A Leòn rimanevano soltanto tre esami che era intenzionato a
passare al primo appello.
Quelle settimane volarono. Usciva molto poco, ora che doveva
studiare più intensamente del solito. I suoi ultimi giorni in Italia furono
terribili, eppure anche in quel momento il tempo passato con lui mi lasciava
solo bei ricordi.
Negli ultimi tre giorni prima della data fatidica,
ricominciammo a passare i pomeriggi insieme.
Furono giorni disperati e magnifici. L’ ultimo pomeriggio,
dopo che lui ebbe preparato le valigie, andammo alla solita panchina ai
Giardini Diaz.
Ora faceva caldo, e il posto era molto affollato. Non molto
lontano da noi dei ragazzi suonavano la chitarra, sdraiati sull’erba. Gran
parte delle zone erbose erano occupate da studenti che si godevano una pausa
dallo studio, coppiette, o bambini che giocavano. Un uomo di colore sedeva da
solo su una panchina a pochi metri dalla nostra e fissava le cime degli alberi.
« Mi mancherà questo posto.» disse Leòn. « Mi è piaciuto
stare qui.»
Il suo italiano era migliorato ancora di più durante il
secondo semestre.
« Pensi di tornare?» domandai.
« Forse l’estate prossima.»
« A che ora parte il tuo aereo?»
« Domani pomeriggio alle quattro. Prenderò il treno delle
tredici per arrivare ad Ancona, poi aspetterò lì.»
Non riuscii a trattenermi.
« Mi mancherai.» dissi. Lui rimase zitto. Non ho ancora
capito il significato di quel silenzio. Dopo qualche secondo mi rispose: «
Anche tu.»
Prese una sigaretta e la accese, pensieroso.
« Non so se sono pronto a tornare a Lione.» mi confidò dopo
un po’. « Per quello che mi aspetta lì.»
Non domandai niente: fu lui a raccontarmi tutto.
« Stavo con una ragazza.» raccontò. « Si chiamava Michelle.
Non avrei potuto desiderare una ragazza migliore, ma c’era un unico problema:
il padre le aveva impedito di vedermi. Ci eravamo messi insieme alle superiori,
e avevamo portato avanti per quasi due anni una relazione “clandestina”.»
Inspirò del fumo.
« Ero veramente perso per quella ragazza, non puoi capire
quanto! Sembrava che tutto andasse bene, quando lei scomparve all’improvviso
per due settimane. Provai a cercarla, ma le sue amiche si rifiutarono di
parlarmi.»
La sua voce iniziò a tremare.
« Solo dopo un po’ una di loro mi disse la verità.»
Fece una pausa e finì la sigaretta. La gettò a terra e si
sfregò un occhio con la punta delle dita.
« Aveva abortito.» singhiozzò. « Poco tempo prima aveva
scoperto di essere incinta, e non aveva trovato il coraggio di dirlo a suo
padre.»
Si prese una pausa, le lacrime che scendevano lungo le sue
guance, mentre il busto era scosso dai singulti.
« Diversi mesi prima c’era stata una lite con suo padre. Lei
non aveva voluto dirmi di cosa avevano parlato, ma lui l’aveva cacciata di
casa, per poi andare a chiederle perdono in ginocchio pochi giorni dopo. Posso
solo immaginare quanto fosse spaventata al pensiero di dirgli che era incinta.»
Si coprì gli occhi con una mano e deglutì.
« Lo odio.» ringhiò. « I benpensanti si scagliano contro chi
abortisce, ma ignorano che spesso la colpa è anche del sistema che propugnano.
In un sistema in cui non si colpevolizza nessuno per cose come queste e una
ragazza incinta sa che ne può parlare apertamente, che avrà tutto il sostegno
di cui ha bisogno sia da parte della sua famiglia che dello stato, quante
abortiranno per paura delle conseguenze? Una mia parente fa l’infermiera in un
ospedale... mi racconta spesso di un sacco di giovani che vengono e hanno
fretta di abortire prima che le loro famiglie le scoprano.
Ora non posso sopportare la vista di Michelle, ma il
padre... lo odio quello. Così come ho odiato a lungo me stesso.»
Era la prima volta che lo vedevo così pieno di rancore.
Stringendo gli occhi a due fessure, quasi volesse evocare l’
immagine del vecchio nella sua mente, continuò.
« Non riuscivo a vivere con quel peso. Dopo una settimana mi
ero già stancato delle sbornie. Avevo bisogno di cambiare aria, ci voleva un
grande cambiamento. Mi segnai per il progetto Erasmus.
