Visualizzazione post con etichetta piazza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta piazza. Mostra tutti i post

giovedì 12 settembre 2013

Racconto: "Leòn" - parte 1


di Michele Giuli

Questa è la storia d’ amore di una studentessa universitaria. Sì, lo so: banale e scontata, e soprattutto basata su un argomento che oggi viene citato praticamente sempre. Ma il mio autore preferito una volta scrisse che alla fin fine tutte le storie sono storie d’ amore, quindi non mi sento troppo in colpa.
Voglio parlare come non ho mai fatto finora di quello che ho vissuto negli ultimi mesi, e di come nei suddetti mesi abbia provato per questo ragazzo cose che non avevo mai provato per nessun altro, o almeno non in modo così forte.
Eppure non era bello.
Conobbi Leòn una sera al bar. Matteo lo aveva invitato a prendere un cocktail con noi. Leòn era uno studente francese venuto in Italia con il progetto Erasmus, e Matteo lo aveva conosciuto in facoltà.
Il locale era uno dei posti che odiavo di più in tutta Macerata, dove per tutta la notte i vecchi miti del rock venivano barbaramente uccisi da dj locali.
Eppure non era bello”, continuo a ripetermi mentre ci penso... era basso, con un viso più o meno normale ma un naso un po’ troppo lungo e delle sopracciglia più folte di quanto i miei gusti permettessero. Forse l’ unica sua caratteristica che avrebbe potuto superare i 5/10 nella scala della bellezza erano i capelli biondi, corti e lisci, pettinati di lato con il gel.
Le mie amiche mi hanno chiesto più volte come avessi potuto innamorarmi di lui.
All’ inizio fu solo una sensazione. Forse fu lo sguardo gentile con cui mi guardò mentre mi stringeva la mano e mi salutava che fece scattare la scintilla. Mi sentii come se qualcosa mi spingesse verso di lui. Provai subito per lui un interesse che non ho mai saputo spiegare.
Era arrivato da poco, e aveva difficoltà a capire l’ italiano, specialmente quando era inframmezzato da cadenze e parole tipicamente maceratesi.
Spesso ripenso a quella serata, quando cominciò la storia di amore a senso unico che caratterizzò i mesi precedenti al ritorno di Leòn in Francia. Il bello è che di quella notte non ricordo quasi nulla, se non lui.

Lo incontrai nuovamente due giorni dopo nella facoltà di Lingue in corso Cavour. Entrai nel cortile interno e lo trovai lì, seduto su una panchina a fumare una sigaretta.
Ci scambiammo qualche frase convenzionale, di quelle che dici quando non hai altre idee per continuare una conversazione: sulle lezioni che avevamo, se ci piacessero o no, e così via. Il suo accento francese era molto, molto forte. Utilizzava quasi sempre i pronomi all’ inizio delle frasi e spesso usava parole francesi, mentre io dovevo spesso ricorrere all’ inglese per farmi capire. Un dialogo poliglotta, proprio come piace a me!
 Poi arrivò la svolta.
« A che ora esci?» mi domandò.
Gli dissi che finivo alle cinque, ovvero un’ ora dopo di lui. Mi disse che non gli andava di tornare al collegio degli studenti, e mi chiese se non avessi niente da fare. Non si rinuncia mai ad una passeggiata all’ inizio dell’ anno accademico!
Nelle due ore che passammo a girare parlammo per lo più di cinema, di cui avevamo scoperto essere entrambi appassionati. Una valida alternativa alle maledette frasi convenzionali sulle lezioni di qualche ora prima.
Me ne andai senza sapere bene cosa provavo. Quello era il tipo di ragazzo con cui avrei potuto benissimo stringere una relazione. Non mi era mai successo di sentirmi così in sintonia con qualcuno. Non così velocemente.
Quando tornai a casa, Laura era intenta a studiare non so quale tomo sul diritto commerciale.
Laura era una studentessa siciliana che frequentava da due anni la facoltà di Giurisprudenza e condivideva l’ appartamento con me, Matteo e Valentina, una ragazza iscritta al corso di Lettere.
Era bassetta e aveva dei lunghi capelli neri che incorniciavano il suo viso dolce e moro. Le mancava qualche grado, ma portava sempre le lenti a contatto e la gente non se ne accorgeva.
« C’è Matteo?» domandai richiudendo la porta.
« È al bar.» rispose con voce atonale, quasi annoiata.
« Fa cena qui?»
« Credo.»
« Quanto ti manca all’appello?» domandai tanto per fare conversazione.
« È a dicembre, ma devo arrivarci preparata al massimo.» disse, e tirò fuori dalla tasca una sigaretta.
« Per oggi ho finito, comunque.» concluse, e mi raggiunse alla finestra.
« Come è andata la lezione, oggi?» domandò, accendendo la sigaretta.
« Non c’è male. Sembra un corso interessante.» risposi, tenendomi sul vago. « E poi... ho fatto un giro con il nuovo amico di Matteo.»
Laura tossì il fumo che aveva appena inspirato.
Come era prevedibile, finimmo per spettegolare come facevamo quasi ogni giorno. Non mi risparmiò neanche una delle domande tipiche del gossip-time.
Alla fine scosse il capo sorridendo e mi guardò negli occhi.
« Fa attenzione.» mi disse, improvvisamente seria.

