di Venere, e penso che sia carino che questo evento astronomico molto raro abbia segnato la conclusione della prima stesura di "Leòn".
Volete sapere cosa fu scritto quella notte? Continuate a seguire questo blog e, se vi piacciono i miei lavori, perché non iscriversi? Tutte le considerazioni su questa storia e sulle sviolinate fuori tema che scrivo nelle didascalie possono essere scritte nell'apposita barra dei commenti. Vi aspetto! :)
Ci vediamo giovedì prossimo, per il seguito di "Leòn"!!! 


MICHELE GIULI
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