« La sera prima di partire vidi il padre di Michelle
camminare per le vie del centro. Lui neanche mi riconobbe. Quanto avrei voluto
colpirlo!»
Mi sentii crollare. Avevo ascoltato in silenzio per tutto il
tempo, e ora capivo quanto doveva aver sofferto.
Avrei voluto dargli tutto il mio sostegno e confortarlo, ma
ancora una volta non riuscii ad aprirmi e tutto ciò che dissi fu: « Mi
dispiace.»
Cercammo di cambiare discorso, e alla fine ci ritrovammo
(senza sapere come avevamo fatto) a parlare del più e del meno, come al solito.
“Ora o mai più”,
pensai all’ improvviso. Fumai un’ intera sigaretta prima di trovare il coraggio
di parlare.
« Leòn?» iniziai.
« Sì?»
Esitai.
« Niente.» dissi alla fine.
Strinsi i denti. Avevo voglia di piangere.
« Va bene se domani ti accompagno alla stazione?» domandai
alla fine.
« Ma certo!»
Sorrisi, e guardai davanti a me, tentando di non far cadere
il mio sguardo su di lui.
Tornando a casa nella disperazione più totale, mentre stavo
per aprire la porta sentii le urla di Laura provenire da dentro il nostro
appartamento.
« Idiota! Ti rendi conto di quanto...»
Entrai, interrompendola. Matteo era lì, e fronteggiava la
faccia più furiosa che avessi mai visto addosso a Laura.
Si voltò a vedere chi era entrato, e quando mi vide mi
rivolse un sorriso imbarazzato e mi salutò.
« Ciao.»
Lo gelai con lo sguardo e me ne andai in camera senza
rivolgergli la parola. Ora che era tornato, era chiaro che per il momento
quello che provavo per lui era solo rabbia.
Laura non volle portare avanti la discussione, e Matteo
venne a bussare alla porta della mia stanza. Non risposi. Alla fine si arrese,
e parve accettare che non gli rivolgessi la parola. Durante la cena non fece
che guardarmi, ma io non mi feci impietosire.
Mangiammo in silenzio, poi uscimmo tutti insieme. Mentre
raggiungevamo gli altri, Matteo provò a fare qualche battuta per spezzare la
tensione. Ridacchiammo un po’, ma lo ignorammo per il resto del tragitto.
Ci ritrovammo con gli altri nello stesso locale dove avevo
conosciuto Leòn. Stesse persone, stesso barista, stesso dj assassino, stessi
amici. Era curioso che tutto finisse così come era cominciato.
C’era anche lui.
La serata trascorse tranquillamente, quasi come se lui non
stesse per andarsene per chissà quanto tempo. Macerata stessa era tranquilla,
ignara del fatto che presto sarebbe stata privata di una persona senza la quale
mi sarebbe sembrata più piccola. Fu comunque una bella serata, che cercai di
godermi appieno in quanto era l’ultima che avevo a disposizione per stare con
Leòn.
Valentina si assentò dal tavolo per cinque minuti, e quando
tornò ordinò una vodka. Guardandoci tutti quanti, ci annunciò che stavolta il
litigio non era finito con una riappacificazione e che era nuovamente single.
Il giorno dopo raggiunsi Leòn a mezzogiorno. Percorremmo a
piedi il percorso lungo una ventina di minuti che ci separava dalla stazione,
dividendoci i suoi bagagli.
Chiacchierammo finché il suo treno non arrivò ai binari, poi
giunse il momento di salutarci.
« Sono stato bene con voi.» disse, guardandomi negli occhi.
« Grazie.»
« Grazie a te!» ribattei io.
Era lì, davanti a me, pronto a salire sul treno. Se questo
fosse stato un film, lo avrei abbracciato e gli avrei detto tutto, poi lui mi
avrebbe stretto nel suo abbraccio e saremmo usciti insieme dalla stazione.
Nella realtà, invece, ci stringemmo la mano. La sua mano era
ruvida e dalla presa salda. Vorrei non aver mai lasciato la presa.
« Ciao, Giacomo.» mi salutò lui, e se ne andò dopo aver
promesso che la prossima estate sarebbe tornato per una vacanza.
Lo guardai andarsene, poi uscii dalla stazione e mi
accasciai a piangere contro una parete in un angolino, fregandomene dei
passanti che si fermavano a guardarmi.
Caffé Centrale. Piazza della libertà era sempre la stessa.
Se ne era andato.