« Ciao!» mi salutò Leòn
Ero su una panchina del cortile della facoltà, a leggere il libro che avevo acquistato due giorni prima.
Leòn lo indicò e mi domandò cosa fosse.
« “Il prigioniero del Cielo”» risposi.
« Posso vederlo?»
Io glie lo porsi e lui provò a leggere, desistendo dopo pochi secondi.
« Troppo difficile.» disse, restituendomelo.
« È ancora presto. Da quanto tempo studi Italiano?»
« Pochi mesi.»
« Non lo parli male per averlo studiato così poco tempo!»
« Grazie!» disse, sorridendo.
« Aspetti di andare a lezione?» domandai.
« Sì. Finisco fra tre ore.»
« Dopo hai da fare?»
Uno studente universitario straniero può avere impegni di sera all’ inizio dell’ anno accademico?

Ci sedemmo ad un tavolo all’ aperto fuori dal Caffé Centrale, in piazza della Libertà, sotto le logge del Palazzo del Municipio.
Se dovessi fare una descrizione oggettiva di quel posto, direi che è una grande area rettangolare pavimentata da sampietrini, circondata da vecchi edifici. Da una parte c’ è il teatro Lauro Rossi, con a fianco un campanile con una dedica a Vittorio Emanuele II, vicino alle scalette che portano a pochi passi da Corso Garibaldi. Dalla parte opposta al Caffé Centrale c’è la facoltà di Giurisprudenza e la strada che porta al Duomo. Se poi l’ osservatore si volta verso la sua sinistra, può vedere la Loggia dei Mercanti, un grande edificio costruito su due piani, sorretto da due pareti e due file di tre colonne.
Le mattonelle delle logge sotto cui eravamo seduti assumevano volta per volta un colore sempre più scuro, perdendo le tonalità d’ oro e rosso che dovevano aver avuto un tempo. Ma a cosa serve una descrizione così?
Mi è sempre piaciuto andare lì, sia in compagnia che in totale solitudine, e guardare la gente che cammina pensando ai fatti propri.
Da sotto gli archi e le logge del Palazzo del Municipio ho una posizione privilegiata per vedere la quotidianità dei passanti, cercando di immaginare perché sono qui, perché indossano quei vestiti, cosa fanno per vivere, chi conoscono.
Per un secondo, le nostre vite si uniscono. Non importa che io immagini le cose sbagliate, che fraintenda tutto. Per quel singolo istante, e mai più in futuro, siamo una cosa sola come il poeta Zhuang Zi e il pesce del fiume Han. A portarci qui è stata una rete intricata di eventi sconnessi fra loro, che si intrecciano nel momento in cui io guardo l’ uomo con la giacca marrone e gli occhiali passare davanti al mio tavolo, o l’ uomo con la sigaretta che mi fissa mentre la simpatica barista mi porta la mia sambuca.
Piazza della Libertà è un palcoscenico su cui si muovono ogni giorno comparse su comparse, che anche solo con il loro camminare trasmettono ricchezza.
C’ è sempre tranquillità qui. Sia che ci sia il sole, sia che piova a dirotto. I palazzi, la facoltà di Giurisprudenza, il campanile ci sorvegliano mentre ogni giorno passiamo lì sotto per andare in tabaccheria o al bar, mentre gli studenti vanno a lezione o signori in giacca e cravatta raggiungono la loro macchina al centro della Piazza.
Il tempo scorre in modo diverso a Piazza della Libertà. Tutto è dilatato, ed è in questi momenti che puoi vedere la vita quotidiana esprimersi in tutta la sua intensità, passione e bellezza. Ogni volta che vengo qui riesco a vedere il valore intrinseco di ogni cosa, di ogni passo mosso dal più perfetto degli sconosciuti.
Ordinammo due caffé.
« Come ti trovi qui?» domandai.
« Pàs mal. Questa città è bella.»
« E la gente?»
« Non saprei, non conosco molte persone. Tu che ne pensi?»
« Devo ancora farmi un’ opinione precisa.»
In quel periodo dell’ anno, a quell’ora era già buio. I parcheggi al centro della piazza erano quasi vuoti e da lontano si poteva vedere qualche studente uscire dalla facoltà di Giurisprudenza. Era in quei momenti, alla luce dei lampioni, che la dilatazione del tempo raggiungeva il suo apice. Tutto sembrava fermarsi, e un’atmosfera magica che parlava di bellezza e intensità scendeva sulla Piazza.