Ebbene sì, ho mentito. Ho commesso un sacrilegio, ho mentito al lettore
dicendogli che ero una ragazza. Ma ditemi voi: sareste arrivati fino a questo
punto sapendo che quello che vi accingevate a leggere era la storia di un
frocio?
La barista simpatica mi portò la mia quarta sambuca,
dicendomi di stare attento perché non era questo il modo di risolvere i problemi.
Se ne era andato.
Macerata era davvero più vuota. Dopo tutto il tempo che
avevamo passato a percorrerla insieme, dovunque andassi tutto mi parlava di
lui, e di come avessi sprecato il mio tempo ad aspettare invece di rischiare e
confessargli tutto. Non sempre si ha la forza di fare certi salti, magari se
avessi avuto più mesi a disposizione, avrei potuto farlo.
Ma ormai era troppo tardi: se ne era andato.
« Ciao.»
Sollevai lo sguardo dal bicchierino di sambuca. Normalmente
non avrei reagito in quel modo, ma ero alticcio, triste e con una punta di
rabbia repressa. Cosa altro ci si poteva aspettare da me?
« Che cazzo vuoi?» domandai scontroso quando vidi Matteo
sedersi di fronte a me.
Si grattò la nuca, imbarazzato.
« Hai idea di come mi sono sentito?» ringhiai, trapassandolo
con lo sguardo.
« Volevo dirti che...»
Cominciai a sghignazzare.
« Oh, mi dispiace così tanto!» lo parodiai, con la voce in
falsetto, per poi tornare bruscamente al mio normale tono incazzato
aggiungendo: « Brutto testa di cazzo, avevo bisogno di tutto meno che di un
comportamento così!»
Matteo contò i bicchieri sul tavolo.
« Dovresti tornare a casa.» disse.
« Tu dovresti tornare a casa e lasciarmi qui.»
ribattei.
Matteo si passò le mani fra i capelli.
« Mi dispiace. È che... non ho reagito come avrei dovuto
perché mi hai colto di sorpresa. Non sono abituato a cose del genere.»
Stavo per piangere di nuovo.
Massaggiandomi le tempie, dissi: « Alla fine non posso
biasimarti troppo. Sei un italiano, dopotutto.»
La mentalità degli italiani non è razzista... è chiusa. Da
sempre questo popolo è fatto da persone che, per paura non del diverso ma della
diversità, si chiudono dentro quattro mura di solida identità che si rifiutano
di far abbattere, dicendo che farlo equivarrebbe a distruggere la ricchezza
della nostra cultura. Per noi è la stessa cosa, specie nei piccoli centri,
in cui l’omosessualità è un tabù, un
argomento taciuto e tenuto segreto, che i miei simili vivono nel silenzio.
Capita che perfino i più tolleranti abbiano momenti di sconcerto come Matteo.
Lui si sporse verso di me.
« Dammi un altra possibilità. Mi sono sentito una merda
quando ho capito cosa ti avevo fatto. Sono tornato a Macerata solo per questo.»
Trangugiai la sambuca.
« Vattene.» sibilai.
« Perché?»
« Ho bisogno di stare da solo.»
Mi guardò in silenzio per un paio di secondi.
« È partito?»
Annuii, sull’orlo delle lacrime.
Abbiamo discusso, abbiamo litigato, io ho usato parole
grosse, abbiamo discusso di nuovo, e infine si può dire che in qualche modo ci
siamo riappacificati.
Siamo tornati a casa insieme e durante il tragitto mi sono
sfogato. Dopo pochi minuti stavo già un po’ meglio.
Solo ora mi rendo conto di quanto mi è mancato.
Appena tornato a casa, sono entrato su facebook e ho scritto
un messaggio a Leòn. Un lungo messaggio che ho concluso con la frase: “Per
tutti questi mesi non sono stato capace di dirti una semplice cosa... ti amo.”
Avevo pensato di scrivere queste ultime due parole in
Francese, ma anche se “je t’ aime” ha lo stesso significato, per me non
ha lo stesso carico di emozioni e ricordi contenuto nella sua versione
italiana. Quando devi rivelare cose intime come l’amore, è molto più facile
dirlo in una lingua straniera.
Alla fine mi sono deciso, e battendo velocemente sui tasti
ho scritto quelle cinque lettere, le più difficili da scrivere. Dopo aver
riletto più volte tutto il messaggio, le ho fissate per diversi minuti prima di
prendere un bel respiro e premere il tasto “invio”.
Era l’ultima cosa che avrei voluto fare, dirglielo per messaggio.
Internet non riesce ancora a collegarci abbastanza da fare in modo che non ci
sia differenza fra scrivere una cosa del genere e dirla di persona.