La barista ci portò i caffé. In quel momento, le due casse sopra l’ entrata del bar trasmettevano i Toto, diversamente dalla maggior parte delle volte, in cui da lì si potevano sentire solo le hit appena uscite.
« Da dove vieni tu?» mi domandò Leòn.
Gli risposi che venivo da Montegiorgio, un piccolo paese in provincia di Fermo.
« Dov’ è?»
Tentai di spiegarglielo, ma ho sempre avuto difficoltà a dare indicazioni stradali che andassero oltre il: “Segua la strada, poi giri a destra, prenda la seconda svolta a sinistra ed è arrivato”, e lui non conosceva nessuno dei posti che gli nominavo.
Mi parlò di Lione, della sua famiglia, e di come dopo il divorzio dei suoi genitori lui e sua sorella fossero andati a vivere dalla madre.
Spesso si interrompeva perché non trovava le parole e io aspettavo pazientemente che riuscisse ad esprimersi in Italiano.
Ci raccontammo a vicenda le nostre vite, amicizie, relazioni. Mi disse che una volta finita l’ università sperava di trovare un lavoro che gli permettesse di viaggiare. Non aveva voglia di rimanere troppo tempo a Lione, e quando gli chiesi perché si mantenne sul vago. Mi accennò che aveva avuto dei problemi ma non volle dirmi altro.
« E toi?» chiese.
« Ho scelto la mia facoltà perché mi interessavano i corsi, ma non ho idea di quello che farò. Mi piacerebbe fare l’ insegnante, ma non mi precludo niente.»
« Precludo?» ripeté lui.
« Come posso spiegartelo con parole semplici? Letteralmente vuol dire: “impedire”. In questo caso.. vediamo... vuol dire... non escludere delle possibilità. Capito?»
« Più o meno.» disse, lui e sorrise.
Fu in quel momento che sentii che provavo veramente qualcosa per lui. Mentre l’ aria si faceva sempre più fredda e Leòn mi ascoltava concentrato capii che... mi piaceva. Fu una piccola vibrazione lungo tutto il mio corpo, come se ogni mia cellula esprimesse la sua approvazione a quella comprensione.
Lo sentivo vicino a me, come se fossimo legati. Forse era la stessa cosa che mi faceva sembrare ogni sua parola importante, ogni momento passato con lui prezioso. Avrei voluto rimanere per sempre con lui e spiegargli il significato di tutte le parole che non capiva.
Potrei fare una descrizione oggettiva della personalità di Leòn. Potrei dire che è un gran chiacchierone, che è solare, gentile, simpatico e curioso, che i suoi occhi e la sua voce si illuminano di entusiasmo quando parla delle cose che lo appassionano. Non è la persona più intelligente che conosco, anche se di certo se la cava, è sempre pieno di energie  e pronto a fare battute. Potrei elencare tutto quello che mi piace di lui. Ma anche questa descrizione sarebbe inutile.
È più importante il fatto che da quel periodo in poi cominciai a pensare sempre a lui. Lo vedevo dappertutto, lo cercavo... nei mesi successivi il centro delle mie giornate si spostò lentamente verso di lui.
È inutile cercare di descrivere queste cose, perché non riuscirei mai neanche con anni di esperienza a parlare bene di come mi sentivo quando ascoltavo la sua voce o sentivo il suo odore che mi attirava verso di lui come una calamita, quelle dolci e forti sensazioni, quella spinta interiore che mi faceva avvicinare sempre di più a lui quel sentire che tutto era a posto finché eravamo insieme e quella tenerezza che sentivo per lui quel Tutto quel fottuto forte Tutto che lo rendeva il centro delle mie giornate quell’ estasi quando mi faceva sorridere con la sua simpatia o mi faceva riflettere con un suo commento o quando con la sua semplicità mi faceva sentire la persona più ricca del mondo solo per il fatto di stargli accanto perché era la persona migliore sulla faccia di questo mondo...
Non era bello, non era attraente... era ciò che aveva dentro che brillava.