Leòn, avrei voluto guardarti in faccia mentre te lo dicevo,
ma non ho mai trovato il coraggio. Non mi sono comportato diversamente da
Michelle, non ho avuto il fegato di compiere un passo decisivo fino all’ultimo. Ti prego, perdonami per questo.
È stato come togliersi un dente, anche se è inutile negare
che continuerà a far male ancora per un po’. Nessuno mi era mai piaciuto come
Leòn, e il fatto che tra noi non possa esistere niente non cambia le cose. Il
sollievo di essere stato onesto ed aver detto tutto non cancella l’amore che
provo per lui e, onestamente, a me va bene così. Non voglio chiudermi a queste
emozioni, voglio viverle fino in fondo con i loro lati positivi e negativi,
perché l’amore è la cosa più forte che abbia mai provato, e potrà sembrare
stupido, banale e scontato dire una cosa del genere, come all’inizio di questo
racconto avrebbe potuto sembrarlo la sintesi della trama, ma il soffrirne è
meglio che non provarlo affatto.
Ora sono qui nella mia stanza e fumo, guardando il cielo
dalla finestra. Matteo dorme nel letto di fianco al mio.
Chissà se Leòn ha già letto il mio messaggio. Chissà se
vorrà rispondermi. Aspetto una sua risposta.
Sono qui, in un punto qualsiasi del vasto universo. In
questo vasto silenzio che caratterizza la mia attesa, una strana pace
dolce-amara mi pervade. Sono qui. Aspetto...
6 Giugno 2012
Michele Giuli
E questo era il finale di "Leòn". Vi è piaciuto? Il colpo di scena era ovvio oppure c'è qualcuno che non se lo aspettava? Che ne pensate della storia? Per tutto questo c'è il box dei commenti.
Riguardo al colpo di scena, si potrebbe dire che avrei potuto dire fin da subito che il protagonista era un maschio, e non una ragazza come si era detto all'inizio, ma fin dal primo momento in cui ho avuto l'ispirazione per questo racconto, sapevo che doveva essere così. La preferivo come scelta stilistica, inoltre se avessi fatto diversamente ora su questo blog ci sarebbe stata una storia-ghetto, di quelle che vengono lette solo da chi sa di essere interessato all'argomento ed è schierato politicamente a favore dei diritti gay. Non volevo questo per "Leòn". Non volevo neanche che fosse etichettata fin dall'inizio come storia d'amore - omosessuale. Parla di emozioni condivisibili da tutti, indipendentemente dalla sessualità del lettore. Siccome volevo parlare di emozioni vissute in prima persona, è a sfondo omosessuale. Ma stop. Non va etichettata. E' una storia d'amore, e non solo. E' una storia in cui voglio parlare delle mie emozioni, ma anche di Macerata e i suoi luoghi, della nevicata del febbraio 2012, dell'università, dell'aborto, fare disquisizioni sul significato che la lingua madre ha per le persone (ultima parte del racconto), e anche dell'omosessualità e di come è vissuta qui nelle Marche. Che poi l'argomento principale sia l'amore del protagonista, è un altro paio di maniche. Non riduciamo questo racconto ad una "storia omosessuale per omosessuali", perché vuole essere molto di più. E' come paragonare "Brokeback Mountain" o "Milk" ad una di quelle serie che si vedono ultimamente in cui è inserito il tema dell'omosessualità in modo gratuito, solo per attirare una grande fetta di pubblico. E mi si perdoni il paragone con dei capolavori del cinema. Non sto dicendo dall'alto di un podio che "Leòn" sia un capolavoro (anche se, sarò sincero, dentro di me penso che meriti davvero di essere letto). Il paragone era principalmente dovuto agli intenti delle opere nominate, che non vogliono essere soltanto una forma d'intrattenimento rivolta ad un pubblico omosessuale, che parli di omosessualità, ma opere più vaste, che toccano diversi temi, e che a mio avviso sanno rendere con maggiore intensità le emozioni dei personaggi rispetto alle "storie-ghetto".
Insomma, "Leòn" non vuole essere etichettato per poi venire rinchiuso in un anfratto!
Conclusa questa lunga, lunga, riflessione sugli intenti di questo lavoro, mi copro la bocca con una mano per coprire un colpo di tosse (gli scherzi del clima mi hanno distrutto XD ) e levo la mano libera in segno di saluto..Grazie per essere ancora qui!
Per questa settimana (forse *ghigno satanico*) è tutto. Ci vediamo giovedì prossimo, con un nuovo racconto!!!
--- MICHELE GIULI ---