 E questo era l'inizio di "Leòn", il secondo racconto pubblicato su questo blog. Scritto anche questo quasi un anno fa, per il 90% all'interno del locale che fino alla sua chiusura è stato insieme il mio "ufficio" creativo, il mio posto preferito e il luogo d'incontro con persone straordinarie, tra le quali spicca la proprietaria, Sabrina, che è diventata rapidamente la mia migliore amica. Sto parlando dell' "Angel's Café" di Mogliano, il locale più pazzo e anarchico che abbia mai avuto il piacere di visitare, dove sono successe cose dell'altro mondo. Dopo la chiusura, la nuova gestione si rivelò a sua volta ottima e il locale, ora chiamato "Il Bar degli Amici", resta il mio bar preferito a Mogliano ed è stato il punto d'inizio dell'AVVENTURA EDITORIALE DI LORENZO VARGAS, grazie all'interessamento di Matteo, il proprietario, nonché mio amico e compagno di dissertazioni filosofiche alle 2 del mattino, che ci ha aiutati in ogni modo con grande generosità. 
Tornando a "Leòn", lo scrissi fra la primavera e l'estate del 2012 seduto ad un tavolino all'esterno dell' "Angel's", interamente su un quadernino che mi portavo appresso, se escludiamo un paio di correzioni aggiunte durante la messa in bella copia e una o due parti scritte al computer (t
ra queste, vi è l'appassionata descrizione di Piazza della Libertà, che scrissi dal bar in cui vanno i protagonisti durante la scena in cui è inserita). Conclusi Leòn una notte di Luglio, restando all'esterno dell' "Angel's" anche dopo la chiusura pur di continuare a scrivere la parte finale. Fu la notte in cui si poté ammirare l'eclissi di Venere, e penso che sia carino che questo evento astronomico molto raro abbia segnato la conclusione della prima stesura di "Leòn".
Volete sapere cosa fu scritto quella notte? Continuate a seguire questo blog e, se vi piacciono i miei lavori, perché non iscriversi? Tutte le considerazioni su questa storia e sulle sviolinate fuori tema che scrivo nelle didascalie possono essere scritte nell'apposita barra dei commenti. Vi aspetto! :)
Ci vediamo giovedì prossimo, per il seguito di "Leòn"!!! 


MICHELE GIULI
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported License